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“La lunga notte di Gaza”: un libro da non perdere

Ci sono libri che vanno letti. Perché aiutano a comprendere cosa vi sia al fondo di tragedie immani quanto annunciate. Perché scritti col cuore e con la ragione da persone che il mondo che raccontano l’hanno vissuto, praticato, raccontato più volte nel corso del tempo. Ci sono libri che vanno letti. Perché partigiani. Nel senso più alto e nobile del termine. Partigiani perché gli autori non nascondono mai, in questo come in altri libri precedenti, di essere sempre stati dalla parte di una pace giusta, duratura. Una pace tra pari. Una pace che non può essere calata dall’alto, tantomeno con la forza. La storia del Medio Oriente lo insegna: dall’Iraq all’Iran oggi. Una pace che comporta sacrifici dolorosi da ambedue le parti. Sacrifici che vanno ben al di là di questioni territoriali, di confini riconosciuti internazionalmente e non unilateralmente ridefiniti con la forza. Sacrifici che rimandano ad una profonda riconsiderazione sulla propria identità e sul riconoscimento dell’altro da sé come popolo, con la sua storia, i suoi sogni, spesso trasformatisi in incubi, con diritti che vanno riconosciuti e praticati. 

Per tutto questo e altro ancora, La Lunga notte di Gaza. Cronache, responsabilità e fallimenti di un orrore annunciato (GFE) di Enrico Catassi e Alfredo De Girolamo, è un libro da leggere. Per il suo ritmo incalzante, che ripercorre giorno per giorno il prima e il dopo quel tragico 7 ottobre 2023. Una cronaca puntuale, ricca di particolari inediti, che porta il lettore dentro un incubo che sconvolge la quotidianità di due popoli e che ripropone drammaticamente una questione che il mondo aveva colpevolmente accantonato: la questione palestinese. 

Enrico e Alfredo, li chiamo per nome avendo con loro una amicizia pluridecennale nata in Palestina, sono tra i pochi che Gaza non l’hanno dimenticata, quando per i media mainstream non faceva più notizia. E qui c’è il primo, tragico, fallimento che ha portato ad un orrore annunciato. Un fallimento etico prim’ancora che politico e diplomatico. Perché i palestinesi tornano a fare notizia, a imporsi all’attenzione internazionale, solo e quando diventano minaccia mortale per l’”unica democrazia del Medio Oriente”. Esistono se si fanno strumento di morte. Gli autori non hanno nulla a che spartire con Hamas. La cronaca di due anni di orrori indicibili è anche il racconto di un movimento islamico armato che ha tenuto in ostaggio due milioni di gazawi, contribuendo a fare di Gaza ciò che ha imposto Israele: una enorme prigione a cielo aperto, isolata dal mondo. Ma in quella prigione, raccontano Catassi e De Girolamo, Hamas la faceva da padrone, imponendo la sua legge, reprimendo ogni movimento che osava metterne in discussione la leadership e che sognava per Gaza, per la Palestina, un futuro certo libero dall’oppressione israeliana ma che non sfociasse in una sorta di califfato palestinese, oscurantista, teocratico, sessuofobo. 

Ma, ecco l’altra responsabilità che nel dipanarsi della cronaca, gli autori declinano e svelano, quella di chi governa Israele. A partire dal premier politicamente più longevo nella storia dello Stato ebraico: Benjamin Netanyahu, “King Bibi”. Per l’uomo politico più cinicamente abile e manovriero d’Israele, Hamas è sempre stato un nemico di comodo. Di comodo perché la sua affermazione, che Netanyahu ha favorito nel corso degli anni, come è ben spiegato nel libro, è servita alla destra israeliana per nascondere le proprie responsabilità nel fallimento di ogni processo di pace, per poter dire al mondo “come si può negoziare con chi evoca e pratica la nostra distruzione”.

Hamas era e resta un’assicurazione sulla vita politica di Netanyahu e dei ministri della destra fascista e messianica di cui è zeppo l’attuale governo: i Ben-Gvir, i Smotrich e compagnia brutta. I sostenitori dei coloni pogromisti della Cisgiordania, quelli per cui un palestinese buono è un palestinese morto. Quelli che hanno visto la tragedia criminale del 7 ottobre come l’”occasione divina” per la soluzione finale della questione palestinese e per la realizzazione del sogno del Grande Israele dal “fiume al mare”. Il libro inchioda questa destra alle sue responsabilità, mettendo al contempo in evidenza l’esistere di parte, se non maggioritaria senza dubbio significativa, della società israeliana che alla logica della guerra perpetua voluta da Netanyahu, per interessi personali, e dai ministri coloni perché “voluta da Dio” del popolo eletto, si è coraggiosamente opposta. 

Ma, e questo è un altro buon motivo per leggere il libro, Enrico e Alfredo ci avvertono che per comprendere responsabilità e fallimenti di un orrore annunciato, non basta far uso, sia pur corretto, delle categorie della politica, della geopolitica e della diplomazia. Esse sono importanti ma non sufficienti. Annotano gli autori nella presentazione del libro: […]Memoria. Ma soprattutto, riflessione. Politica, Per quanto minimamente sensato, in quanto accaduto dalla mattina del 7 ottobre 2023, ci possa essere veramente stato, siamo nel campo dell’incomprensibile. Dove le responsabilità hanno nomi e un gusto amaro. Quella osservata e narrata è una cinica scelta ‘politica’ di andare avanti a testa bassa, dritti verso la vittoria, che è l’illusione della distruzione dell’altro. E se invece non ci fosse speranza di vittoria, per nessuno? Probabile.]…

Ecco il punto. Ciò che di enormemente tragico è avvenuto, e continua ad avvenire, in quello spaccato di mondo, è in quell’”incomprensibile” che va compreso, e che attiene più alla psicoanalisi che alla politica. La guerra diventata stile di vita. La guerra come normalità. La guerra come psicologia di una nazione. Da un lato. E dall’altro, la vendetta che sostituisce la giustizia, l’odio come humus identitario, come ragione di vita e di morte. Gli autori guardano in faccia questa doppia verità. Non la edulcorano, non la legittimano ma non la minimizzano, non addolciscono la pillola. La disumanizzazione dell’altro da sé è qualcosa con cui due popoli dovranno fare i conti per i decenni a venire. 

Netanyahu, Ben Gvir, Smotrich, come i leader di Hamas, quelli fatti fuori da Israele e quelli che ancora in vita dettano legge in quella parte della Striscia ancora in mano alla “resistenza”, non sono una escrescenza tumolare innestatasi su corpi sani. Essi sono espressione di un radicamento sociale, politico, identitario che nel corso del tempo di è andato vieppiù consolidando, con un reciproco interesse. Perché in Terrasanta i falchi volano da sempre in coppia. 

Lo sanno molto bene Enrico e Alfredo, che nel corso degli anni, hanno vissuto, da narratori partecipi, la brevi ma intensa stagione della speranza, successiva agli Accordi di Oslo-Washington del settembre 1993, e quelle sanguinose della seconda Intifada e delle quattro guerre di Gaza. Una storia di occasione perdute ma anche di una resilienza che resiste al peggio del peggio. 

C’è ancora tempo per tornare indietro? Per tirarsi fuori, per usare le parole di Francesca Paci, che il Medio Oriente conosce molto bene, da “quell’abominio senza eguali del 7 ottobre 2023 e la successiva irrefrenabile vendetta biblica” che rappresentano “l’apice di una scalata alla violenza che dà le vertigini a israeliani e palestinesi…”.

La speranza ci porta a dire che sì, del tempo c’è ancora. La razionalità ci rende più pessimisti. Perché le vertigini che danno alla testa possono essere anche “appaganti”, tragicamente inebrianti. Perché riempiono vuoti esistenziali, perché la disumanizzazione è un segno dei tempi bui in cui siamo precipitati. 

Netanyahu questo lo sa bene. E cavalca un sentimento che si è diffuso nella società israeliana oltre i tradizionali perimetri politici, oltre la dicotomia destra-sinistra (ammesso e non concesso che una sinistra degna di questo attributo in Israele esista ancora). La vittoria della destra, lo sanno molto bene Alfredo ed Enrico avendone scritto in precedenti libri, è stata prima culturale e poi, di conseguenza, politica ed elettorale. E si è nutrita del cupio dissolvi di una sinistra che pure per decenni è stata alla guida del Paese. Se Netanyahu è ancora in sella, nonostante tutti i crimini di cui si è macchiato, è anche per assenza di una alternativa seria, credibile, coraggiosa, lungimirante. La cronaca dei due anni di guerra raccontati nel libro racconta anche questo. 

E lo stesso vale nel campo opposto. Se l’alternativa ad Hamas resterà la vecchia gerontocrazia, corrotta e incartapecorita, dell’Anp, ciò che resta del movimento islamista, colpito ma non affondato da Israele, sarà ancora quello che detterà le carte in campo palestinese. 

Annienteremo Hamas, aveva proclamato Netanyahu. E Hamas è ancora lì, perché Hamas, piaccia o no, è sempre stata qualcosa di ben più complesso di una “semplice” organizzazione terroristica. E anche di questo parla il libro, 

Nel darne conto, a conclusione, gli autori scrivono: “La grande domanda senza risposta è ancora la stessa: se e quando finirà tutto questo? Quello che sappiamo è che la guerra non termina oggi, non basta un cessate il fuoco temporaneo e delicato, costruito su un piano vago e traballante nei contenuti.[…] L’offerta per il domani è però limitata. Sebbene vantaggiosa. Non per Hamas e tantomeno per Netanyahu. Destini segnati e incrociati. Quello di Bibi proiettato unicamente a proteggersi, è nelle mani dell’opinione pubblica israeliana, che se invoca verità per le responsabilità, compreso il semplice fatto che il genocidio di Gaza è una vergogna per la nazione, per lui si mette male. Anche del futuro di Hamas non c’è certezza, è scritto nel sentimento della gente, ed è esausta.

L’ultima considerazione la dedichiamo volutamente alla storia, fluida perché la soluzione di due stati, di una confederazione o di uno stato binazionale sono ipotetici treni che passano con ritardo. Comunque, l’augurio è che la fermata democrazia e pace non sia stata soppressa”.

E che alla lunga notte di Gaza possa succedere un raggio di sole. E di vita. 

L'articolo “La lunga notte di Gaza”: un libro da non perdere proviene da Globalist.it.



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