Beni confiscati, appena il 31% assegnati Libera: «Passi avanti, ma iter complicato»
Torino
In Piemonte, dopo una lunga serie di operazioni condotte dalle forze dell’ordine, con il coordinamento della Direzione investigativa antimafia, che hanno fortemente inciso nel radicamento e negli affari dell’ndrangheta, sono 843 i beni confiscati allea criminalità organizzata in attesa di essere assegnati, mentre per 385, il 31% del totale, l’iter si è concluso, affidato alla gestione di 54 enti del terzo settore.
Si tratta per la maggior parte di appartamenti, e di ville situate soprattutto tra le province di Torino e di Asti. Le aziende in via di assegnazione sono 120, 16 quelle operative. «L’iter per destinare i beni sottratti alla criminalità organizzata resta complicato, – illustra l’ultimo report curato da Libera – anche se negli ultimi anni sono stati fatti tanti passi in avanti nella cornice normativa e in quella amministrativa. L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati (Anbsc), fulcro del processo di destinazione di un bene, ha assunto un ruolo cruciale di raccordo tra gli enti nazionali e le amministrazioni locali. Ma la strada è ancora lunga. La nuova modalità di destinazione dei beni confiscati, attraverso la piattaforma unica delle Destinazioni, rende l’intera procedura più agevole, ma pone davanti a nuove responsabilità: i Comuni prima, e gli enti del terzo settore poi, hanno ora il compito di inserire la gestione di beni confiscati nei loro piani di azione, progettando e chiedendo quanti più spazi possibile. Il riuso sociale è una prassi consolidata, è un’opportunità per i territori e questo nuovo strumento deve poterla rafforzare».
Il censimento realizzato da Libera mostra una rete ampia e articolata di realtà impegnate nel riutilizzo sociale dei beni confiscati, dove in silenzio opera una comunità alternativa a quella mafiosa, che lavora e si impegna a realizzare un nuovo modello di sviluppo territoriale.
Il report analizza anche la tipologia degli immobili confiscati oggi utilizzati per finalità sociali: 39,8% appartamenti e abitazioni, 17, 3% ville, palazzine e fabbricati su più livelli, 16% terreni agricoli o edificabili, 10,8% locali commerciali o industriali (magazzini, negozi, uffici). In molti casi una singola esperienza di riutilizzo coinvolge più beni confiscati, anche di tipologie diverse.
In particolare: 57,6% delle realtà svolge attività legate al welfare e alle politiche sociali 23,2% promuove cultura, educazione e turismo sostenibile, 9% opera nei settori agricoltura e ambiente, come ad esempio l’esperienza di Cascina Caccia a San Sebastiano da Po, la villa sottratta al clan Belfiore di Chivasso.
A Cuorgnè sono in corso i lavori per la ristrutturazione, in via Salgari, della villa con le torrette, che apparteneva a Giovanni Iaria, morto nel 2013, considerato il padrino del locale, mentre un concorso indetto dal Comune deciderà la vittima di mafia a cui intitolarla.
Un iter lunghissimo: nel 2011 la confisca, nel 2020 l’assegnazione all’agenzia per i beni confiscati, nel 2025, dopo quatto bandi la destinazione sociale. A Lea Garofalo è stato dedicato un secondo bene affidato alla gestione della Cooperativa Mastropietro.
La villa bunker del boss del narcotraffico internazionale Nicola Assisi a San Giusto Canavese, porta il nome di Marcella De Levrano, uccisa dalla mafia nel 1990 che voleva liberarsi di un testimone scomodo.
Altri due immobili sono stati assegnati di recente a Volpiano, (in tutto sono otto i beni confiscati) dove era stata smantellata “la locale” della lunga dinasty degli Agresta.