Piccinini e la telecronaca dal telefono del bar
Il suo idolo era Gianni Rivera. Lui è stato un discreto calciatore ed era stato ricevuto da Nils Liedholm, che allora allenava la Roma. Però, finito il provino, il “Barone” gli aveva chiesto come andava a scuola. «Bene», risponde lui. E il mister: «Bravo, allora continua a studiare». Sandro Piccinini voleva seguire le orme del padre, che aveva giocato alla Roma, poi Salernitana, Palermo, Juventus e Milan. Invece è diventato un bravo telecronista e non si pente della scelta.
«Quando la Roma mi ha scartato, mi ha preso la Lazio, però volevano mandarmi in prestito al Latina. Ma cinque allenamenti a settimana erano troppi. Così ho mollato e mi sono avvicinato al mondo delle radio e televisioni locali. Allora era una giungla».
Il padre Alberto, discreto centrocampista (gioca anche in nazionale), muore nel 1972, quando Sandro ha 14 anni. Sogna di diventare il nuovo Rivera. È sua madre che chiama Liedholm (aveva giocato con il padre) e chiede un provino per il figlio. «Mi rispose – dice Sandro – di continuare gli studi, che il calcio è roba per pochi. In quel momento l’ho odiato. Ero convinto di essere andato bene». Poi la madre lo introduce nel mondo delle tivù. Ma, siamo negli anni ’70, non ci sono le tecnologie di adesso. «Le radio private – racconta Piccinini - non avevano i diritti per trasmettere le gare. Una volta, da Firenze, con un sacchetto di gettoni, ho trasmesso una gara dal telefono del bar. Non vedevo la partita, ma un mio amico mi portava un biglietto con segnate le azioni principali».
«E a Genova – riprende il racconto – facevo la telecronaca dal balcone di un appartamento. Pagavo 50mila per usare il telefono, ma il proprietario si faceva dare anche 10mila a testa per ogni spettatore. Saranno stati 10 o 15, e quando c’era un gol facevano casino. Poi, nel 1990 hanno ristrutturato lo stadio e da quel balcone non si vedeva più niente».
Piccinini arriva a Mediaset. Fa le telecronache con a fianco Fabio Capello, Roberto Bettega, Aldo Serena. Una sera, prima di Real-Barcellona, fa l’elenco degli infortunati e lo chiama Berlusconi. «La gente – gli dice – vuole sapere chi sono i giocatori in campo, se lei fa l’elenco di chi non gioca, i tifosi cambiano canale». Ma Berlusconi era esigente anche sul look: «Non si vedono le maniche delle camicie, lei porta quelle a manica corta? Si devono vedere i polsini fuori dalla manica della giacca». Piccinini da ragazzo tifa la Juve. «Aveva Sivori, il Cabezon, mi facevano impazzire i suoi tunnel».
Poi ci sono le frasi storiche. Lui ci ha abituato alle “sciabolate”. «Ce ne sono 4 - dice –: la classica, la morbida, la tesa e la disperata, quando devi recuperare il risultato». Quando sono tutti in area, Piccinini urla «mucchio selvaggio». Salvo chiudere con «non va» quando la palla finisce fuori. «Non va», glielo aveva detto anche Liedholm, che aveva visto lungo: meglio un bravo giornalista che un mediocre calciatore.