“Nei club degli Anni 90 c’erano persone che si travestivano da donna il sabato e la mattina lavoravano in banca. Quando è morto Della Monica i Planet Funk hanno rischiato di scomparire”: parla Alex Neri
“Fioritura”. È questa la traduzione del titolo del nuovo disco dei Planet Funk “Bloom”. Collettivo nato nel 1999 che, negli ultimi anni, ha dovuto affrontare le dolorose perdite di due dei quattro fondatori del gruppo, Sergio Della Monica e Domenico Canu. La favola dei Planet Funk, una delle realtà più importanti del panorama della musica elettronica e dance internazionale, come raccontato da dj Alex Neri, ha rischiato di finire.
Sono stati molti i periodi di “appassimento” dovuti, soprattutto, alle difficoltà nel ripartire a seguito delle scomparse dei due “fratelli”. Tuttavia, il collettivo è riuscito a farsi forza, a guardare oltre nonostante i vuoti incolmabili. E con sé è arrivata nuova (bella) musica e, dunque, la “fioritura”. I Planet si sono riassestati e, dopo quindici anni, hanno pubblicato il loro nuovo disco di inediti, “Bloom”. Il gruppo “anglo-partenopeo” è formato da Alex Neri, Marco Baroni e dalle voci di Dan Black ed Alex Uhlmann. In occasione dell’uscita di “Bloom”, Alex Neri ha raccontato, a FqMagazine, la lunga genesi del progetto, composto da dodici tracce.
Siete dislocati in varie parti del mondo: come vi siete ritrovati per il disco?
Non è mai facile. È sempre stato un po’ il nostro problema la logistica. Ogni volta che ci muoviamo è molto costoso, poi bisogna incastrare le esigenze di tutti. Alex Uhlmann vive a Milano mentre, Dan Black, vive a Parigi. La tecnologia ci aiuta ad organizzarci al meglio.
Quanto ci avete lavorato tra scrittura e produzioni?
È un processo lunghissimo perché nell’album ci sono canzoni scritte con i nostri soci – quelli che purtroppo abbiamo perso – rivisitate in chiave più moderna, che rispettassero ciò che siamo oggi, ovvero un gruppo un po’ nuovo. L’abbiamo iniziato a scrivere nel 2014.
Dopo la scomparsa di Sergio Della Monica, nel 2025 è venuto a mancare Domenico Gigi Canu. C’è stato il rischio della fine dei Planet Funk?
C’è stato eccome, soprattutto quando è morto Sergio. Non perché uno fosse meglio di un altro, ma semplicemente perché era stato il primo ad andarsene. È stata una cosa che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato potesse accadere. Ci siamo presi un po’ di tempo. Poi, la moglie di Sergio, dopo i primi anni di grande sofferenza che l’hanno tenuta distante da noi, ha deciso di diventare la nostra manager. Quando lei è tornata dicendo ‘secondo me Sergio vorrebbe questo’, abbiamo preso tutti forza per riniziare un altro percorso.
È sia merito della moglie che vostro?
Abbiamo anche ereditato il nostro modo di fare musica. Quando stai tanti anni in studio insieme, alla fine, diventa un metodo. E questo metodo ce lo siamo ereditato. Non nascondo che, molte volte, quando sono in studio, per me è un po’ come se avessi Sergio e Gigi a fianco. Ragiono anche con la loro testa.
Il titolo “Bloom” è un omaggio alla resilienza?
Assolutamente sì. Pensavamo fosse davvero il titolo giusto anche per tracciare una linea di ripartenza. Perché non è che ci piace tanto star lì a parlare delle nostre cose. Odio cavalcare, solcare queste cose populiste. Ovviamente abbiamo sofferto moltissimo perché sono perdite incredibili, sono fratelli. Però ci piace anche pensare che la vita vada avanti e che, quindi, occorra concentrarsi su quello che è poi il nuovo, il futuro e quello che verrà.
In “Feel Everything” Dan Black dice: “Sono così stanco di vivere / vivendo il sogno di qualcun altro”…
Il brano riassume quello che stavo dicendo, della perdita dei nostri fratelli e del nuovo che stava arrivando. Quando è morto Gigi eravamo al Tenax (un club di Firenze, ndr) e stavamo, dopo il Festival di Sanremo 2025 (dove i Planet Funk si erano esibiti come ospiti sul palco galleggiante Costa Toscana, ndr) preparando la tournée estiva. Era morto Gigi ma, essendo in studio a fare le prove, non avevamo avuto neanche il tempo di viverci il lutto di nostro fratello. Eravamo andati a Napoli al funerale e siamo tornati la mattina dopo ed eravamo già in sala prove per il live. Lì è nata questa discussione con Dan Black dove ci siamo resi conto di non avere neanche il tempo di viverci un lutto che eravamo già a provare.
Vi siete detti altro?
Da lì la discussione si è prolungata, arrivando a quello che stiamo vivendo oggi. C’è un mondo pieno di informazioni dappertutto, che non ti dà modo di concentrarti un attimo su te stesso, sui tuoi sentimenti e sui tuoi bisogni reali, non materiali. Così è nata questa canzone. M’immedesimo anche un po’ nelle nuove generazioni. Perché un conto è un uomo della mia età, che riesce a filtrare molto di quello che viene detto ed è in grado di farlo suo. Un altro è magari un ragazzino di vent’anni che non ha proprio l’esperienza di vita per poterlo fare.
In “The World’s End” torna spesso il concetto di indossare delle “maschere”. Ci sono momenti in cui senti di non averla?
Ho lavorato tantissimo per levarmi qualsiasi tipo di maschera, ma l’ho avuta. Quando si lavora con il pubblico inevitabilmente devi costruirti un alter ego. Il pubblico è una cosa meravigliosa ma, quando ci si espone, c’è sia chi ti ama e sia chi ti odia. È un test dove ti metti in pasto. E quindi un alter ego ti serve un po’ per proteggerti. Poi però ho cercato, anno dopo anno, di levarmi qualsiasi tipo di maschera. E non so se ci sono riuscito, ma sono sicuro che sto provando.
“Sono un amante dell’eccesso. Non riesco ad averne abbastanza di quella pura ebbrezza”, cantate in “I Get A Rush”. Nel vostro percorso artistico, che ruolo hanno avuto le sostanze?
A me fa sempre bene un po’ d’alcol, uno shot di tequila prima del concerto, perché alleggerisce le tensioni. Da un punto di vista creativo non c’è mai stato il bisogno. Se uno si va a scavare dentro non ha bisogno di alcun tipo di sostanza. Con questo non giudico, non voglio passare da prete.
“Leap In To The Light” è un invito a viaggiare con la mente. Le persone, con tutte le notizie di cronaca e le difficoltà personali, riescono ancora ad andare oltre con l’immaginazione?
Alcuni riescono. Siamo così sommersi di informazioni che a volte non c’è proprio spazio alla fantasia, non abbiamo tempo. Basti pensare anche alla velocità con cui si scrolla su Instagram. Non è che ci si sofferma. È anche un periodo dove il lavoro è tanto ed è diventato molto stressante. La gente ti scrive su WhatsApp e se non rispondi subito sembra che qualcuno stia morendo. Tutto il mondo va così veloce che alla fine si ha sempre poco tempo per la fantasia o per leggerti un libro. Si arriva stravolti la sera. È un problema comune a tutti.
Si parla sempre di più di crisi del clubbing. I giovani di oggi si sono disaffezionati a quel tipo di vita notturna?
Sono generazioni completamente diverse. Credo che oggi i giovani vivano un po’ di quello che abbiamo fatto negli Anni 90, come noi avevamo un po’ evitato quello che aveva fatto la generazione prima, negli Anni 70. Oggi tanti giovani hanno uno stile di vita più sano. Cercano di mangiare bene, cercano di non fare le sei di mattina. In questo è cambiato molto il clubbing. Tanti di loro sono semplicemente inibiti dal fatto che qualsiasi cosa che fanno possono essere immortalati.
Negli Anni 90 era più difficile accadesse?
Nei club degli Anni 90 c’erano persone che si travestivano da donna il sabato e di mattina lavoravano in banca. Cose che magari oggi sarebbero impensabili. Il fatto che in ogni momento si possa essere immortalati dai social non ti rende neanche poi così libero di vivere la vita come vorresti. La crisi del club però credo sia dovuta ad un’assenza totale della politica italiana, delle politiche sociali, della cultura.
Come vedi il presente e il futuro della musica elettronica con l’IA?
Dipende tutto dalle coscienze. Tutto il mondo è diviso tra coscienza e non coscienza. È ovvio che se esiste una cosa come l’intelligenza artificiale a disposizione dell’uomo possa essere una cosa molto favorevole. Io stesso ogni tanto la uso per tradurre e per preparare delle mail. Il male è se io divento schiavo dell’AI e non ragiono più con la mia testa. Finché il progresso e le tecnologie rimangono a servizio dell’uomo, lo impegnano. Quando la tecnologia prende il posto dell’uomo è pericoloso.
Dal 6 maggio girerete l’Europa con il vostro tour, cosa puoi anticiparci?
Sono veramente contento di partire da città internazionali. Il fatto che all’estero ci sia ancora un circuito di clubbing, di musica live, ci fa ben sperare. Siamo felici anche per le città che tocchiamo: Londra, Berlino, Barcellona, Madrid sono città che tutt’oggi vivo da DJ e mi rendo conto anche delle agevolazioni che possono dare quando uno fa musica o cultura in generale.
C’è anche una differenza di scena musicale rispetto alla nostra?
Non è tanto la scena. È più una differenza dal punto di vista sociale nel nostro Paese ma anche, soprattutto negli ultimi vent’anni, di politiche sociali. Servirebbe qualcuno che riesca a vedere un pochino più in là rispetto al solo oggi. Mancano i rischi. Come hanno fatto gli spagnoli che, per esempio, stanno volando in questo momento e, non a caso, facciamo due date in Spagna, a Barcellona e a Madrid. Il nostro Paese soffre di quello che è il proprio male. La cultura e il club sono una conseguenza di quella che è la nostra situazione politica.
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