Adriatici, ultimo atto della difesa: «Nessuna ronda armata, va assolto»
VOGHERA. Nessuna ronda armata, quella sera del 20 luglio 2021. E nemmeno un pedinamento stretto della vittima, incrociata invece per caso in via Emilia, a due passi da piazza Meardi. L’ex assessore leghista Massimo Adriatici, a processo per avere esploso il colpo di pistola che cinque anni fa uccise il 39enne Younes El Boussettaoui, in piazza Meardi, «cercava solo di tenere d’occhio» quell’uomo che «già in passato aveva creato problemi». L’avvocato difensore Carlo Alleva, che affianca l’imputato insieme al collega Luca Gastini, ha compiuto, con la sua arringa, l’ultimo tentativo per scongiurare una condanna a 11 anni e 4 mesi per l’accusa di omicidio volontario, come chiede la procura di Pavia guidata da Fabio Napoleone. L’ex assessore è a processo con rito abbreviato davanti al giudice Luigi Riganti, dopo che il primo giudizio, per eccesso colposo di legittima difesa, si era concluso con l’ordinanza della giudice Valentina Nevoso che aveva chiesto alla procura di riqualificare l’imputazione di eccesso colposo di legittima difesa in omicidio doloso.
L’ultimo atto
Nel nuovo capo di imputazione si sottolinea come il proiettile che colpì Younes tra il torace e l’addome, e provocò una emorragìa, fu esploso «in violazione dei doveri del suo ufficio di assessore». Adriatici, per i pm, svolgeva «indebitamente un servizio di ronda armata» e di «pedinamento» della vittima, e «dopo avergli mostrato la propria pistola ed essere stato colpito da lui con una manata al volto che ne determinava la caduta a terra, la perdita degli occhiali indossati e contusioni al volto refertate in due giorni, esplodeva un colpo d’arma da fuoco». In tribunale si è consumato l’ultimo atto del processo, anche se alla prossima udienza del 24 febbraio, quando è prevista anche la sentenza, potrebbero ancora replicare sia il pm che gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, che rappresentano i familiari del 39enne. L’udienza è stata tutta dedicata alla prosecuzione dell’arringa difensiva, che era cominciata con Gastini.
Il difensore Alleva ha ribadito la tesi su cui si è concentrata tutta la strategia difensiva: Adriatici quella sera era per strada per fare una passeggiata ed era armato perché portava sempre la pistola. Non stava facendo, quindi, una ronda armata, né seguiva Younes. La sua fu legittima difesa perché sparò, con la sua Beretta calibro 22 detenuta regolarmente, dopo essere caduto per uno schiaffo a mano aperta. La difesa ha così chiesto l’assoluzione invocando «l’incapacità naturale» dell’imputato al momento del fatto, perché il colpo di pistola fu esploso non in modo cosciente, ma in un momento di blackout mentale. «Il nostro assistito non ricorda nulla di quel momento», ha ribadito l’avvocato Alleva.
Le parti civili
«Le lunghe arringhe contano poco, quello che conta è la realtà dei fatti: Adriatici ha seguito El Boussettaoui e lo ha fatto nonostante sapesse dei suoi problemi psichici, così come ci hanno detto diversi testimoni», è il commento a fine udienza dell’avvocata di parte civile Debora Piazza, secondo cui «Adriatici dopo avere seguito Younes lo ha aspettato in piazza Meardi e infine gli ha mostrato la pistola». Un gesto che per la procura e le parti civili avrebbe scatenato la reazione di Younes, «che infatti ha chiesto ad Adriatici cosa fosse quell’arma e cosa volesse fare. Dopo lo schiaffo l’imputato ha esploso il colpo uccidendolo, poi con freddezza ha telefonato, usato il cellulare, ha parlato con i suoi ex colleghi, senza preoccuparsi della vittima che moriva agonizzante. Per questo è omicidio volontario: i familiari aspettano una sentenza giusta ormai quasi da 5 anni».