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Ddl Stupri, perché la riformulazione a firma Bongiorno segna un arretramento gravissimo

Dopo la presentazione del disegno di legge di modifica della normativa sulla violenza sessuale in Commissione Giustizia, ho ricordato le parole di Titti Carrano, carissima amica, compagna di lotte, avvocata e presidente di DiRe dal 2011 al 2017. Ogni volta che discutevamo della necessità di intervenire sull’articolo 609 bis del codice penale, Carrano metteva in guardia da un rischio preciso: in assenza di un confronto serio e approfondito tra giuriste, forze politiche e associazioni femministe, qualsiasi modifica avrebbe prodotto un testo peggiorativo. Temeva iniziative strumentali e demagogiche, costruite sulla pelle delle donne e finalizzate unicamente alla raccolta di consenso.

E così è stato, anche grazie all’imperdonabile ingenuità politica e alla scarsa lungimiranza di Elly Schlein e del Partito Democratico che si sono fatti mettere in scacco da forze politiche tutt’altro che raffinate. Un errore grave, su cui le opposizioni dovrebbero riflettere seriamente.

Il disegno di legge che modifica l’attuale normativa sulla violenza sessuale, a prima firma Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia del Senato, è un testo confuso, ambiguo e mal scritto – cosa sarebbero, ad esempio, le violenze “a sorpresa”? – che, peraltro, comporta un abbassamento delle pene: si tratta di un’anomalia in un Parlamento a vocazione forcaiola. Ma questo ddl non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel percorso di riforma dell’articolo 609 bis: segna un arretramento gravissimo, che mette a rischio tutte le donne, limitando la loro possibilità di far valere il diritto alla libertà sessuale e all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui denunciano una violenza.

Si tratta di una pagina nera nella storia dei diritti delle donne italiane. Dal 1997 a oggi, pur tra contraddizioni e battaglie difficili, l’ordinamento aveva conosciuto un’evoluzione che rafforzava le risposte di giustizia alle vittime di violenza maschile: una violenza strutturale e trasversale, radicata in stereotipi e asimmetrie di potere, che vede – lo svelano le statistiche – un uomo su tre autore di almeno un atto violento contro una donna. Tra queste, la violenza sessuale è il crimine che viene meno denunciato, ed è il fenomeno che resta maggiormente sommerso e meno stigmatizzato socialmente. Le sopravvissute alla violenza sessuale sono quelle più esposte a rischio di vittimizzazione secondaria e istituzionale.

Quanto avvenuto dal 19 novembre fino ad oggi segna uno spartiacque nei diritti delle donne, e svela il volto reazionario e misogino delle forze politiche che oggi hanno la maggioranza in Parlamento. Il testa-coda della riforma dimostra chiaramente che non si tratta di un correttivo volto a migliorare il testo approvato all’unanimità alla Camera, il 19 novembre 2025 – come promesso da Giulia Bongiorno – ma di un colpo di spugna, fortemente voluto dalla Lega, che ha smantellato l’impianto della riforma basata sul consenso e ha cancellato i progressi della normativa precedente.

Una normativa che aveva consentito il consolidamento della giurisprudenza della Corte di Cassazione, la quale aveva definito il reato di violenza sessuale a partire dall’assenza di consenso, e non dalla necessità che la donna manifestasse un dissenso esplicito o subisse violenza fisica o minacce evidenti. Non a caso, il rapporto Grevio sull’Italia, pubblicato il 5 dicembre scorso, rilevava con soddisfazione che la Cassazione si era “chiaramente allineata ai requisiti della Convenzione di Istanbul”.

A novembre ci avevamo creduto. Sarebbe stato sufficiente approvare anche al Senato la riforma votata all’unanimità alla Camera. Invece, il giorno successivo, si sono levate obiezioni e allarmismi da parte di esponenti politici e delle Camere penali, tutti fondati su uno stereotipo duro a morire: le donne mentono, le denunce sono strumentali, le accuse di stupro sono vendette personali.

Matteo Salvini, in quei giorni, dichiarò che un consenso “preliminare, informato e attuale” avrebbe aperto la strada a un’ondata di contenziosi. Un’affermazione che ignora deliberatamente i dati: solo il 10% delle violenze sessuali viene denunciato, e le denunce non sono in aumento, mentre – come rileva l’Istat – aumentano le violenze sessuali contro le donne tra i 18 e i 25 anni. La riforma sul consenso chiara nella sua formulazione avrebbe semmai incoraggiato le donne a denunciare le violenze sessuali e avrebbe abbassato il rischio di vittimizzazione secondaria, ma si tratta di un salto di civiltà che questo Parlamento non ha intenzione di fare.

Quali sono i passaggi critici?

Nel ddl Bongiorno il consenso scompare, sostituito dalla generica “volontà”, e viene introdotto il concetto di dissenso con conseguenze devastanti. Le donne dovranno dimostrare in tribunale di aver detto “no” per essere credute, ignorando ciò che la letteratura scientifica documenta da anni: durante un’aggressione sessuale molte vittime entrano in uno stato di freezing o tanatosi, che impedisce loro di parlare o reagire. O più semplicemente accade che le donne non abbiano la prontezza di reazione che ora invece sarà chiesto loro di avere.

Riportando il dissenso al centro del reato, questo ddl – se approvato – cancellerà l’orientamento giurisprudenziale della Cassazione sul consenso, così come si era espressa negli ultimi dieci anni e offrirà agli avvocati degli stupratori uno strumento solido per sottoporre le donne a pressanti interrogatori umilianti e invasivi. E non è l’unico passaggio insidioso, come ha spiegato l’avvocata Elena Biaggioni di DiRe: “il riferimento agli atti sessuali ‘a sorpresa’ ci pone una domanda. Che cosa intende il legislatore, che lo stupro è solitamente preannunciato? Nelle pieghe dell’ambiguità troveranno posto pregiudizi; quanto alla riformulazione dell’ipotesi di minor gravità, ci sono altri elementi di preoccupazione. Sposta il focus dall’atto al danno, come se la violazione del corpo di una donna fosse valutabile solo in base alle sue conseguenzemisurabili.

Le critiche delle opposizioni, delle femministe e dei centri antiviolenza si moltiplicano. Le Camere penali incassano e tacciono mentre il messaggio politico che arriva dal Parlamento è chiaro: i corpi delle donne restano a disposizione degli uomini, fino a prova contraria. E tutto questo porta la firma di una donna: Giulia Bongiorno.

L'articolo Ddl Stupri, perché la riformulazione a firma Bongiorno segna un arretramento gravissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.

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