L’industria piemontese è in crescita e cambia La manifattura motore principale
Un’industria in crescita e attraversata da grossi cambiamenti, ma per la quale rimane aperta la questione della produttività e del valore aggiunto, fattore che è cresciuto meno del fatturato. La manifattura resta il motore dell’economia piemontese. È il quadro che emerge dal Rapporto 2026 dell'Unione industriali di Torino presentato venerdì 13 marzo a Torino: uno studio che analizza i bilanci delle società di capitale con fatturato superiore ai 5 milioni di euro nel periodo 2014-2023.
Nel 2025 nella città metropolitana si contano oltre 221mila sedi d’impresa, di cui circa 195mila attive, per un totale di oltre 803mila addetti. Il tessuto produttivo appare poi sempre più strutturato: le società di capitale rappresentano oggi il 24,6% delle imprese, contro il 17,8% del 2015. Cresce anche la presenza di imprese femminili (22,2%), straniere (15,2%) e giovanili (9,1%), mentre si registrano 623 start up innovative in Piemonte, di cui 490 nell’area torinese, concentrate soprattutto nei servizi e in particolare nella produzione di software e consulenza informatica. La diversificazione in corso è poi evidente: se per decenni il sistema industriale locale è stato fortemente legato all’automotive, ma oggi emergono nuovi settori, come l’aerospazio, che ha superato l’automotive in termini di export e rappresenta oltre la metà delle esportazioni aerospaziali del Nord Italia, ma anche macchinari, chimica e agroalimentare. Anche sul fronte energetico si osserva un progressivo efficientamento: dal 2022 i consumi elettrici delle imprese sono diminuiti mediamente del 4% l’anno e la quota di energia rinnovabile in Piemonte ha raggiunto il 41,1%.
Nonostante questi segnali positivi, il rapporto mette in evidenza diverse criticità strutturali. Il principale riguarda il valore aggiunto, che in un decennio è aumentato per addetto del 21%, passando da 77.882 a 94.352 euro, mentre il fatturato per addetto è cresciuto del 26%. In un sistema industriale ad alta innovazione, però, dovrebbe avvenire il contrario. In termini reali, infatti, la crescita del valore aggiunto è dell’1,5% annuo, solo leggermente superiore alla media del Nord Italia. «Per ogni 100 euro di valore aggiunto dell'industria torinese, 47 sono acquisti di servizi organizzati – spiega Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino –. Manifattura e servizi avanzati non devono più essere considerati come settori separati, ma come un unico nucleo produttivo esteso, che sul nostro territorio ha registrato nell’ultimo decennio ottime performance, come un +56% di fatturato».
Il tema della produttività mostra poi forti differenze tra settori: mentre la manifattura resta il motore principale, con un valore aggiunto per addetto di oltre 102mila euro e un incremento del 53% nel decennio, le costruzioni registrano addirittura un +121%, spinto però in larga parte dagli incentivi edilizi. In controtendenza, i servizi alle imprese segnano un calo di produttività intorno al 13%, dovuto anche alla dimensione ridotta e alla forte attrattività e concorrenza di Milano sul settore tecnologico. Cresce poi il peso dei servizi alla persona, in 10 anni passati dal 15% al 26% degli occupati del nucleo produttivo. Attività, però, a basso valore aggiunto, con una produttività media di poco superiore ai 50mila euro per addetto, elemento che contribuisce a frenarne la crescita. «Torino ha bisogno di un’industria forte, con al centro innovazione e tecnologia, per tornare a crescere – commenta il presidente dell’Unione Marco Gay –. Abbiamo una struttura eterogenea e una buona redditività: puntando su una stretta integrazione dell’intelligenza artificiale e lasciando emergere nuove specializzazioni, Torino può confermarsi protagonista dell’industria nazionale ed europea».