Il libro come antidoto alla polarizzazione: Davide Falletta e la resistenza della struttura contro la dittatura dell’istante
In un’epoca che scambia l’intensità per profondità e riduce l’identità a performance, l’editoria diretta propone un ritorno radicale alla complessità. Contro il “personal branding urlato”, vince chi sa rallentare.
Viviamo in un’epoca che ha tragicamente scambiato l’intensità per la profondità. L’attenzione collettiva viene spinta costantemente agli estremi, compressa in slogan di pochi secondi, polarizzata fino a trasformarsi in pura tifoseria digitale. Nel mezzo, in quella terra di nessuno che richiede tempo, continuità e argomentazione, resta il deserto. È in questo spazio che prospera il “personal branding urlato”, mentre il merito silenzioso fatica a emergere.
La polarizzazione dell’attenzione è una conseguenza ben calibrata di un modello di business, non uno sfortunato effetto collaterale della rete. Le piattaforme premiano algoritmicamente ciò che divide, perché ciò che divide trattiene meglio l’utente. L’urgenza sostituisce la riflessione, l’iperbole prende il posto della competenza. La regola non scritta è brutale: chi non alza il volume, scompare dai radar. O almeno, così sembra.
Davide Falletta legge questo scenario con una lente diversa, quasi sociologica. Senza lanciarsi in critiche morali, inutili in questo contesto, addita un problema sistemico che coinvolge tutti. Se l’attenzione è polarizzata, tutto il valore che non si presta alla semplificazione estrema viene espulso dal mercato non perché sia debole, ma perché è complesso. E la complessità, nell’economia del click, è diventata un costo insostenibile.
Il libro torna in scena come strumento “politico” nel senso più alto del termine: scrivere un libro oggi è un atto di resistenza strutturale. Significa sottrarsi volontariamente alla logica del frammento per imporre una sequenza più strutturata e andare oltre la reazione istintiva a un post, alla ricerca di un percorso di pensiero articolato ed efficace.
A metà strada tra comunicazione d’impresa e filosofia operativa, il libro agisce come un antidoto, ricomponendo la comunicazione anziché cercare di competere e influenzare per attrarre attenzioni effimere. Anziché dividere per inseguire l’engagement, il libro ricompone la comunicazione, creando comprensione e ordine dove prima c’era frammentazione. Una logica distante da quella del contenuto social, che esplode e scompare nel giro di poche ore. Qui il tempo non è un nemico da battere sul cronometro, è un alleato da coltivare.
A questo punto la prospettiva cambia. Il vero problema non è che il personal branding sia diventato troppo rumoroso. È che ha smesso di essere strutturato. L’identità pubblica di molti professionisti si è ridotta a performance. Senza una base testuale solida, ogni messaggio lanciato nel vuoto resta isolato, privo di radici e di continuità.
L’analogia è semplice: un personal branding senza struttura somiglia a un edificio tirato su in fretta, senza fondamenta vere. Da lontano sembra persino notevole, magari per il tempo di una storia su Instagram. Poi cambia il vento, cambia il contesto, e si vede subito dove manca la tenuta.
Un libro lavora in modo diverso. È la parte che non fa scena, perché sta sotto. Eppure è quella che regge: dà continuità, dà credibilità, permette al resto di non essere soltanto presenza.
Il lavoro di Davide Falletta Editore si muove proprio in questa direzione: costruire ordine dove oggi domina l’improvvisazione. Ovviamente non si può pensare di “spegnere” il digitale, così come si può evitare che l’unica strategia possibile per farsi notare sia “alzare la voce”. Per qualcuno, esistere non dovrebbe significare urlare.
C’è un riferimento culturale che chiarisce il punto meglio di ogni analisi tecnica. Zygmunt Bauman descriveva la “modernità liquida” come una condizione priva di forme stabili. Il libro reintroduce una forma flessibile, leggibile e durevole. In un mondo liquido, la capacità di dare forma al pensiero diventa il valore supremo.
A te che leggi, soprattutto se operi in settori dove la fiducia è la valuta centrale, una frase va detta con precisione chirurgica: se la tua presenza pubblica è fatta solo di reazioni agli eventi, non stai costruendo identità. Stai partecipando al rumore. Senza una struttura che tenga insieme il tuo pensiero logico, ogni tuo contenuto resta un evento isolato, incapace di generare autorità.
La critica di Falletta al personal branding urlato si configura come un richiamo alla responsabilità del dire per parlare meno, ma in modo più definitivo. Scrivere deve tornare a essere un vantaggio strategico, senza tentare di compiacere l’algoritmo e così facendo lasciare una traccia coerente. Il libro, in questo senso, funziona come un dispositivo di rallentamento. Costringe chi scrive a scegliere cosa conta davvero. Costringe chi legge a fermarsi e ascoltare. In una società che corre ciecamente verso l’estremo, rallentare diventa il gesto più radicale e rivoluzionario possibile.
Resta una domanda di fondo: può esistere vera autorevolezza senza continuità? Senza un filo rosso che tenga insieme le idee nel tempo? La risposta è no. L’autorevolezza non nasce dal colpo di scena, ma dalla coerenza ripetuta.
E torniamo all’inizio. La polarizzazione dell’attenzione non si combatte urlando più forte degli altri. Si supera costruendo strutture così solide che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi riconoscere. La verità finale è semplice e controcorrente: in un mondo che divide per attirare, chi struttura per comprendere esercita il vero potere.
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