Crisi Usa – Iran. La minaccia permane, ma sulle armi prevale il dialogo in avvio in Oman
Tutto sembrava pronto per un imminente attacco Usa al regime degli ayatollah. Un’escalation militare data quasi per certa dalle fonti israeliane. Navi da guerra e il meglio dell’aeronautica militare, giunte dalle basi più diverse, sono pronte ad entrare in azione. Ad aggiungere benzina sul fuoco, oltre alle nuove sanzioni sull’Iran, vi è stata la decisione dell’Ue di ritenere le guardie rivoluzionarie dei pasdaran come organizzazione terroristica.
Protesta e repressione
Questo dopo la feroce repressione. Un bagno di sangue, un massacro che ha causato migliaia di vittime tra chi protestava nelle imponenti manifestazioni contro il regime degli ayatollah che hanno incendiato il paese dagli ultimi giorni del 2025 fino al 10 gennaio 2026. Una protesta avviata dai bazari (commercianti, esercenti) per le sempre più difficili condizioni economiche, per l’inflazione record e l’aumento dei generi alimentari, cui si sono uniti gli studenti universitari e persone di tutti i ceti sociali.
Un’onda di odio verso il regime che si è estesa in tutti i centri del paese, anche quelli minori, a volte bruciando moschee e attaccando commissariati. A questo il regime teocratico, che ritiene la protesta eterodiretta e minoritaria, ha risposto sparando sulla folla, ricorrendo alle sue “guardie della rivoluzione “pasdaran”, alternando manifestazioni di fedeli che urlavano “morte all’America” a cui poi di fatto non seguono iniziative belliche contro l’odiato occidente.
Alle concrete minacce di un attacco militare americano, contro questo grande paese di 96 milioni di abitanti, (con un’età media di 34 anni), il governo iraniano degli ayatollah, ha aperto al dialogo, sospendendo alcune esecuzioni e mostrando una disponibilità di massima a trattare sull’atavica questione del suo nucleare.
I controlli sul l nucleare iraniano
Ricordiamo che nel giugno 2025 incursioni aeree statunitensi avevano colpito i principali siti nucleari (Fordow e Natanz), per fermare il programma di arricchimento dell’uranio da parte di Teheran. Un tema periodicamente al centro di controversie internazionali, per ispezioni e monitoraggi dell’AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica) sul possibile sviluppo di armamenti nucleari.
Obiettivi: destabilizzare il regime o limitare il suo potenziale nucleare?
Il presidente Trump, dopo aver fatto la faccia feroce, mobilitando un imponente apparato militare aeronavale, tra cui la portaerei Lincoln, ha poi affermato: “sarebbe fantastico se non dovessimo usarle”.
Ma in che modo si dovrebbe concretizzare questo attacco verso una nazione così grande e complessa?
Gli obiettivi della missione americana, oltre agli impianti nucleari e missilistici, puntano a indebolire (non si parla di distruggere) la guida suprema iraniana rappresentata dall’86enne Ali Khamenei. Si parla anche di operazioni “interne” che potrebbero essere funzionali ad una destabilizzazione politica del paese. Tuttavia la porta diplomatica verso negoziati resta aperta.
Una scappatoia bellica per gli Usa di Trump in crisi socio economica e di consensi?
Secondo alcuni esperti la variabile militare contro l’Iran, avrebbe come retroscena una situazione americana economico, finanziaria e sociale tutt’altro che florida rispetto ai successi a tutto campo vantati da Donald Trump. Che continua a registrare un forte calo di consensi (vedi nel suo Texas).
Il quadro statunitense registra un forte indebitamento pubblico, un quadro commerciale appesantito dalle minacce continue di dazi. Inoltre il piano che puntava sull’arrivo di nuovi insediamenti industriali dall’estero non ha avuto grandi riscontri. Un paese che si è chiuso e che è diventato antipatico nel mondo anche grazie alle iniziative della guardie pretoriane (ICE) del tycoon che danno la caccia ai migranti con metodi violenti, protetti da personaggi intrisi di razzismo e oscurantismo della congregazione Maga. Un quadro pesante che, eventuali iniziative belliche, o dimostrazioni di forza a stelle e strisce, potrebbero migliorare rafforzando lo spirito identitario nazionalistico e ridimensionando le opposizioni. Una ricetta ricorrente nelle dittature.
In questo quadro Cina e Onu hanno messo in guardia da una possibile escalation.
Gli Usa mostrano i muscoli con la portaerei Lincoln
La mobilitazione del fior fiore dell’aeronautica e della marina militare USA la dice lunga sulla concretezza della minaccia bellica e la pressione sul regime di Teheran. Questo con la presenza di caccia F-35A Lightning II, aerei KC-46A Pegasus e velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler. Vi sono poi i C-17 Globemaster III giunti da basi aeree in Germania, Arabia Saudita e Kuwait.
Ancora più pesante è la minaccia sul fronte mare partendo dalla portaerei Lincoln, del cacciatorpediniere Delbert D. Black che, partito da Eilat (Israele) sul Mar Rosso è pronto ad entrare in azione in quell’area calda come lo stretto di Hormuz (tra Iran e Oman) dove passa una parte importante del traffico petrolifero via mare, (ben tremila navi al mese che incidono sul 20-30% del greggio mondiale).
L’Iran non è il Venezuela, dove Trump, “conquistato” il petrolio per le sue compagnie, ha lasciato le cose come stavano sul fronte politico.
In Iran, pur essendoci una grande maggioranza di giovani e di persone, specie nei grandi centri urbani, che non ne possono più di un regime fondamentalista e oscurantista, persiste un importante componente che continua a riconoscersi nel regime religioso. Regime che esiste dal 1979, con l’arrivo di Khomeini che segnò la fine della monarchia dello scià Reza Pahlavi.
Sul rapporto difficile tra il tycoon e gli ayatollah ricordiamo come, nel suo primo mandato da presidente (2017), Trump fece saltare gli accordi avviati e portati avanti da Obama con l’Iran sul nucleare.
La questione resta in stallo ma tra le parti sono in avvio importanti negoziati in Oman a Muscat.
L'articolo Crisi Usa – Iran. La minaccia permane, ma sulle armi prevale il dialogo in avvio in Oman proviene da Nuova Società.