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La guerra di Trump mette nei guai Meloni: Italia ultima tra i Paesi del G20 per crescita del pil (0,4%). E i prezzi volano: inflazione a +2,4%

Il conflitto in Medio Oriente scatenato da Donald Trump e dall’alleato Benjamin Netanyahu “metterà alla prova la resilienza dell’economia mondiale” e ha già cancellato il miglioramento della crescita atteso per il 2026. Per nessun altro Paese, però, la revisione al ribasso ufficializzata dall‘Ocse nell’Interim Economic Outlook diffuso giovedì è pesante come per l’Italia. La premier Giorgia Meloni, reduce dalla sconfitta al referendum sulla giustizia, deve rinunciare anche alle ambizioni su un andamento del pil più tonico del previsto annunciate a gennaio. Le stime riviste dell’organizzazione parigina piazzano infatti la Penisola in coda alla classifica dei Paesi del G20, con uno stentato +0,4% per quest’anno – ancora per merito del Pnrr che però sta arrivando a scadenza – seguito da +0,6% nel 2027. A pesare sono soprattutto i consumi, colpiti dall’aumento dei prezzi energetici. Significa, tra l’altro, che per il governo sarà più complicato mantenere il deficit sotto il 3% e ridurre il debito/pil. Intanto, complice l’aumento dei prezzi dell’energia, l’inflazione rialzerà la testa, tornando al +2,4% dopo i cali registrati nel 2024 e 2025. Non proprio un buon viatico per il consenso.

Le opposizioni attaccano. Secondo Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd, le nuove stime “confermano il fallimento delle politiche economiche del governo Meloni” e dimostrano che “senza le risorse del Pnrr il Paese sarebbe in recessione”. A questo punto, sostiene, “è ancora più necessario che la Presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia vengano in Parlamento a dirci cosa intendono fare per rilanciare la nostra economia. Il prossimo Documento di Finanza Pubblica che il governo presenterà ad aprile non può essere l’ennesimo esercizio di stile sui conti ma deve indicare una strategia chiara per il rilancio degli investimenti pubblici e dei consumi, per il taglio dei costi dell’energia, per una politica industriale che aiuti i nostri settori strategici”. Anche Mario Turco, vicepresidente del M5S, parla di previsioni “avvilenti” e “situazione definitivamente degenerata e sfuggita a ogni possibile controllo da parte dell’Esecutivo” e sollecita il ministro dell’Economia a riferire in Parlamento.
A livello globale l’impatto dell’escalation sul mercato dell’energia ha “completamente annullato” la revisione al rialzo di 0,3 punti percentuali che a dicembre veniva considerata probabile per il Pil. Le nuove stime restano così ferme al +2,9% nel 2026, mentre nel 2027 si risalirebbe al 3% (0,1 punti in meno rispetto alle previsioni precedenti). Ma l’Eurozona si fermerà a +0,8%, ben sotto la media trainata dai Paesi emergenti (+6,1% per l’India, +4,4 per la Cina).

La paralisi del traffico nello Stretto di Hormuz e i danni alle infrastrutture energetiche hanno prodotto una fiammata dei prezzi e interruzioni nelle forniture di energia e di altre materie prime strategiche, inclusi i fertilizzanti. Un classico choc di offerta , ma con caratteristiche sistemiche: colpisce contemporaneamente costi di produzione, commercio internazionale e aspettative degli operatori. Le conseguenze si trasmettono rapidamente. Aumenta la volatilità sui mercati – in particolare in alcune economie asiatiche – e si irrigidiscono le condizioni finanziarie globali. Per ora le condizioni rimangono “moderatamente accomodanti” sia nelle economie avanzate sia in quelle emergenti. Ma è un equilibrio fragile, che dipende in larga misura dall’evoluzione del conflitto e dalla durata dello choc energetico.

Il canale più immediato resta quello dei prezzi. Le stime sull’inflazione sono state riviste al rialzo in modo significativo: nei Paesi del G20 è ora attesa al 4% nel 2026, ben 1,2 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di dicembre. Solo nel 2027 si prevede un rallentamento al 2,7%, comunque leggermente superiore alle stime precedenti. Il messaggio è che la discesa dell’inflazione, che appariva ormai avviata, rischia di interrompersi o quantomeno di diventare più lenta e incerta. E il rischio stagflazione è sempre più incombente.
Questo ha implicazioni dirette per la politica monetaria. Sebbene il rapporto non entri nel dettaglio delle scelte delle banche centrali, il quadro delineato suggerisce che il margine per un allentamento rapido dei tassi si riduce: un’inflazione più persistente, trainata dall’energia, costringe a mantenere condizioni finanziarie relativamente restrittive più a lungo, con effetti a catena su investimenti e consumi.

Il rallentamento non colpisce in modo uniforme. Negli Stati Uniti, il Pil è atteso passare dal +2,1% del 2025 al +2% nel 2026, fino all’1,7% nel 2027. L’economia americana continua a beneficiare della forte espansione degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, ma questo impulso viene in parte compensato da un rallentamento della crescita dei redditi reali e dei consumi, erosi dall’inflazione. Che è attesa salire quest’anno al 4,2% dal 2,6% del 2025: il livello più alto dei Paesi del G7. Pessime notizie per l’amministrazione Trump in vista delle elezioni di Midterm.

Nell’area euro, più esposta all’impatto della crisi energetica, l’impatto è più evidente: la crescita scende allo 0,8% nel 2026, per poi risalire all’1,2% nel 2027. Il recupero è legato in parte all’aumento della spesa per la difesa, che agisce come stimolo fiscale, ma non è sufficiente a compensare pienamente il freno esercitato dal caro energia nel breve periodo.

Prima dell’escalation, l’economia globale mostrava segnali di tenuta. L’Ocse sottolinea come la crescita fosse sostenuta da fattori strutturali positivi: il vigore degli investimenti e della produzione legati all’intelligenza artificiale, condizioni finanziarie favorevoli e politiche di bilancio ancora espansive in diverse economie. Il conflitto ha sconvolto il quadro. L’evoluzione del quadro macroeconomico dipenderà dalla durata della guerra: uno choc temporaneo può essere assorbito, mentre un aumento persistente dei prezzi dell’energia rischia di produrre effetti più duraturi, sia sull’inflazione sia sulla crescita potenziale.
Le indicazioni di policy vanno nella direzione di evitare risposte che amplifichino gli squilibri. L’Ocse raccomanda che eventuali misure per attenuare l’impatto del caro energia siano “ben mirate” verso le fasce più vulnerabili, evitando interventi generalizzati che rischiano di alimentare la domanda e quindi l’inflazione. Allo stesso tempo, invita a mantenere incentivi alla riduzione dei consumi energetici, per contenere la pressione sui prezzi.
Nel medio-lungo periodo, il messaggio è ancora più netto: accelerare la transizione energetica è una necessità macroeconomica. Migliorare l’efficienza energetica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati è considerato essenziale per diminuire l’esposizione a shock geopolitici futuri. In questo senso, la crisi attuale rafforza una linea già tracciata, ma ne aumenta l’urgenza.

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