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Il clan di Siderno passato dal nonno al nipote, chi è il boss Antonio Commisso capace di sostituirsi “all’autorità statuale”

Nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta di Siderno che ha portato al fermo di sette persone non c’è solo l’intercettazione in cui Frank Albanese, il reggente della cosca Commisso ad Albany, nello Stato di New York, ha inveito contro il procuratore di Napoli Nicola Gratteri definendolo “il peggiore che abbiamo”, paragonandolo ai magistrati uccisi nelle stragi di Capaci e via D’Amelio (“Dopo Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro”) e quasi rammaricandosi che “è ancora vivo”. Se Albanese ha un ruolo chiave nelle fila dei “sidernesi”, non è lui il principale indagato venuto fuori nell’inchiesta coordinata dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli e dal coordinatore dell’area jonica della Dda Giuseppe Lombardo.

Al posto del nonno

Al centro delle indagini condotte dai carabinieri del Ros, infatti, c’è Antonio Commisso che, nonostante fosse il figlio di un latitante in Canada e il nipote omonimo del mammasantissima di Siderno, fino a ieri era considerato “estraneo ad indagini di contesto” mafioso della sua famiglia. Questo perché agli atti, nei suoi confronti, risultava solo una vecchia denuncia per rissa, oltraggio e resistenza, rimediata tra l’altro quando aveva appena 15 anni. Adesso di anni ne ha 46 anni e Antonio Commisso ha preso il posto del nonno deceduto lo scorso settembre. Se l’anziano patriarca, classe 1925, è stato uno dei principali esponenti del cosiddetto “Siderno Group” con cui ha scritto la storia del potente casato mafioso, oggi è il nipote a guidare uno dei più blasonati clan della Calabria. Il profilo è quello di un boss in grado di decidere e pianificare le azioni delittuose, ma anche di gestire gli interessi imprenditoriali del clan con ramificazioni negli Usa e in Canada dove è latitante il padre Francesco detto “lo Scelto”.

Un boss che, stando alle sue stesse parole intercettate, era capace pure di minacciare gli agenti della polizia stradale che lo avevano fermato per un controllo all’altezza dello svincolo di Gioiosa Superiore. L’episodio sarebbe avvenuto il 24 luglio 2011, ma lui lo racconta 10 anni più tardi, nel 2021. In sostanza era alla guida della sua Audi A4 e percorreva un tratto di strada ad una velocità di 151 km/h quando il limite era, invece, di 70. Commisso stava andando alla stazione di Rosarno per prelevare sua cognata, che arrivava con il treno proveniente da Reggio Emilia, e per non subire la contravvenzione alla polizia stradale “aveva falsamente sostenuto di essere in viaggio per Polistena perché sua figlia (che era con lui in auto assieme alla moglie, ndr) si era sentita male”. Ovviamente non era vero e per dimostrarlo prima di andare alla stazione di Rosarno dalla cognata, “ci siamo recati all’ospedale a Polistena, mi hanno fatto la carta che io ho portato la bambina là”. Il tutto, quindi, attestato da un medico da cui “si era fatto fare un falso certificato”.

Il caso della multa

Lo stesso che poi ha allegato agli atti del ricorso presentato al giudice di pace di Gioiosa Jonica. La multa, infatti, era stata comunque elevata dalla stradale di Siderno nonostante le minacce di Commisso che, per evitare il verbale, si sarebbe rivolto con toni minacciosi agli agenti in divisa: “Allora, vi dico una cosa, ve la dico qua davanti a tutti, in modo che mi sentano tutti, – sono le sue parole – se io devo pagare un euro di verbale, e io devo camminare… un anno senza patente, vi garantisco che quei due poliziotti che hanno firmato qua il verbale io faccio che li radiano da tutte le polizie del mondo, devono andare ad elemosinare. Fino a quando vivono!… Perché mia figlia poteva morire in macchina… per loro!”.

Col tempo, però, l’esuberanza classica del rampollo di ‘ndrangheta si è trasformata in qualcosa di diverso. Di più adatto a chi, per linea di sangue e scelte personali, già all’epoca era un predestinato a prendere il controllo della cosca e le redini che erano del nonno. Negli ultimi anni, infatti, Antonio Commisso ha cambiato postura e a lui si sono rivolti tutti “in ragione del suo carisma criminale”. Non solo quando c’era da dirimere un conflitto tra giovani vicini al suo clan e “soggetti di rilievo del locale di Africo”, ma pure nelle vertenze lavorative, nelle assunzioni e finanche “nelle vicende e vicissitudini personali” dove “l’intervento del Commisso sarebbe stato, oltre che veloce, ben più forte ed efficace di un provvedimento dell’autorità giudiziaria”. “L’autorità criminale di Commisso – scrivono i pm – era così pervasiva a Siderno che a lui i cittadini si rivolgevano anche per problemi di natura familiare affinché potesse intervenire a risolverli”. Il motivo lo sintetizza un’intercettazione registrata dai carabinieri in cui il titolare di un esercizio commerciale elogiava le qualità personali del boss: “Puoi comandare senza fare nient’altro, solo con garbo e l’umiltà che hai… puoi fare quello che vuoi”.

Al posto dello Stato

Poche parole che, però, danno l’immagine plastica di come la ‘ndrangheta consideri il consenso un elemento fondamentare della sua esistenza in un territorio come Siderno che non si controlla solo con le armi, il traffico di droga, le estorsioni e gli omicidi. I pm non hanno dubbi a scrivere che Antonio Commisso si sostituiva addirittura “all’autorità statuale”. Lo ha fatto pure su richiesta dell’assessore comunale di Siderno Carlo Fuda. Stando al provvedimento di fermo della Dda, non sarebbe indagato ma si rivolse al boss “affinché facesse pressioni su un soggetto che esigeva il rientro di una somma prestata al figlio del Fuda per debiti di gioco, e che non era stata ancora saldata”.

Per i magistrati, “Commisso non aveva alcun titolo per interessarsi alla vicenda, se non quello legato al suo ruolo mafioso, che Fuda evidentemente riconosceva, facendone affidamento. L’intento di Fuda era ottenere una dilazione di 15 giorni: a quella data, se avesse ottenuto il prestito che aveva richiesto, avrebbe saldato l’intero importo, altrimenti avrebbe cominciato a pagare la somma di 500 euro al mese”. “Ma se gli vuoi dare meno, gli dai di meno, glielo dico io”. La parola del boss era una sola e “come segno di ringraziamento Carlo Fuda, sfruttando il ruolo di assessore da lui ricoperto, a titolo di favore personale, faceva pulire dai mezzi di Muraca srl, azienda che si occupa dei lavori di pulizia nel Comune di Siderno, i tratti di strada privata nella disponibilità di Antonio Commisso”.

Se, come emerge dalle carte della Dda, i cittadini e addirittura un assessore comunale si sono rivolti alla ‘ndrangheta per questioni personali, la fotografia dell’inchiesta lascia l’amaro in bocca. Il retrogusto è ancora peggiore. La sensazione, infatti, è che a Siderno non solo il tessuto sociale è infiltrato dalla ‘ndrangheta. Lo è anche quella parte dello Stato che ha imparato a convivere con i Commisso. Per dirla con le parole del procuratore Giuseppe Borrelli e del reggente della Dda Giuseppe Lombardo: “La forza della ‘Ndrangheta risiede anche nel controllo delle diatribe familiari sul territorio e i suoi rappresentanti vengono considerati vere e proprie autorità a cui appellarsi in caso di bisogno, in luogo delle istituzioni”.

L'articolo Il clan di Siderno passato dal nonno al nipote, chi è il boss Antonio Commisso capace di sostituirsi “all’autorità statuale” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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