Affidi: 50 minori aspettano una famiglia ma nessuno si fa avanti
PAVIA. In mano hanno già un nulla osta del giudice per uscire dalle comunità. Eppure non riescono a farlo, perché non ci sono famiglie disposte ad accoglierli. Succede, in provincia di Pavia, a più di 50 tra bambini e ragazzi dagli 0 ai 18 anni, allontanati dalle proprie case per sfuggire a situazioni di disagio, violenza o maltrattamento. Per loro, i servizi sociali vorrebbero una nuova vita in un contesto “normale”, che li allontani da dinamiche tossiche e dia loro la possibilità di crescere in un ambiente sano, dando il tempo alle famiglie di origine di risolvere i propri problemi e, possibilmente, prepararsi al ricongiungimento.
Se la teoria non fa una piega, nella pratica tanti dei bambini che potrebbero usufruire di questa possibilità si trovano spesso bloccati in un limbo: fuori di casa, nelle comunità, ad aspettare un’occasione che a volte arriva e a volte no. Questo perché le famiglie disponibili a farsene carico sono pochissime, e i loro profili non sempre combaciano con quelli dei minori in lista d’attesa. In altre parole: non tutti i bambini vanno bene per tutte le famiglie, e viceversa.
Tracciare un quadro completo della situazione pavese non è semplice: sul territorio di Pavia la gestione della tutela minori (e quindi, in parte, degli affidi) è di competenza di sei organi diversi divisi per ambito territoriale, i quali a loro volta si avvalgono di enti esterni (come le cooperative, o l’Asst) per la gestione effettiva dei percorsi di formazione delle famiglie e dell’inserimento dei bambini al loro interno. Insomma, il puzzle è composito, e fare ordine è un lavoro certosino. Sommando circoscrizione su circoscrizione, unità con decine, si arriva a superare quota 50. Un numero che fa riflettere soprattutto perché l’affido, a differenza dell’adozione, è aperto veramente a tutti.
«La legge su questo tema – spiega Sara Arpellini della cooperativa Comin di Pavia – è straordinariamente progressista, perché non pone vincoli di idoneità. Possono accogliere un bambino o un ragazzo uomini e donne, singoli o conviventi, con o senza figli, di qualunque età. Non ci sono tetti economici e, al contrario dell’adozione, l’esperienza è aperta anche alle coppie omogenitoriali. Non solo: esistono diversi tipi di affidi, e si può trovare la soluzione migliore per ogni aspirante genitore affidatario. I più comuni sono quelli tradizionali, con il trasferimento del minore e la durata massima di due anni (rinnovabili); quelli part-time, con cui si affiancano i genitori naturali in difficoltà; la pronta accoglienza per i neonati in attesa di adozione e l’affido professionale, in cui un membro della famiglia affidataria stipula un contratto di collaborazione con una cooperativa».
«Per affrontare questo impegno – continuano Diana Vitali, responsabile dell’ufficio tutela minori di Pavia e Ilaria Boari, assistente sociale – le famiglie vengono formate in partenza da psicologi e assistenti sociali, ma soprattutto vengono seguite passo passo lungo un percorso dall’esito imprevedibile. Nella migliore delle ipotesi, il minore trascorre con la famiglia affidataria il tempo stabilito dal progetto stilato su misura per lui dai servizi sociali, mantenendo oppure no il rapporto con la famiglia di origine (la quale potrebbe essere stata allontanata forzatamente) in base alle singole situazioni. La famiglia affidataria ha il compito di garantirgli serenità e cure mentre i genitori naturali si impegnano per rendersi idonei a riaccoglierli in casa».
Lo scopo è quello di ricomporre i nuclei, ma non sempre le vicende umane seguono il percorso ideale. In situazioni di devianza o dipendenza, può capitare che il ricongiungimento non sia possibile. Eppure, le storie sono quasi sempre a lieto fine. «È molto raro – spiegano le esperte – che gli affidamenti non si concludano bene: il legame che si crea tra bambini e genitori affidatari è molto forte, e capita spesso che l’affidamento diventi “sine die”, ovvero senza data di scadenza. E anche questa, a suo modo, è una vittoria».