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Giovani confusi, è finita l’epoca dei ribelli e della passione politica. Restano i valori: identità e appartenenza

Che aria tira tra le giovani generazioni? O meglio: qual è il sentimento dei giovani italiani rispetto a ciò che li circonda e ad un mondo in continua trasformazione? Secondo “Fragile – Mappae mundi di una nuova generazione”, ricerca dell’Osservatorio permanente sulla condizione giovanile in Italia, promosso dalla Fondazione Unhate, il 24% dei giovani italiani (tra i 13 e i 24 anni) si sente “sotto pressione”, sfiduciato, sopraffatto e incapace di agire. C’è poi un 25% di irrequieti in bilico, “esposti alla pressione della performance. Oscillano tra forte attivazione e rischio di sovraccarico”. Poco meno di 1 su 5 (il 17%) risulta aperto, attivo, “con buon equilibrio emotivo e capacità progettuale”. Vede “opportunità” e sa “orientarsi nella complessità”. Non solo. Ha “poca ansia e nessun senso di inadeguatezza”. Valuta  “il mondo come pieno di opportunità” e affronta “la complessità senza timori”. È uno dei ragazzi che rientra nell’insieme dei fiduciosi propositivi. Infine  i moderati in transizione (il 34%) che “vivono un equilibrio fragile. Necessitano di accompagnamento nei passaggi”.
“Ogni generazione eredita un mondo e ha il compito di rigenerarlo, creando nuove forme di libertà, responsabilità e relazione” –   è entrato nel dettaglio, in sede di presentazione dell’indagine, Mauro Magatti, professore ordinario di Sociologia dell’Università Cattolica e coordinatore della ricerca: “questo laboratorio generazionale nasce dalla necessità di superare analisi frammentate e restituire una mappa dinamica che unisca dati quantitativi, sguardi qualitativi e, soprattutto, le voci dirette delle ragazze e dei ragazzi”. Per Magatti il tema vero “è cogliere come le generazioni vivono” le trasformazioni in atto nella società e “mettere in discussione come noi percepiamo la realtà”.
Rispetto a questo “quadro” che fare ? L’Osservatorio propone cinque linee di azione e di intervento: ricostruire relazioni educative stabili e luoghi di appartenenza, trasformare l’orientamento in un percorso continuo che aiuti a dare senso alle scelte, gestire meglio le transizioni scolastiche e lavorative, integrare il benessere psicologico nei contesti educativi con presìdi accessibili e non stigmatizzanti, valorizzare il protagonismo dei giovani attraverso spazi reali di partecipazione e corresponsabilità.
In questo contesto, la scuola emerge dallo studio come snodo decisivo nei percorsi di fragilità e attivazione. Molti giovani la vivono soprattutto come luogo di valutazione e pressione. Rafforzare la componente educativa e orientativa (soprattutto tra i 16 e i 20 anni) aiuta, secondo gli esperti, a dare senso alle esperienze e a costruire una visione più chiara del futuro. Un orientamento continuo, legato ad esperienze reali e al territorio, può sostenere scelte più consapevoli.
Un altro elemento chiave è la partecipazione ad attività come sport, arte e volontariato che hanno un effetto protettivo sulla salute mentale. Solo attraverso relazioni solide e istituzioni che “accendono il desiderio”, l’apertura al mondo e al futuro può diventare un’opportunità invece che una minaccia.
Possono bastare queste proposte? Senza volere contestare le indicazioni offerte dalla ricerca dell’Osservatorio permanente sulla condizione giovanile in Italia, crediamo sia anche  necessario inquadrare le ansie e le aspettative giovanili all’interno di una crisi “di Sistema” molto più ampia e complessa, rispetto alla quale le giovani generazioni sono le vittime principali.
Le sfide economiche, politiche e sociali, combinate con la rapida evoluzione tecnologica e le problematiche ambientali, stanno infatti creando un contesto in cui i giovani si trovano a dovere ridefinire il loro ruolo nella società, una società peraltro anch’essa in cerca di sé stessa, di una sua  nuova consapevolezza. Politica, economia, tenuta sociale, cultura dell’appartenenza sono in discussione, su nuove basi. Con forti domande identitarie, nuove suggestioni tecnologiche, orizzonti post industriali, aspettative di sintesi. Un vecchio mondo è al tramonto, con le sue facili illusioni globaliste, egalitarie, taumaturgiche.
In questo contesto il ricambio generazionale stenta a mettersi in moto: l’invecchiamento della popolazione e la  crisi demografica condizionano non poco, mentre il rischio per i giovani di essere più poveri dei loro genitori è  purtroppo un dato che appare  consolidato e che condiziona non poco. Le ricadute non sono “solo” economiche, nella misura in cui questa percezione può portare ad una sorta di “spossatezza” generazionale, di preoccupazione per il futuro che si fa frustrazione e quindi “diserzione” rispetto alle responsabilità presenti. I passaggi tradizionali dell’esistenza ( “la fine degli studi”, “l’inizio di un lavoro”, “la formazione di una nuova famiglia” e “la nascita del primo figlio”) appaiono in crisi e – al momento –  non sembrano  avere prodotto  fondate alternative.
Ciò che manca   – in questa fase – è innanzitutto la  consapevolezza generazionale: il senso di un’appartenenza in grado di proporre modelli, di mobilitare energie, di sfidare l’oggi e soprattutto il domani, di farsi esempio.
Il mito dell’impegno (politico, sociale, culturale) è sbiadito e perduto. “L’epoca delle passioni ribelli è diventata un’epoca di passioni tristi” – ha notato il pedagogista cattolico Daniele Novara. La percezione è di una cesura tra i giovani ed il sistema Paese, con conseguenze che – in prospettiva – rischiano di aumentare le fasce degli esclusi, degli “inghiottiti” dall’inedia, a causa di  un corpo sociale sempre più debole e sfilacciato, visti  la perdita di ruolo e di certezze autentiche offerte dalle famiglie (con  una lunga e paradossale  dipendenza dei figli adulti dai genitori),  l’avanzare dei processi di  disintermediazione, a seguito del  depotenziamento dei corpi intermedi (ed il sostanziale isolamento sociale), la precarietà (resa palese dal  lavoro in nero).
Essere consapevoli di questa realtà, non proprio esaltante,  è un primo passo per uscirne.  A partire certamente dalla Scuola, dai processi formativi, dagli incentivi sociali Lo Stato può fare la sua parte. Ma la questione ha anche risvolti antropologici, culturali, di “visione della vita e del mondo” da non sottovalutare, nella misura in cui i pensieri di oggi sono le azioni di domani. In questa prospettiva c’è bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale a cui richiamare proprio le giovani generazioni.
Il riconoscimento dei meriti è il primo passo per garantire il libero sviluppo della personalità e l’autentica “liberazione” dei giovani. Tramontato il tempo dell’”individuo sociale”, caro a certa cultura macchinistico-industrialista, è la mobilità sociale, l’aggiornamento permanente, l’innovazione a segnare la nuova “filosofia del lavoro”. Ed è dunque rispetto a questa nuova filosofia che è necessario riparametrare una cultura ed i modelli organizzativi che intorno ad essa vanno emergendo.
Un discorso di qualità dunque e di valore, quello che bisogna sapere leggere tra le pieghe del vissuto giovanile, molto più concreto di quanto non dicano certe indagini, pur meritorie,  e, nello stesso tempo, pronto ad accettare le sfide del cambiamento, intorno  a cui si giocano le sorti del Paese. Bisogna però parlarne. Bisogna affinare sensibilità e modalità d’intervento, chiamando ciascuno a fare il proprio dovere, mettendo  in campo le doverose contromisure, anche comunicative. In gioco, insieme a quelli dei giovani,  ci sono i più ampi destini nazionali e quindi il diritto ad un domani, pieno e consapevole. Per tutti.

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