Calcio e realismo magico, Darwin Pastorin racconta a Ivrea Maradona e i mondiali
IVREA. «Maradona era già sovrappeso. Però continuava a palleggiare con una pallina da golf, una cosa difficilissima e lo abbiamo dovuto fermare. Alla fine ci ha detto: “Sapete dirmi quante volte l’ho toccata con la mano?”. Noi, stupiti, gli abbiamo detto nessuna. Lui disse: “Due. Ma se non ve siete accorti, mi dite come faceva ad accorgersi quell’arbitro della mano de dios?”». Chi ha bisogno della realtà aumentata, quando al bar può trovare Darwin Pastorin che racconta dell’uomo che ha portato il realismo magico nel calcio? Che può far sparire la sua mano da vicino il pallone che condannerà la squadra di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra, che con 11 tocchi realizzerà il gol del secolo in cui il calcio ha toccato il suo apice, con la telecronaca di Hugo Morales che scandirà per sempre quel ritmo. Non ci sarà un altro gol così, semplicemente perché quel calcio non c’è più. E allora metti un sabato pomeriggio al bar “Il cerchio” a rievocare quel calcio, per farlo rivivere.
Una giornata organizzata da Nuovi equilibri sociali insieme a una squadra di calcio a 5, gli Hammers di Pavone: per i calciofili è quasi pleonastico, inutile, ricordare il fascino della squadra operaia di Londra, protagonista di una rivalità mitica con il Millwall, la squadra dei portuali. È bello rievocare questo calcio, perché il mondiale si avvicina, Cuba vive il suo momento più nero dal “periodo especial” ad oggi e allora Diego Armando Maradona è più attuale che mai. Soprattutto perché l’ultima immagine del mondiale passato è Leo Messi vestito da sceicco. Così brutta, che sarebbe bello cancellarla dalla storia pensando a Maradona che giocava sempre contro il potere, che preferiva i premi di Cuba a quelli degli Stati Uniti, che a Barcellona non era Maradona e soffriva, che se fosse andato alla Juve, non sarebbe mai stato Maradona.
Pastorin racconta del trasferimento a Napoli, mentre c’era la trattativa con la Juve e addirittura ci fu l’inserimento dell’Avellino di Pierpaolo Marino. Provate a visualizzare almeno per gioco, Diego Armando Maradona all’Avellino. «La droga - dice Pastorin -. Sì, Maradona era un drogato e iniziò a utilizzarla già a Barcellona dopo l’infortunio. Gli dissero che non si sarebbe più ripreso. Però oggi tutti capiscono che quella squalifica nel 1994, fu una squalifica politica e che Maradona aveva ragione sulla Fifa. Aveva già capito verso che tipo di calcio stavamo andando».
Con Pastorin, davanti a una birra, si parla di tante cose: della gallina di Gigi Meroni, dell’ironia di Platini che quando l’avvocato chiedeva «Con chi esci dei tuoi compagni per imparare l’italiano?», rispondeva laconico: «Boniek». E a vedere il calcio delle super star e degli atleti perfetti, delle squadre senza più radicamento territoriale e dei divieti di trasferta, si rischia di diventare un po’ nostalgici.