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Arcipelago rosso: un genocidio dimenticato

di Rock Reynolds

Il Novecento è stato il secolo dei genocidi. Quello degli armeni a opera dei turchi, quello degli ebrei, com’è noto, per mano della Germania nazista, quello dell’etnia tutsi sotto i colpi dell’etnia hutu, in Ruanda. Ce ne sono diversi altri e, a giudicare da ciò che sta succedendo nel mondo in questi giorni, sembra che ancora una volta la più grande lezione impartita all’umanità dalla storia sia dimenticarsi del passato e voltare la testa di fronte a nuove tragedie in atto.

Con la Shoah, il termine genocidio è stato studiato nei minimi dettagli e addirittura codificato dagli organismi che la società delle nazioni si è data dopo i disastri della Seconda guerra, eppure sussistono tuttora discussioni sul suo uso. Il limite primario parrebbe la scarsa disponibilità dello stato di Israele ad accettarne l’applicazione in contesti che con l’Olocausto non c’entrano minimamente, come se la sua titolarità spettasse soltanto all’immane tragedia di cui il popolo ebreo è stato suo malgrado protagonista. Sappiamo bene a quale furiosa campagna denigratoria sia andata incontro Francesca Albanese, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, per aver configurato – appellandosi a indicatori giuridici precisi – lo sterminio della popolazione palestinese di Gaza come un vero e proprio genocidio: minacce, intimidazioni, plateali limitazioni di diritti elementari per lei e la sua famiglia. Quanto meno, oggi del massacro deliberato della popolazione civile palestinese si parla.

Al contrario, ci sono stati casi di stermini veri e propri che per molti anni sono finiti spazzati sotto lo zerbino dell’oblio del crudele XX secolo.

Il saggio Arcipelago Rosso (Mimesis, pagg 250, euro 22), esauriente e ben scritto, di Nicola Tanno ci riporta alla memoria uno dei capitoli più vergognosi del Novecento, un vero e proprio genocidio che a lungo i libri di storia hanno tenuto sotto silenzio, da una lato per la sua marginalità geografica rispetto al mondo che conta e dall’altro per l’omertà di chi quel genocidio lo ha voluto o, quantomeno, lo ha favorito. Arcipelago Rosso racconta con dovizia di particolari la rapida e tragica parabola del PKI, il Partito Comunista Indonesiano, uno dei più corposi della galassia internazionale del PC, che fin dalla nascita dovette stabilire una priorità tra la lotta per l’indipendenza della nazione e la lotta di classe, prerogativa della dottrina marxista.

Lo fa con lucidità e senza lesinare critiche all’inconsistenza di certe prese di posizione e ancor più all’ingenuità dei suoi leader, a partire da Dipa Nusantara Aidit, il suo segretario più carismatico, quello che in qualche maniera contribuì a un tentativo insurrezionale organizzato malamente e represso senza troppe difficoltà dai militari tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1965. Tale episodio fornì al generale Suharto, un fanatico oppositore di qualsiasi cosa sapesse di comunismo, il pretesto per dar vita a un massacro senza precedenti ai danni di chiunque fosse sospettato di simpatizzare per il PKI. Insomma, qualcosa di non molto diverso da ciò che si sarebbe verificato in Cambogia con la salita al potere degli Khmer Rossi, seppur con orientamenti politici opposti. Suharto, approfittando della debolezza crescente di Sukarno – il padre della patria che aveva fatto del proprio carisma l’elemento portante del consenso e che, salomonicamente, non aveva mai osteggiato ma neppure favorito l’avanzata del PKI – e facendosi forte del sostegno politico ed economico degli Stati Uniti, scatenò una caccia all’uomo gigantesca che portò alla tortura e uccisione di centinaia di migliaia di comunisti. Sulle cifre vige tuttora qualche incertezza, ma i morti furono almeno mezzo milione, in un arco di tempo molto breve. USA e Gran Bretagna rimasero alla finestra a osservare il dipanarsi del massacro, manifestando – oggi è un fatto acclarato, anche grazie a documenti al tempo secretati – il proprio appoggio incontrastato all’annientamento dello spettro comunista. Ciò avvenne anche grazie alla cancellazione dello spirito critico di quella parte del popolo indonesiano che si sentì colpevole della propria condizione di vittima, un rovesciamento della realtà che ogni regime autoritario tenta di realizzare. Una delle ragioni per le quali questa pagina imbarazzante – oltre che raccapricciante – della storia del Novecento è rimasta lungamente nel’ombra è la difficoltà stessa di configurare come genocida una strage ai danni dei membri di un partito. Tale vuoto normativo è stato colmato nel 2018 dalla studiosa Jess Melvin, secondo la quale quanto verificatosi nell’ottobre del 1965 in Indonesia ha i tratti chiari del genocidio in quanto l’intento era “l’annientamento totale” del partito.

«Il silenzio sul genocidio anticomunista indonesiano è stato la molla» che ha portato Nicola Tanno a leggere qualsiasi cosa disponibile sull’argomento – a partire dal magistrale Il Metodo Giacarta (Einaudi) dello statunitense Vincent Bevins, una lettura che io stesso mi sento di consigliare caldamente – e, in seconda battuta, a scriverne, concentrandosi non tanto sulla fine terribile del partito quanto, piuttosto, sulla sua nascita e sul suo sviluppo in un contesto geopolitico complesso, con la relativa vicinanza del colosso cinese, la forza incontenibile di un Islam fortemente conservatore e avvinghiato ai gangli del potere e un’ingerenza sempre più tangibile, per quanto mai dichiarata ufficialmente, da parte di USA e Gran Bretagna. Il clima era quello dell’ormai inevitabile Guerra fredda che spinse gli Stati Uniti a far piazza pulita del minimo slancio antifascista maturato nella Seconda guerra, pur di contenere l’avanzata del Marxismo nel mondo. E pur di favorire i propri interessi economici, naturalmente.

Il crescente  orientamento comunista dell’Indonesia l’aveva resa «agli occhi di Washington un potenziale cavallo di Troia per l’espansione del comunismo globale… Fu proprio in questo contesto che si intensificarono le prime operazioni statunitensi di destabilizzazione e rovesciamento di governi percepiti come ostili: nel 1953 in Iran con la rimozione di Mohamad Mossadeq, nel 1954 in Guatemala con il golpe contro Jacobo Arbenz, nel 1961 con l’eliminazione di Patrice Lumumba in Congo e nel 1965 con la destituzione di Juan Bosch nella Repubblica Dominicana».

Malgrado la relativa brevità dell’esperienza comunista in Indonesia – un paese che oggi si compone di oltre 17.000 isole grandi e piccole e che avrebbe ottenuto l’indipendenza ufficiale dall’Olanda nel 1945, per poi assestare ulteriormente i propri complicati confini – il PKI fu uno dei partiti di ispirazione marxista con il più alto numero di iscritti al mondo. Forse, proprio per questo fu considerato un pericolo emergente, in seno alla nuova dottrina apertamente e convintamente anticomunista della Casa Bianca. L’Indonesia è il quarto paese più popoloso del mondo e il PKI ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta per scrollarsi di dosso il giogo coloniale, oltre che nella resistenza contro l’occupazione feroce dell’impero nipponico. Inoltre, il PKI si è speso più di chiunque altro nel paese in un processo di alfabetizzazione che partiva praticamente da zero, considerata la grande dispersione della popolazione e la natura latifondista di un’agricoltura che lasciava illetterata buona parte dei suoi abitanti.

L’uccisione barbara di centinaia di migliaia di comunisti – insieme al quasi contemporaneo golpe militare in Brasile, con migliaia di omicidi politici – fu una sorta di palestra per quella che sarebbe divenuta nota come “Operazione Condor”, a distanza di qualche anno, ovvero la campagna anticomunista orchestrata dalla CIA nell’America Centromeridionale, con la complicità delle destre locali, a partire da Cile e Argentina.

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