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Guerra in Medio Oriente, perché l’Asia è la regione più colpita dalla crisi energetica. Cina avvantaggiata grazie a rinnovabili e nucleare

“Riteniamo che, per ora, l‘Asia sarà la regione più colpita”. A dirlo è Jean Maynier, presidente di Kpler, commentando gli effetti della guerra in Medio Oriente sugli approvvigionamenti energetici globali. Secondo Mayner, infatti, il continente non dispone di risorse proprie sufficienti a colmare le carenze attuali. Non è un problema solo per le Filippine, dove il governo la scorsa settimana ha dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale, diventando il primo paese a farlo. Le scorte “non basteranno in Cina. Non basteranno a coprire il fabbisogno di grandi paesi come le Filippine o l’Indonesia. Si tratta quindi di una vera e propria crisi energetica”.

Dichiarazioni in contrasto con la vulgata comune secondo cui la Repubblica popolare starebbe beneficiando della chiusura dello Stretto di Hormuz, grazie alle sue ingenti riserve di petrolio e alla decisione lungimirante di puntare sulle rinnovabili che la pongono in una posizione di forza rispetto alle economie occidentali. Anche considerati i potenziali benefici per il già massiccio export di veicoli elettrici, celle solari e turbine eoliche che i mercati occidentali hanno cominciato ad accogliere con maggiore parsimonia. In realtà l’impatto della crisi si sta facendo sentire anche nel Paese che è tra gli “amici migliori” di Teheran. Dall’inizio del conflitto Pechino ha limitato le spedizioni estere di fertilizzanti, diesel e carburanti per aerei, mentre significativi aumenti del costo degli idrocarburi – inclusi benzina e gasolio – hanno richiesto più volte negli ultimi giorni l’attivazione di meccanismi di controllo dei prezzi per limitare la portata dei rincari sui consumatori finali.

Perché l’Asia è vulnerabile

In condizioni normali, circa l’84% del greggio e l’83% del Gas naturale liquefatto che transitano attraverso lo Stretto sono diretti in Asia. Mentre ufficialmente il blocco parziale del canale interessa solo i paesi ostili – l’Iran ha già assegnato lasciapassare (o ha intenzione di farlo) a Thailandia, Malaysia, Bangladesh, Pakistan, Giappone e da ultimo, giovedì, alle Filippine – di fatto, tuttavia, il crollo delle spedizioni ha spinto Manila, Bangkok, Kuala Lumpur e altri governi asiatici ad attuare misure emergenziali, dalla settimana lavorativa di quattro giorni ai sussidi per il carburante fino ai divieti di esportazione di combustibili.

Al 31 marzo, risultavano solo 196 passaggi di navi mercantili nello Stretto, un calo drastico rispetto al periodo prebellico. Di queste, 120 erano petroliere e navi gasiere, di cui la maggior parte diretta verso est, in uscita. Risalire alla destinazione finale non è impresa facile. I commerci petroliferi avvengono in buona parte con flotte ombra – petroliere non registrate o sanzionate – con bandiere di comodo e Automatic Identification System (AIS) spenti, per nascondere la destinazione. Tuttavia, secondo stime di TankerTrackers.com, dall’inizio del conflitto al 10 marzo, l’Iran aveva fatto transitare almeno 11,7 milioni di barili di greggio attraverso Hormuz, tutti o quasi diretti in Cina, che dipende dal corso d’acqua per il 45% delle forniture petrolifere ma per solo il 6,6% del consumo energetico totale.

Pechino è relativamente al riparo

Nonostante i contraccolpi, rispetto alle altre economie mondiali, quella cinese è relativamente al riparo dallo choc degli approvvigionamenti internazionali. Non solo perché, stando a diversi analisti, Pechino ha scorte di petrolio per 104-120 giorni. Secondo un recente rapporto di Goldman Sachs, l’impatto degli alti prezzi del greggio (oltre 100 dollari al barile) comporterà un abbassamento delle previsioni di crescita del prodotto interno lordo per la Cina di 20 punti base, la metà in confronto ai 40 punti decurtati agli Stati Uniti e i 70 punti tolti alle stime per le altre economie emergenti asiatiche. A sostegno delle proiezioni, la banca di investimento ha citato diversi fattori, in primis la maggiore varietà del mix energetico accumulato da Pechino. Nel 2024, il greggio e GNL rappresentavano solo il 28% del consumo di energia primaria della Repubblica popolare, uno dei livelli più bassi al mondo, mentre la produzione interna di gas sta crescendo rapidamente. E poi ovviamente ci sono le fonti alternative e rinnovabili: nucleare, eolica, solare e idroelettrica soddisfano già circa il 40% dell’elettricità nazionale, quasi il doppio di dieci anni fa (26%).

E’ proprio alle energie pulite che guarda Pechino in questa fase di turbolenze internazionali. A metà marzo, il ministero dell’Industria e dell’Informatica cinese, insieme ad altre agenzie governative, ha fissato l’obiettivo di ridurre il prezzo medio dell’idrogeno al di sotto dei 25 yuan (3,63 dollari) al chilo, nell’ambito di un programma che coinvolgerà settori come i trasporti e l’industria pesante al fine di raddoppiare il numero di veicoli a celle a combustibile (FCEV) rispetto allo scorso anno e di raggiungere quota 100 mila unità in cinque anni. Le linee guida prevedono, inoltre, l’espansione del trasporto pubblico e della logistica urbana alimentati a idrogeno. Anche se ad oggi gran parte di esso viene generato a partire dal carbone, l’idea è quella di accelerare la transizione verso alternative ecologiche come l’idrogeno verde, prodotto tramite elettrolisi.

E poi c’è il nucleare, in cui Pechino mantiene il primato con la costruzione di quasi la metà (29-32 unità) di tutti i nuovi reattori a livello mondiale. Il settore ha ottenuto un posto di primo piano del XV Piano Quinquennale approvato dal parlamento cinese a marzo. Priorità verrà data alla costruzione di centrali costiere di grandi dimensioni, con l’obiettivo di incrementare la capacità nucleare a 110 GW entro il 2030, rispetto ai 62 GW di fine 2025. In questa direzione si muovono anche gli Stati del Sud-Est asiatico, dove programmi ambiziosi – se perseguiti alla lettera – permetteranno a quasi metà della regione di disporre di energia atomica entro il 2030, nonostante al momento non ne abbia mai prodotto nemmeno un singolo watt. Le tempistiche restano però lunghe. Troppo lunghe per fronteggiare sul breve-medio periodo le carenze attuali. Nell’immediato, a fungere da salvagente è il vecchio caro carbone, tornato di moda nel continente asiatico con la guerra in Medio Oriente. Complice la geografia che vede le forniture del combustibile fossile provenire da paesi vicini, come l’Australia (74,8%), l’Indonesia (12,8%) e il Canada (4,1%).

Lunga vita alle centrali a carbone

Compiendo una drastica inversione a U, a partire da aprile, il Giappone consentirà per un anno il pieno funzionamento delle centrali elettriche a carbone più vecchie e meno efficienti, che in precedenza erano state costrette a operare a capacità ridotta per diminuire le emissioni di CO2. Una tendenza in crescita un po’ in tutta l’Asia. Compresa la Cina, che nonostante la sua vocazione “green” continua a fare affidamento sull’”oro grigio” per compensare le fluttuazioni delle rinnovabili. Secondo Carbon Brief, nel 2025, la capacità di produzione di energia elettrica da carbone nel paese ha registrato un’impennata, raggiungendo un massimo storico in termini di costruzioni (95GW) e autorizzazioni (291 GW) di nuove centrali.

Conciliare la sicurezza energetica con gli obiettivi climatici non sarà semplice. C’è chi, come l’India, negli ultimi giorni ha già rivisto la propria tabella di marcia verso la neutralità carbonica. Il 26 marzo l’esecutivo di Nuova Delhi ha approvato una revisione della strategia ambientale per il 2035, che sposta l’attenzione sulla riduzione dell’intensità delle emissioni (il nuovo obiettivo è fissato a – 47% entro il 2035 rispetto al precedente calo del 45% entro il 2030) piuttosto che stabilire tagli assoluti di gas serra. Anche l’incremento delle rinnovabili nel mix energetico del paese avverrà molto gradualmente, con una crescita prevista del 60% entro il 2035, rispetto al 53% di oggi ma al 70% recentemente preventivato dalle autorità.

Collaborazione energetica come leva diplomatica

Come sempre, però, non tutti i mali vengono per nuocere. Tra le dinamiche innescate dalla crisi iraniana si sta affermando una solidarietà tutta asiatica. Pochi giorni fa Tokyo ha avviato una cooperazione energetica con l’Indonesia, principale esportatore mondiale di carbone e un importante fornitore di gas. Sempre a Giacarta si è rivolta questa settimana la Corea del Sud con la sigla di accordi nei settori dei materiali critici e dell’energia verde, mentre l’India ha inviato forniture di emergenza di prodotti petroliferi ai vicini dell’Asia meridionale, Sri Lanka, Bangladesh e Maldive, che storicamente fungono da ago della bilancia nella competizione regionale con la Cina.

Non si tratta necessariamente di altruismo disinteressato: nel momento del bisogno la collaborazione energetica diventa una potenziale leva diplomatica. Pochi giorni fa il presidente filippino Ferdinand Marcos ha aperto all’idea di ripristinare i negoziati con Pechino per condurre esplorazioni congiunte nel mar Cinese meridionale, il tratto di mare conteso dove secondo varie stime risiedono circa 11 miliardi di barili di petrolio e 5,3 mila miliardi di metri cubi di gas naturale.

L'articolo Guerra in Medio Oriente, perché l’Asia è la regione più colpita dalla crisi energetica. Cina avvantaggiata grazie a rinnovabili e nucleare proviene da Il Fatto Quotidiano.



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