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Il decreto salva Bollette diventa “salva carbone”. L’Italia rimanda al 2038 l’uscita (prevista entro il 2025) dal combustibile più inquinante

L’uscita dell’Italia dal carbone viene ufficialmente rimandata al 2038. Lo prevede un emendamento della Lega al decreto Bollette, approvato nel corso dell’esame alla Camera e che qualcuno ha già ribattezzato ‘salva carbone’. E d’altronde la scadenza prevista, quella del 2025, era già saltata. La situazione geopolitica ha fatto il resto, rendendo possibili passaggi istituzionali che, fino a poco tempo fa, sarebbero stati considerati inaccettabili, così come la sola idea di rinviare non di un paio di anni, ma della bellezza di tredici anni una tappa storica della transizione energetica. Così è. Solo gli ultimissimi giorni, tanto per fare qualche esempio, in Giappone il ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (Meti), ha disposto la sospensione temporanea delle restrizioni operative per le centrali a carbone più datate e meno efficienti, aumentando temporaneamente il ricorso al combustibile più inquinante per un periodo di un anno, a partire dal prossimo mese, mentre il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, intervenendo ad un evento della Frankfurter Allgemeine, ha annunciato che non è remota la possibilità di “mantenere in funzione più a lungo le centrali a carbone esistenti”. Quali assist migliori per il Governo Meloni, pronto a sferrare il colpo di grazia alla transizione energetica. Sono mesi che il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, prepara la strada tra una dichiarazione l’altra. Gongola la Lega. I deputati del Carroccio in commissione Attività produttive, Alberto Gusmeroli (presidente), Giorgia Andreuzza, Andrea Barabotti, Salvatore Di Mattina e Luca Toccalini esprimono “grande soddisfazione per l’approvazione in Commissione Attività Produttive dell’emendamento a prima firma del capogruppo Molinari, riformulato dal governo, sottoscritto da tutti i suoi componenti al Dl Bollette”.

Le reazioni alla rinvio dell’addio al carbone

Per la Lega, la proroga al 2038 del phase-out dal carbone è “un’importante vittoria”. I deputati aggiungono: “In questo periodo di grave crisi energetica internazionale, aggravata dal conflitto russo-ucraino e dalle tensioni in Medio Oriente, è giusto e responsabile riflettere sulla decisione di abbandonare il carbone e rinviarla. La sicurezza energetica del Paese, la competitività delle imprese e la tutela delle bollette delle famiglie italiane devono essere le priorità”. Per il ministro degli Affari europei e del Pnrr, Tommaso Foti, sentito dai giornalisti a margine del Workshop Finanza Teha, a Cernobbio, la decisione del Parlamento di far slittare al 2038 la chiusura delle centrali a carbone “significa che dobbiamo semplicemente avere ben chiaro che tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, debbono essere utilizzate e utilizzate al meglio”. E cita proprio l’esempio della Germania, il cui cancelliere è stato piuttosto diretto: “Non sono disposto a mettere a repentaglio il nucleo del nostro approvvigionamento energetico solo perché abbiamo stabilito le date di eliminazione graduale anni fa”. Rispetto al decreto italiano, però, le critiche non sono mancate nelle ultime ore. “Trasformare il Dl Bollette nell’ennesimo provvedimento a favore delle fonti fossili è una scelta che non condividiamo e che produrrà effetti negativi per il sistema Paese” è stato il commento di Marco Simiani, capogruppo Pd in commissione Ambiente della Camera. Per i deputati del Movimento 5 Stelle in commissione Attività produttive, il decreto salva-bollette è “diventato un decreto salva-carbone, con costi che si ripercuoteranno su cittadini e imprese”. Il M5S parla di “atto irresponsabile e miope che ci riporta indietro di decenni”.

La strada ‘preparata’ da Pichetto Fratin

D’altro canto, a dicembre 2025 il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, in un’informativa al Consiglio dei ministri sullo stato delle centrali a carbone di Enel di Brindisi e Civitavecchia, aveva spiegato che il governo stava valutando con attenzione “ogni possibile opzione utile a salvaguardare la sicurezza energetica nazionale”, inclusa l’ipotesi di un mantenimento “in riserva” degli impianti a carbone. Agli inizi di marzo, però, la situazione si è complicata non poco e, così, parlando al Tgcom, a margine del Key-The Energy Transition Expo 2026 di Rimini, aveva messo le mani d’avanti: “In questo momento, vista anche questa situazione di difficoltà internazionale, tengo in riserva a freddo anche le centrali a carbone, che non vorrei mai riattivare, ma che però sono da tenere come riserva a cautela dell’interesse del nostro Paese”. Infine, una settimana fa, intervistato dalla Stampa, il ministro Pichetto Fratin ha spiegato come le centrali di Brindisi e Civitavecchia, la cui autorizzazione ambientale – è bene ricordarlo – è scaduta a fine 2025, potessero “essere operative anche subito. Basta un decreto”, aggiungendo però che avrebbe avuto senso attivarle “soltanto se il prezzo del gas sale stabilmente sopra i 70 euro. Altrimenti, i costi non sarebbero sostenibili”. Questo, tra l’altro, dopo aver confermato con l’Unione europea le sanzioni che impedirebbero di comprare combustibili fossili dalla Russia, il maggior fornitore per l’Europa.

La denuncia del Wwf. Ecco perché l’Italia ha ancora le centrali

Dopo l’approvazione del decreto, Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia, ricorda che l’ok al testo arriva “proprio il giorno nel quale da 20 anni il mondo chiede un’azione più decisa sul clima con Earth Hour. “Chi usa l’emergenza dei prezzi energetici per giustificare l’approvazione di un emendamento che tiene aperte le centrali a carbone sino al 2038 – aggiunge Midolla – sa benissimo che è solo una scusa: per l’altissima quantità di CO2 emessa con la combustione, il carbone pagherebbe molto la tassa sull’inquinamento, annullando ogni eventuale convenienza sul prezzo del gas”. La proposta di proroga delle centrali al 2038 è stata più volte presentata, su vari provvedimenti, dall’ex ministro Calenda o altri esponenti della sua formazione politica. Eppure fu proprio Calenda – ricorda il Wwf – a inserire nella strategia energetica nazionale del 2017, da ministro dello Sviluppo Economico, la scadenza del 2025 per la chiusura delle centrali a carbone in Italia. “Calenda giustificava il suo voltafaccia con la necessità di ‘aspettare’ la costruzione di improbabili centrali nucleari” commenta Midolla. Oggi, stando al clima, è bastato davvero poco al Governo Meloni per cogliere l’occasione di tenersi stretto il carbone.

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