Processo sulla protesta in carcere del 2016, il detenuto da Londra: «A Ivrea mi hanno massacrato di botte»
IVREA. Fino a qualche giorno fa era considerato introvabile, tanto che i pm Giancarlo Avenati Bassi e Sabrina Noce avevano rinunciato a sentirlo. A disporre la sua audizione è stato il giudice Edoardo Scanavino - che dovrà anche valutare la sua attendibilità - con collegamento dal carcere di Londra, dove si trova recluso per incendio doloso. Comunque sia, in mezzo a tanti testimoni a dir poco reticenti, Edoardo Surco pare quello che ha più voglia di raccontare la sua versione della cosiddetta “rivoltina” - nel gergo infantilizzante del sistema penitenziario, in realtà una protesta - della notte tra il 25 e il 26 ottobre del 2016, di cui si definisce «il promotore». «Quel giorno lì - spiega - ho preso tantissime botte che mi hanno fatto defecare sangue e quello successivo sono stato trasferito in un carcere di massima sicurezza».
Inizialmente era stato predisposto un interprete di spagnolo, perché era stato riferito che Surco, di origine peruviana, parlasse pochissimo italiano. Invece sorprende tutti i presenti rivendicando: «Voglio parlare italiano perché l’Italia è la mia casa, che purtroppo ho dovuto abbandonare dopo i fatti che sono successi a Ivrea».
In realtà Surco andrà via dall’Italia soltanto a fine nel 2019 dopo aver visitato molte altre carceri ed essere uscito, da ultima, da quella di La Spezia. Ricorda però la detenzione a Ivrea come la peggiore in assoluto. «Violavano costantemente i diritti miei e del mio compagno cileno - spiega -, ci trattavano come se fossimo in regime di sorveglianza particolare, ma in realtà non lo eravamo. Così abbiamo chiesto di rispettare i nostri diritti, di portarci la tv, i documenti. Dissi personalmente al comandante che se non lo avessero fatto, avrei cominciato a rompere ogni cella in cui mi avessero messo».
Surco descrive la sua condotta senza farsi sconti, più volte ammette di aver spaccato, picchiato, di avere rapporti difficili con detenuti e agenti, di essere «un ragazzo difficile», si definisce «un leone». Durante la testimonianza passa da un iniziale leggerissimo accento spagnolo a un marcato accento calabrese, utilizzando termini come «iddu».
Dopo le proteste, arrivano gli agenti. «Li ho sentiti salire dalle scale - precisa - dal rumore degli stivali. Li ho guardati dalle sbarre con uno specchietto entrare nelle celle di Grottini e Dolce, avevano scudi e manganelli, e ho sentito le urla». Da notare che gli agenti a processo e i vertici del carcere hanno sempre sostenuto che l’utilizzo dei manganelli non fu autorizzato quella sera e che si trovavano chiusi a chiave in armeria. «Quando sono venuti da me - racconta - ho spaccato il bidet con una calcio e l’ho tirato contro il comandante, ma si è frantumato sulle sbarre e non lo ha preso. Poi mi hanno picchiato, sono svenuto due volte, ma appena mi rialzavo continuavo a lottare. In seguito mi hanno portato nell’Acquario e mi hanno lasciato lì tutta la notte. Qui sono di nuovo svenuto ma perché hanno chiamato una dottoressa e mi hanno fatto una puntura. Se ho dato delle testate al vetro come hanno scritto gli agenti, dicendo che mi sarei fatto del male per incolpare loro? No, anzi, se avessi voluto le avrei date a loro, non al vetro. Gli dissi che li avrei uccisi tutti con un kalashinkov appena finita la mia pena». Dopo i fatti di quella notte Surco sarà trasferito in carcere a Novara, dove sarà visitato e gli saranno riscontrati tagli su mani e piedi e un’escoriazione dietro la scapola. «Ma la dottoressa non scrisse tutto - sostiene lui -. Comunque a Novara furono molto più civili che a Ivrea, rispettarono i miei diritti».