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Guerre senza spiegazioni: escalation e smarrimento globale impongono una nuova coscienza critica e pacifista

di Antonio Salvati

È in corso la guerra contro l’Iran e ancora non sappiamo qual è il fine ultimo di questa guerra che dura da circa un mese: la fine di un regime, il petrolio, l’obliterazione definitiva del programma nucleare. Qualcuno si è addirittura chiesto se Donald Trump può vincere una guerra che non sa perché ha iniziato. Come non abbiamo saputo qual è stato il vero motivo della destituzione, all’inizio del 2026, di Nicolás Maduro, in Venezuela: scopi economici, ripristino della democrazia o liberazione della popolazione.  La gente venezuelana pensava che il giorno dopo sarebbe cambiato tutto. Ma nella vita quotidiana dei venezuelani, il cambiamento resta lento, incerto, incompleto. Il Venezuela di oggi non è più quello di ieri. Ma non è ancora – come hanno osservato tanti analisti – un Paese diverso.

Ci stiamo abituando – come osserva lo scrittore Paolo Giordano – alla possibilità che non ci vengano detti le ragioni dello scoppio di un conflitto. Del resto, con Donald Trump le ragioni possono cambiare ogni giorno. Paradossalmente potremmo dire che le ragioni di Putin sono più leggibili rispetto a quelle di Trump.

Abbiamo la percezione che si stanno svolgendo o potrebbero svolgersi delle guerre capricciose o futili. Pensiamo alle dichiarazioni insistenti di Trump e di vari membri della sua amministrazione – anch’esse agli inizi di quest’anno – di annessione della Groenlandia agli Usa. Una futilità che ci porta alla non ragione. Gli Stati uniti sembrano diventati con Trump dei giustizieri solitari tipo Far West, degli sfacciati che ritengono legittima la guerra (basti pensare alle tante immagini postate dall’Amministrazione USA sulla guerra in Iran). Colpiscono la rinascita e la prevalenza di tratti religiosi nei conflitti. In Medio Oriente ci sono sempre stati, in Russia tanto della sua guerra è stata battezzata dall’idea di una battaglia religiosa, civile e morale. E assistiamo ad episodi sconcertanti come quello del Segretario Usa alla Difesa, o “alla guerra”, Pete Hegseth che parla e invoca Dio per il suo re, contro il nuovo Golia, l’Iran, e nel narrare sulla «schiacciante vittoria in corso» cita il Salmo 144. Deve essere chiaro – e bisogna forse chiarirlo nel confuso ed ibrido «cristianesimo» americano scaturito anche da alcune teologie politiche americane, oggi così in voga, e che si sta anche tentando di esportare in Europa con la tecno-teologia di Peter Thiel – che quello di Hegseth non è il Dio dei cristiani, quanto meno del cristianesimo di Gesù di Nazareth. Dio ha poco a che fare con l’amministrazione del ministero della guerra, anzi è venuto per farci smettere di farla.

Viviamo e respiriamo polarizzazione in ogni ambito, anche nostre vite quotidiane. Siamo dentro un’età della violenza che registra il fallimento di quello che nel 1989, con la caduta del Muro, sembrava il sogno di un mondo globale aperto: pace, democrazia. Appartengo ad una generazione cresciuta nell’orizzonte dell’Occidente e vissuta per decenni al riparo della guerra. Oggi in età adulta vivo in guerra. Inaspettatamente ci stiamo abituando ad essere lambiti, immersi e toccati dalla guerra. Non siamo così distanti dai conflitti in corso, da questa guerra da tanti definita globale e diffusa. L’Europa orientale è toccata dalla guerra, vive in uno stato di tensione. Anche il Mar Mediterraneo è da tempo un’area calda in termini di strategie, di militarizzazione, di equilibri. Siamo, pertanto, circondati da conflitti.

Il primo problema è come raccontare questo tempo, come evitare di assuefarsi alla violenza. Come evitare che le guerre diventino dei rumori di fondo. Qual è il nostro rapporto con il dolore altrui. Ci siamo abituati a danzare sui momenti gravi e ci siamo abituati a stare su un ponte che balla, contando che tutto resti come prima. Ogni giorno leggendo e scorrendo le principali notizie del giorno incontriamo bombardamenti, distruzioni, morti. Tanti scenari non li comprendiamo, sono oggettivamente intricati. Il mondo globale è complesso, mutevole, segnato dalla volatilità degli interessi e delle prese di posizione dei signori della guerra. Ma se vogliamo essere cittadini del mondo e non cadere in una forma di “astensionismo”, che non riguarda solo il voto, ma anche l’interessamento alla realtà, serve – osserva Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio – più cultura politica e più cultura geopolitica. È un salto culturale necessario. La politica internazionale e la geopolitica devono rientrare nella cultura e nell’informazione quotidiana. Oggi, diciamocelo chiaramente, una cultura geopolitica è necessaria. Come l’inglese quando si viaggia. Abbiamo tanti strumenti a disposizione – penso agli innumerevoli podcast presenti in rete – per comprendere e interpretare le tante notizie che ci raggiungono ogni giorno, a essere meno disorientati, a prendere parte facendoci un’opinione. Sapere, conoscere, discutere ha un grande valore e, alla fine, influenza anche le politiche di pace. Una società più attenta alle vicende del mondo è una garanzia contro le passioni nazionalistiche e le avventure bellicistiche, molto più di quel che si crede. Facendo molta attenzione alla crescita delle dinamiche dell’industria bellica negli ultimi anni. Ricordo ancora la forte e pressante insistenza di Papa Francesco sulla questione. Il rischio è che le armi producano la volontà di guerra e non il contrario. Siamo in presenza di un vasto mercato che spesso va al di là della volontà degli Stati.

Queste crisi belliche coincidono con una crisi del pacifismo rispetto a come lo abbiamo conosciuto nei decenni passati. Sembra diventato argomento per “anime belle” o per giovani sensibili. Oltre a manifestare, serve un pacifismo che faccia sentire la pressione di opinioni e sentimenti. Ecco, in piazza servono quelli: i sentimenti.

La guerra produce conseguenze profonde anche da noi. Non solo ricadute concrete come l’energia, il prezzo del petrolio, il costo della vita. Ancora stiamo analizzando gli effetti del blocco dello stretto di Hormuz o della guerra in Ucraina. Anche effetti innanzitutto culturali: abbiamo smarrito l’ideale della pace e ci siamo abituati a una cultura del conflitto che si riversa nella vita quotidiana, nel linguaggio pubblico, nei comportamenti, nella politica, nella comunicazione. Gli Stati hanno ridimensionato il ruolo delle sedi internazionali. L’Onu, spesso ridotta a cenerentola della politica mondiale, resta invece il segno di un destino globale condiviso. Lo stesso per la giustizia internazionale. Gli strumenti per non dimenticare i conflitti esistono: bisogna riprendere ad usarli.

Il Papa e la Santa Sede – avverte Riccardi – restano oggi una delle poche istanze capaci di una visione unitaria del destino del mondo. Sul tema della pace la Chiesa «continua a rappresentare un punto di riferimento decisivo: richiama alla compassione per le vittime, alla condanna della guerra, alla necessità del dialogo. In un tempo in cui molti riferimenti internazionali si sono indeboliti, questa voce ricorda che la pace non è un’utopia ingenua, ma una necessità storica». 

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