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L’anacronismo militante della “Cancel Culture”: leggere il saggio di Mastrangelo e Petrucci per orientare la bussola

La riflessione sulla cosiddetta “cancel culture” non può prescindere da un minimo inquadramento storico, utile a comprendere come il controllo della memoria sia da sempre uno strumento di potere. La pretesa di cancellare, rimuovere o delegittimare il passato non nasce nel XXI secolo, ma accompagna la storia politica fin dalla notte dei tempi e dall’aggregazione sociale intesa come politica, il bene della Pòlis.

Dalla damnatio memoriae alla cancel culture

Nell’antica Roma questa pratica prese il nome di damnatio memoriae, la «condanna della memoria». Attraverso un atto politico, spesso deliberato dal Senato, si ordinava la cancellazione del nome, dell’immagine e di ogni traccia pubblica di un individuo ritenuto nemico dello Stato, traditore o cattivo governante. Statue abbattute o sfigurate, nomi scalpellati dalle iscrizioni, ritratti eliminati da monete e monumenti. Colpire la memoria significava colpire l’onore, l’identità e la continuità stessa della persona e della sua famiglia.

La centralità di questa pena si spiega con il valore attribuito dai Romani al ricordo pubblico, inteso come forma di immortalità. Essere ricordati equivaleva a continuare a esistere, mentre essere cancellati rappresentava l’onta suprema. Non a caso la damnatio memoriae colpì soprattutto figure di vertice: imperatori, membri delle grandi famiglie, protagonisti della vita politica. La memoria, da lunga che doveva essere, semplicemente non era più.

La pratica, peraltro, non fu esclusiva di Roma. Forme analoghe erano già presenti nell’antico Egitto e nel mondo greco e continuarono, con modalità diverse, nel Medioevo. Il passaggio di potere tra Merovingi e Carolingi nell’VIII secolo ne è un esempio emblematico: la deposizione dell’ultimo re merovingio e la sistematica delegittimazione della sua dinastia attraverso la storiografia ufficiale mostrano come la cancellazione della memoria potesse avvenire anche senza distruzioni materiali, ma tramite la riscrittura del racconto storico.

La gogna morale permanente che chiede l’espulsione dallo spazio pubblico

In età moderna e contemporanea, la damnatio memoriae ha perso la forma di sanzione giuridica, ma non la sua funzione politica. L’abbattimento di statue, la rimozione di simboli e la riscrittura del passato hanno accompagnato la caduta di regni e regimi e i grandi rivolgimenti politici del Novecento. Negli ultimi decenni, tuttavia, questa tendenza ha assunto forme nuove, diffuse e apparentemente spontanee, riassunte sotto l’etichetta di “cancel culture”.

Campagne mediatiche, pressioni sociali, mobilitazioni digitali che mirano a espellere dal discorso pubblico persone, opere, simboli giudicati incompatibili con i valori – di parte – del presente. Il caso, recente, delle polemiche sulle statue di Indro Montanelli e Giorgio Almirante, rilanciate da ambienti mediatici e personaggi come Saverio Tommasi, si inserisce pienamente in questo quadro, come abbiamo scritto sul Secolo. Non si tratta di discutere criticamente figure storiche complesse, ma di sottoporle a una gogna morale permanente, chiedendone la rimozione dallo spazio pubblico in nome di una presunta purezza etica retroattiva.

È qui che il parallelo con la damnatio memoriae diventa più stringente. Come nell’antichità, anche oggi la cancellazione non mira tanto a comprendere quanto a giudicare con le lenti del presente, non a storicizzare ma a espellere, a mettere la testa sotto la sabbia. Il passato viene letto esclusivamente con le categorie “morali” di oggi, ignorando il contesto sociale, politico e culturale in cui quei personaggi operarono. È una forma di anacronismo militante che tradisce i fondamenti stessi della disciplina storica e del suo metodo di studio finalizzato alla lettura e comprensione.

“Cancel culture”, il libro che ricostruisce le origini del fenomeno

Su questo terreno si inserisce il volume di Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci, Cancel culture (Signs Publishing). L’opera, di oltre 350 pagine, si propone come una genealogia culturale e politica della cancel culture, la cultura dell’amnesia come prassi e come metodo, ricostruendone le origini contemporanee nei campus universitari statunitensi, il legame con il wokismo e le teorie decostruzioniste, e il progressivo approdo in Europa e in Italia.

La volontà di annientare il passato in quanto tale

Gli autori leggono la cancel culture come una forma di iconoclastia contemporanea, non finalizzata alla sostituzione di nuovi idoli, ma all’annientamento del passato in quanto tale. Un appiattimento che non esita a passare sopra alle identità collettive, guidato da tutti i temi cari alla sinistra di questi anni, fra cui teorie gender, ambientalismo sciatto, decrescita felice e così via.

L’iconoclastia come esercizio di potere

Particolarmente efficace è il richiamo, nella prefazione di Boni Castellane, a una lettura foucaultiana dell’iconoclastia come esercizio di potere: cancellare la memoria per ridefinire il presente. In questa prospettiva la cancel culture appare non come una semplice moda o un eccesso del dibattito pubblico, ma come una strategia culturale coerente, una vera e propria guerra simbolica contro l’identità storica dell’Occidente.

Il libro non si limita alla denuncia, ma offre una ricostruzione ampia e documentata dei meccanismi attraverso cui il fenomeno si diffonde, delle sue ricadute sull’istruzione, sui media, sul patrimonio culturale, e delle sue implicazioni politiche. La pubblicazione per Signs Publishing si inserisce in un filone di studi che invita a prendere sul serio un fenomeno troppo spesso liquidato con superficialità ma che, in certi ambienti antifascisti e antagonisti, trova terreno fertile.

Una questione di metodo: ritornare al rapporto tra memoria, storia e potere

Al di là delle posizioni, che si possono condividere o discutere come auspicabile per ogni opera, il merito principale del volume sta nel riportare il dibattito su un terreno essenziale: quello del rapporto tra memoria, storia e potere. Come viene insegnato il primo giorno di ogni corso di metodologia della ricerca storica, il passato va compreso nel suo contesto, non giudicato sommariamente con categorie estranee. I fenomeni storici devono essere letti nella loro dimensione temporale, locale, regionale, globale e soprattutto sociale. Senza questo – lungo – esercizio di storicizzazione, non si fa storia, ma moralismo approssimativo e superficiale.

Per fare i conti con il passato sarebbe necessario accettarne anche gli aspetti scomodi, controversi, contraddittori, talvolta disturbanti per il lettore o lo studioso del presente. Cancellarli non rende la società più giusta o più consapevole, ma solo più fragile e smemorata. E come ricordava Milan Kundera, per liquidare un popolo si comincia col privarlo della memoria. È una lezione antica, che attraversa i secoli dalla damnatio memoriae romana alla cancel culture contemporanea, e che oggi più che mai merita di essere presa sul serio.

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