La ‘religione’ di Thiel è pericolosa: dà una visione distorta del bene slegata dai diritti fondamentali dell’uomo
di Michele Ciccarelli
Non sarà ormai sfuggito ad alcun osservatore che, da quando si è insediato il nuovo presidente degli Usa, si sta assistendo non solo ad un’immagine piuttosto inedita del modo di fare politica e di trattare le relazioni tra gli Stati, ma anche al modo piuttosto curioso di parlare di religione.
Con il crollo dei grandi imperi occidentali e del colonialismo europeo, dopo la ferita del totalitarismo che ha squarciato l’Europa intera e il crollo delle ideologie che hanno contrapposto generazioni fra di loro, si è avuto l’impressione che anche le religioni avessero ormai perduto ogni appeal per la modernità. Intanto, questa modernità, nel riflettere la grave crisi di una società in rapida trasformazione, non ha saputo più riconoscersi in un modello stabile di civiltà umana e si è trovata a raccogliere i cocci del post-moderno, con la fluidità dei principi e dei valori, con il relativismo cognitivo ed etico, con la ridda di opinioni che si interfacciavano senza alcuna piattaforma comune di confronto. In questa sorta di buco nero, in cui tutte le certezze e tutte le verità scomparivano dall’orizzonte della vita quotidiana delle persone, anche il Cristianesimo sembrava essere stato risucchiato e il suo vuoto fosse stato riempito da una nuova fase socio-culturale, subito definita post-cristiana.
Non c’è dubbio che la troppa disinvoltura e la superficialità nell’amministrare la cosa pubblica e nel maneggiare la religione sia un effetto perverso del cosiddetto Post-cristianesimo, il quale alla certezza offerta dalla religione, ma anche dalla scienza, ha preferito la fede nei miracoli della tecnologia; all’esperienza della comunità umana che coltivava il bene comune – risorse naturali, benessere materiale, ma anche beni spirituali come la ragione, la conoscenza, la condivisione del pensiero e l’apertura alla trascendenza –, ha preferito il culto dell’individuo e l’egoismo prepotente.
Rassegnarsi al Post-cristianesimo comporta anche l’abbandono di una visione antropologica fondata sulla dignità umana della persona che, in quanto tale, è da cogliere nel suo contesto relazionale all’interno della comunità. L’esito di tale processo è stata la solitudine. Una solitudine che si verifica a diversi livelli della società civile: la solitudine del cittadino-consumatore che è lasciato indifeso di fronte a un mercato vorace che non conosce limiti morali; la solitudine del cittadino-utente che spesso si trova ad affrontare un apparato burocratico che, sebbene fornito di un linguaggio formalmente gentile, lo ignora; la solitudine cittadino-elettore che, in assenza di riferimenti politici credibili, rinuncia alla partecipazione attiva alla polis. A un tale panorama di solitudine si unisce la solitudine dei capi: soprattutto capi politici, capi di Stato o di governo. Per loro la solitudine diventa una prerogativa del potere che esercitano, una condizione che attenua enormemente il senso di responsabilità. Nella loro solitudine non si sentono di rispondere a nessuno.
Una situazione del genere, tuttavia, ha bisogno di accreditarsi verso l’opinione pubblica, di ottenere una legittimità che non può venire più solamente dal corpo politico-elettorale, che ormai è un corpo frantumato, poiché è formato da individui isolati e divisi. La legittimità, allora, deve venire dall’alto della sovranità divina, la quale elegge, ordina e approva le scelte del capo-singolo sganciato dalla comunità, poiché proiettato in una missione divina che non può essere contrastata, ma nemmeno capita completamente.
Il Post-cristianesimo, paradossalmente, non ha portato ad un affrancamento della politica da una religione che dettava la sua agenda, ma ad una politica che ha asservito il Vangelo alla propria propaganda. Chiaramente, si prestano più facilmente a questa manipolazione le sette fondamentaliste cristiane degli Stati Uniti, poiché condividono con la politica odierna la stessa tendenza individualista, che esse applicano all’interpretazione letterale e ideologica dei testi della Sacra Scrittura, chiaramente svincolata dal sensum fidei proprio della Chiesa come comunità di fede in cammino nel tempo.
Questa unione incestuosa tra politica e religione non può portare buoni frutti, ma è destinata a corrompere la comunità sia in quanto soggetto politico che in quanto soggetto religioso. Non è, infatti, in pericolo solo la democrazia di un Paese, ma anche la fede cristiana. Un allarme del genere è stato lanciato da Mike Weinstein, fondatore e presidente della Military Religious Freedom Foundation, che ha raccolto preoccupazioni, sorte in ambito militare americano, per la tendenza attuale di presentare conflitti bellici come una missione religiosa contro le forze del male assoluto. E non si può escludere che la fisionomia religiosa data ad alcune battaglie politiche e militari dell’amministrazione americana aumenterà maggiormente con il progressivo isolamento degli USA, sia come partner militare della NATO che come attore politico in ambito internazionale.
Anche la propaganda teologico-politica di Peter Thiel, che si compone di apocalitticismo cristiano e di futurismo tecnologico, è strumentale ad una mistica militarista in cui la guerra non è più possibilità tragica degli uomini, ma destino escatologico per la vittoria cosmica del bene sul male. Ma l’Anticristo che Thiel vuole combattere incarna non l’opposizione alla signoria di Cristo, ma ogni ostacolo al progresso tecnologico, visto come bene messianico, per conseguire il quale il singolo e gli Stati nazionali dovrebbero essere liberi da ogni vincolo normativo, al di sopra dei principi fondamentali del diritto e di un’etica chiamata a mantenere la civiltà dell’uomo entro i limiti dell’umano.
L’interpretazione del fatto religioso da parte di Thiel si muove su un terreno pericoloso, poiché piega ad una visione distorta del bene, slegata dai diritti fondamentali dell’uomo, tutto il complesso mondo simbolico dell’Apocalisse di Giovanni. Il variegato simbolismo dell’Apocalisse – cromatico, aritmetico, numerico, cosmico, veterotestamentario – esprime certamente il contesto di persecuzione vissuto dai cristiani a causa della politica dall’impero romano, ma si offre ad un’interpretazione religiosa e non politica della storia. In altre parole, la difficoltà incontrate dai cristiani nel vivere la propria fede nel quotidiano sono spiegate all’interno di una visione più ampia di teologia della storia, che dà senso e fine a eventi che rimangono, comunque, sempre sotto il dominio universale del Dio provvidente.
Nell’apocalitticismo politico, invece, si azzarda un’operazione inversa: sono i singoli potenti della terra, e proprio in virtù della loro potenza, a pretendere di rappresentare la «destra dell’Altissimo» che combatte il male metafisico, di incarnare quel katechōn che trattiene le forze inique (2Ts 2,7). In questo modo, quindi, non si dà un significato religioso alla storia umana, non si interpretano in senso spirituale le vicende terrene, ma si vuole elevare il fattore umano e le dinamiche di potere terreno ad estensioni temporali del potere eterno di Dio. Con tali presupposti è facile che alcuni protagonisti politici possano attribuirsi il ruolo di messia politico e tutte le guerre intraprese siano automaticamente ritenute missioni divine, come ha sostenuto l’attuale ministro della guerra statunitense, Pete Hegseth, il quale, dopo un pesante bombardamento in Iran, ha citato addirittura il Sal 144,1: «Benedetto Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia». È questo l’effetto più esiziale del delirio di onnipotenza dei rappresentanti delle nazioni – e Thiel è l’ideologo ispiratore della politica degli Stati Uniti –, che non si accontentano più di inebriarsi del potere, ma cercano di conferire a tale potere un carattere divino.
Certo, nell’imago Dei che Adamo possiede dalla creazione c’è anche il potere da esercitare sulla terra, ma un tale potere non si autogiustifica; esso, oltre ad essere limitato e dipendente da Dio, è finalizzato alla conservazione dell’armonia del creato, alla promozione del bene dell’uomo, alla ricerca della libertà e della convivenza pacifica, all’abbattimento delle disuguaglianze e dell’ingiustizia, frutti del peccato. Per questo motivo, il peso del capitale, il potere politico-militare e la tecnologia non possono essere degli assoluti da accogliere acriticamente; da semplici mezzi al servizio dell’uomo, essi non possono trasformarsi in operatori salvifici.
Il recupero della fede cristiana per una società completamente secolarizzata e il perseguimento dell’ordine e della pace nel mondo non possono avvenire, come vorrebbe Thiel, attraverso strumenti tecnologici, come il controllo capillare dei dati di una popolazione elaborati da Palantir Technologies, o con il potere economico, politico e militare, ma con la conversione del cuore dell’uomo. E questo dovrebbe avvenire al più presto, prima che al posto del cuore venga impiantato un transistor!
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