Con Daniele Giorgi la nuova era dei Solisti: «Il futuro? Diventare orchestra sinfonica»
Dal 2025 è direttore artistico e musicale de I Solisti di Pavia, duttile orchestra da camera con la quale conduce una prestigiosa attività in Italia e all’estero in veste di concertatore e direttore. Daniele Giorgi si dedica da sempre alla musica da molteplici prospettive: direttore d’orchestra, compositore, violinista.
La Direzione dei solisti di Pavia, un incarico stimolante per un professionista poliedrico come lei.
«Certamente. Io ne sono orgoglioso e molto felice per una serie di motivi. Innanzitutto si tratta di un gruppo che ha una magnifica storia alle spalle e avverto anche la responsabilità di dare uno sviluppo a queste grandi premesse. C'è anche una enorme solidità della Fondazione I Solisti di Pavia (Ente Strumentale della Fondazione Monte di Lombardia) che costituisce motivo di grande fiducia e anche stimolo a operare con determinazione affinché abbia lo sviluppo che merita».
Quale ritiene che sia la cifra distintiva dei Solisti?
«Io lo vedo come un gruppo di musicisti di altissimo livello ed estremamente motivato. La cosa che mi piace è che si tratta di un gruppo molto duttile, in grado di affrontare qualsiasi tipo di repertorio senza porsi limiti. Nel senso che partiamo da un ensemble che è un gruppo di archi, ma andiamo avanti nella direzione di rendere l'organico ancora più vario all'occorrenza. Ad esempio, nell'ultimo concerto della nostra rassegna al Fraschini "Solisti d'orchestra" ci siamo presentati in un organico particolare: agli archi si è affiancato un gruppo di strumenti a fiato e percussioni perché abbiamo portato per la prima volta nella nostra storia la musica di Mahler».
Quindi la sua intenzione è far crescere il gruppo fino a renderlo una sorta di orchestra sinfonica?
«Abbiamo bisogno di diversificare l'organico per non confinarci sempre nella ripetizione di un unico repertorio, che c'è ed è bellissimo. Ma un gruppo che si proietta nel futuro deve ampliare la sua proposta al pubblico. In effetti si può parlare di piccola orchestra sinfonica e tra l'altro ci sono anche opportunità che ci portano in questa direzione. Io credo che uno degli aspetti più belli sia poter parlare di Solisti di Pavia in trio, in quartetto o in quintetto e non il contrario: dà la sensazione di potersi ridurre o ampliare mantenendo sempre la propria identità».
Modularsi in formazioni differenti è stimolante.
«Certamente. Io suono il violino in una compagine cameristica come quintetto, in altri casi pure suono ma faccio anche il concertatore di una piccola orchestra d'archi e quando necessario dirigo come nel caso dell'ultimo concerto al Fraschini. Questa è una caratteristica che sento molto aderente alla mia cifra musicale. Trovo che sia molto motivante per me innanzitutto e per tutti i musicisti coinvolti. Loro sanno che una volta vengono a fare quartetto, poi magari un gruppo misto o un'orchestra quasi sinfonica».
E forse motiva anche il pubblico.
«Ecco, questa è una delle cose in cui credo più fermamente. Ormai ho l'esperienza sufficiente per dire che ci sono ensemble che suonano divinamente e formate da ottimi strumentisti, ma c'è tanta differenza tra suonare bene e dare tutto ciò che si ha».
Può essere questa l'arma vincente per far presa sulle nuove generazioni?
«Penso che sia veramente l'unica arma efficace che abbiamo: cercare di coinvolgere le persone in una passione che noi per primi abbiamo. Pavia è una città straordinaria in questo senso, possiamo contare su tanti giovani. Su questo aspetto forse dobbiamo fare un lavoro specifico sul territorio creando circuiti che vadano veramente a prendere le persone. Non deve essere più una strada a senso unico per cui noi siamo a teatro o in una sala da concerto e aspettiamo che le persone vengano da noi».