Iran – Giappone e Germania liberano le riserve petrolifere. L’Agenzia dell’Energia valuta il più grande rilascio: 400 milioni di barili
La guerra in Medio Oriente tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran – e la risposta di Teheran verso i paesi del Golfo – ha riportato drammaticamente al centro dell’attenzione la sicurezza energetica globale, con pesanti ripercussioni sui mercati del petrolio e del gas. La situazione, già delicata per le tensioni nello Stretto di Hormuz, sta spingendo i principali paesi consumatori a intervenire per stabilizzare i prezzi e garantire forniture strategiche.
Interventi straordinari sulle riserve strategiche
In risposta al rapido aumento dei prezzi, il Giappone ha annunciato che libererà le proprie riserve petrolifere già da lunedì. La prima ministra Sanae Takaichi ha sottolineato l’urgenza di ridurre la pressione sui mercati senza attendere una decisione formale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie). “Il Giappone intende assumere un ruolo guida nel bilanciare domanda e offerta nel mercato energetico internazionale”, ha dichiarato Takaichi, riferendosi al rilascio delle scorte strategiche a partire dal 16 marzo. Anche la Germania sta procedendo con lo svincolo di parte delle proprie riserve nazionali, seguendo le preoccupazioni espresse dai membri del G7 per i rincari legati alla guerra in Iran.
“L’approvvigionamento energetico della Germania è garantito” ha detto la ministra dell’Economia e dell’Energia Catherina Reiche a Berlino, in un incontro con la stampa, annunciando di aver dato seguito alla richiesta dell’Agenzia internazionale dell’energia di liberare parte delle riserve petrolifere nazionali. “Seguiremo questa richiesta”, ha affermato, sottolineando che Berlino non vuole tirarsi indietro nella solidarietà internazionale.
Parallelamente, l’Aie starebbe valutando il più grande rilascio di riserve petrolifere della sua storia: circa 400 milioni di barili, più del doppio dello svincolo effettuato nel 2022 in risposta alla guerra in Ucraina. L’obiettivo è ridurre il prezzo del greggio, che ha registrato forti rialzi: il WTI americano è salito del 4,65% a 87,50 dollari al barile, mentre il Brent ha guadagnato il 4,04% toccando 91,35 dollari.
Lo Stretto di Hormuz, nodo critico per l’energia mondiale
Al centro della crisi energetica globale rimane lo Stretto di Hormuz, largo appena 33 chilometri tra Iran e Oman, attraverso cui transitano ogni giorno circa 17-18 milioni di barili di petrolio – pari a circa il 20% della domanda mondiale – e oltre un quarto delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto, soprattutto dal Qatar. Il rischio di blocchi o attacchi lungo questa via marittima ha effetti immediati sui mercati: dopo l’inizio del conflitto, il petrolio Brent ha superato quota 95 dollari al barile, con punte oltre i 100 dollari nelle fasi di maggiore tensione. Anche il gas naturale europeo ha mostrato forti oscillazioni, arrivando a sfiorare 45-50 euro per megawattora.
In Italia, le ripercussioni si sono tradotte in un aumento dei prezzi alla pompa: la benzina ha superato 1,95 euro al litro, mentre il diesel si è avvicinato a 1,90 euro, con incrementi medi di 10-15 centesimi rispetto ai valori di gennaio.
Giuseppe Spadafora, vicepresidente del Centro studi Unimpresa, sottolinea che “Hormuz è il termometro della sicurezza energetica mondiale. Ogni tensione in quell’area si traduce immediatamente in instabilità economica globale. Per l’Europa la lezione è chiara: servono investimenti più rapidi nella diversificazione delle fonti, nelle infrastrutture energetiche e nell’autonomia strategica”. La crisi mette in evidenza la vulnerabilità dei mercati energetici di fronte ai conflitti geopolitici e rafforza la necessità di strategie coordinate tra paesi consumatori e produttori.
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