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Meloni approfitta della guerra in Iran per chiedere all’Ue lo stop del sistema delle quote di emissione. Che però non c’entra con l’aumento dei costi dell’energia

“A livello europeo stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche. Si tratta di un provvedimento che serve subito, almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente“. Con il decreto accise slittato perché per tamponare i rincari dei carburanti servirebbero coperture che il governo non trova e quello sulle bollette invecchiato malissimo, Giorgia Meloni spera che a toglierla d’impaccio ci pensi Bruxelles. L’Italia da settimane preme perché il Consiglio Ue del 18 e 19 marzo si pronunci per uno stop temporaneo del sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione, il meccanismo che punta a ridurre i gas a effetto serra facendo pagare chi inquina.

La richiesta è molto precedente rispetto agli attacchi all’Iran e ha scarsissimo sostegno tra i partner Ue. Per questo ora la premier fa leva sull’aumento dei prezzi del petrolio che si è registrato dal 2 marzo per sostenere che l’intervento è indispensabile. Eppure solo martedì 102 aziende europee, tra cui cementieri come Heidelberg Cement e gruppi siderurgici come Outokumpu, Salzgitter, SSAB e Tata Steel, hanno scritto ai capi di Stato e di governo per difendere l’Ets, scelto – accusano – come capro espiatorio “invece di concentrarsi sulle cause strutturali dell’erosione economica” a partire da “prezzi dell’energia più elevati determinati dai combustibili fossili“.

L’Italia non usa i proventi delle aste per sostenere le imprese

“Una parte dell’industria ha scommesso sulla decarbonizzazione e in caso di sospensione del sistema vedrebbe sfumare il ritorno sugli investimenti che si attendeva”, commenta Marta Lovisolo, senior policy advisor sulle Politiche europee del think tank ECCO. “Quindi vuole che resti in campo”. Insomma, cambiare le regole in corsa sarebbe tutt’altro che un vantaggio per le imprese del Vecchio continente. Almeno quelle più all’avanguardia e in grado di competere sui mercati globali. Perché allora l’industria italiana sostiene che il sistema “grava sulla capacità competitiva? Confindustria in parte si è risposta da sola: nella lettera in cui metteva nel mirino l’Ets il presidente Emanuele Orsini ha ricordato en passant che gli Stati membri non utilizzano a sufficienza i ricavi delle aste dei “diritti a inquinare” per sostenere la decarbonizzazione industriale.

È tutt’altro che un dettaglio, spiega Lovisolo: “Dall’1 gennaio 2025 i Paesi membri dovrebbero reinvestire il 100% dei proventi per finanziare la transizione. Ma l’Italia non ha mai recepito la novità: continua a destinare il 50% al Fondo per l’ammortamento del debito pubblico e finora ha impiegato per le politiche climatiche solo 1,5 miliardi a fronte dei 18,2 ricavati dalle aste tra 2012 e 2024“. Se il governo vuol sostenere le aziende, insomma, non ha che da destinare loro i miliardi incassati invece che utilizzarli per far quadrare i conti.

Svantaggio competitivo? Pagheranno anche i concorrenti stranieri

La tesi della maggioranza italiana che l’Ets sia uno svantaggio competitivo perché i concorrenti extra Ue non pagano le quote è tanto più infondata se si tiene conto che da gennaio è partita la sperimentazione del Carbon border adjustment mechanism (Cbam), una tassa sui beni importati in Europa da Paesi che non hanno sistemi di tassazione delle emissioni. L’obiettivo è proprio rendere del tutto equa la concorrenza transfrontaliera ed evitare il rischio di delocalizzazione della produzione fuori dai confini del Vecchio Continente. Rischio che oggi è comunque scongiurato attraverso l’assegnazione gratuita di quote di Co2 ai comparti più inquinanti, destinata a calare progressivamente mano a mano che il Cbam va a regime fino ad azzerarsi nel 2034. Il varo del meccanismo ha innescato un virtuoso effetto imitazione: la Cina sta rendendo più severo il suo sistema di scambio di quote di emissione, India, Brasile, Turchia e Vietnam hanno adottato ex novo un Ets, Australia e Regno Unito (che già applicavano) valutano sistemi tipo il Cbam.

Le bollette più alte? Colpa della dipendenza dal gas

Resta il tema dell’impatto sulle bollette: chiedere ai produttori di energia da fonti fossili di pagare per le loro emissioni, dice il governo, alza il prezzo finale dell’elettricità a danno di imprese e famiglie. Di qui la decisione di prevedere, nel decreto bollette, un sussidio alle aziende pagato dai consumatori, cosa che dovrebbe ridurre il prezzo finale compensandoli per il balzello. Ma è stato lo stesso ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ad ammettere che tutto dipende dal “mix energetico che ci contraddistingue”. Mentre “impatta meno su Francia e Spagna che hanno operato scelte diverse dalle nostre”. Ancora l’anno scorso il 42% della domanda è stato coperto dal gas, contro il 41% da rinnovabili. Il risultato è che “per più del 60% delle ore del giorno il prezzo finale” – che dipende dal costo dell’ultima centrale che soddisfa la domanda in quel momento – “è determinato dal gas, più costoso. “Quindi se aumentassimo la quota prodotta da rinnovabili il prezzo sarebbe strutturalmente più basso”, traduce Lovisolo. “Come in Spagna, appunto, dove il costo medio è di 50 euro/megawattora rispetto ai 120/130 dell’Italia”. Nonostante l’Ets. E con tutti i vantaggi che ne derivano quando i sommovimenti geopolitici, come in questi giorni, mettono alle strette chi dipende dall’import di gas.

Cancellare le quote di emissione, che sul prezzo finale dell’elettricità incidono per il 10-20%, sarebbe insomma un palliativo che lascia irrisolto il nodo di fondo. Italiano ma non solo, come denunciano le aziende che in vista del Consiglio europeo hanno scritto ai leader spiegando che per un’economia “più competitiva e resiliente” un Ets robusto è fondamentale e occorre invece ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati e valorizzare l’energia pulita.

Meloni uscirà sconfitta: niente stop

Una revisione del sistema Ets è già prevista dalle norme in vigore: la Commissione dovrà presentare entro luglio una proposta di aggiornamento, anche in vista dell’introduzione del nuovo Ets 2 per l’edilizia e i trasporti prevista per il 2028. Gran parte degli Stati membri concorda sulla necessità di un tagliando, che potrebbe riguardare il tasso annuale di riduzione delle quote disponibili sul mercato (più si abbassa il tetto massimo più i prezzi salgono) e il ritmo di riduzione delle quote gratuite, visto che la lobby dell’industria chimica sta spingendo per un ulteriore rinvio. Ma un consenso unanime sulla proposta di sospensione arrivata dall’Italia è fuori discussione: solo Repubblica ceca, Slovenia e Polonia la appoggiano. “Possiamo miglioralo, ma bolirlo sarebbe un errore enorme”, ha chiuso la vicepresidente della Commissione Teresa Ribera. “Senza l’Ets oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti. Abbiamo quindi bisogno dell’Ets”, ha confermato Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Europarlamento, anche se “dobbiamo modernizzarlo”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che era sembrato incolpare i costi del carbonio per la deindustrializzazione europea, dopo il vertice Ue informale di Alden Biesen ha precisato di “non condividere le critiche” perché l’Ets “ha garantito che in Europa disponiamo di uno strumento efficace che consente la crescita senza ulteriori emissioni di Co2”. Emissioni che “sono diminuite di quasi il 40% mentre l’industria è cresciuta di circa il 70% dall’introduzione del sistema”. A riprova che il costo del carbonio non la sta affossando.

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