Finalmente aumento pensioni: nel 2026, arrivano 3 euro in più (al mese)
Finalmente aumento pensioni: nel 2026, arrivano 3 euro in più (al mese)
C’è una buona notizia per i pensionati. O almeno così viene presentata. Dal 1° gennaio 2026 è scattata la rivalutazione degli assegni legata all’inflazione e, per alcuni, l’aumento sarà reale, visibile, tangibile. Tre euro in più al mese. Poco più di un caffè. Forse nemmeno quello, se corretto.
La percentuale di perequazione è ormai ufficiale: +1,4% dal gennaio 2026, come stabilito dal decreto del Ministero dell’Economia pubblicato in Gazzetta ufficiale a fine novembre. Un dato definitivo, che consente di fare i conti e di capire quanto, davvero, cambierà la vita dei pensionati italiani il prossimo anno.
Come funziona l’aumento delle pensioni nel 2026
La rivalutazione delle pensioni serve, almeno sulla carta, a proteggere il potere d’acquisto dall’inflazione. Il meccanismo è quello noto della perequazione: gli assegni vengono adeguati in base all’aumento dei prezzi registrato nell’anno precedente.
Per il 2026 il tasso fissato è pari all’1,4%, applicato però con il sistema a fasce. Questo significa che l’aumento non è uguale per tutti: viene riconosciuto al 100% solo sugli importi più bassi, mentre si riduce progressivamente per le pensioni medio-alte e alte.
Il risultato è che l’incremento nominale esiste, ma quello reale – cioè quello che resta in tasca dopo tasse e trattenute – si assottiglia rapidamente.
Pensioni minime: l’aumento simbolico che fa discutere
Il caso più emblematico è quello delle pensioni minime. Con la perequazione dell’1,4%, l’assegno mensile passa da circa 616,67 euro a 619,79 euro netti. Tradotto: 3,12 euro in più al mese.
Un aumento che, numeri alla mano, difficilmente può essere definito un recupero del potere d’acquisto. È un adeguamento formale, che segue le regole, ma che non intercetta minimamente il caro vita accumulato negli ultimi anni, tra bollette, alimentari e servizi essenziali.
Quanto aumentano le pensioni un po’ più alte
Salendo di importo, gli aumenti crescono, ma restano contenuti. Una pensione netta di circa 800 euro vedrà un incremento di circa 9 euro mensili. Per chi percepisce 1.000 euro netti, l’aumento si aggira sugli 11 euro al mese.
Anche per pensioni più consistenti l’effetto resta modesto: un assegno da 1.500 euro lordi guadagna all’incirca 17 euro netti al mese. Numeri che, messi in fila, raccontano una verità piuttosto chiara: l’aumento c’è, ma pesa poco.
Il ruolo decisivo delle tasse e della perequazione a fasce
A rendere ancora più debole l’effetto dell’aumento intervengono due fattori strutturali. Il primo è il meccanismo a scaglioni, che riduce la percentuale di rivalutazione oltre determinate soglie di importo. Il secondo è il peso dell’Irpef, che inizia a farsi sentire appena si supera la no tax area.
Di fatto, una parte consistente della rivalutazione viene assorbita dal fisco, soprattutto per chi ha pensioni medio-basse ma imponibili. È il motivo per cui l’aumento lordo spesso non coincide con quello netto e perché, alla fine, la percezione è quella di un miglioramento quasi impercettibile.
Dal 2022 al 2026: perché l’aumento “non basta”
Guardando al periodo più ampio, tra il 2022 e il 2026, la rivalutazione complessiva delle pensioni arriva a circa +16% lordo. Un dato che potrebbe sembrare significativo, se non fosse che il netto cresce molto meno: tra il 12% e il 13% nella maggior parte dei casi.
In pratica, l’inflazione corre più veloce degli adeguamenti reali. Il risultato è un progressivo scollamento tra aumento nominale e capacità di spesa effettiva. È qui che nasce la critica dei sindacati: la perequazione, così com’è strutturata, non restituisce davvero ciò che l’inflazione ha tolto.
Il paradosso delle pensioni: chi ha lavorato di più prende meno
C’è poi un altro nodo, più profondo, che emerge dai numeri: il paradosso redistributivo. In alcuni casi, pensioni maturate con carriere contributive più lunghe finiscono per risultare più basse, al netto, rispetto a prestazioni assistenziali integrate e fiscalmente esenti.
Il motivo è semplice: tasse, addizionali e soglie rigide fanno sì che chi supera di poco certi limiti venga penalizzato, mentre chi resta sotto beneficia di integrazioni e maggiorazioni. Il risultato è un sistema che, anziché premiare il lavoro contributivo, rischia di appiattire gli assegni verso il basso.
Un aumento che c’è, ma non cambia la sostanza
L’aumento delle pensioni nel 2026 è reale, certificato e automatico. Ma è anche insufficiente. Tre, nove o quindici euro al mese non compensano anni di inflazione elevata né restituiscono serenità economica a milioni di pensionati.
La rivalutazione tutela formalmente gli assegni, ma non risolve il problema di fondo: il potere d’acquisto resta fragile. E finché l’adeguamento continuerà a essere eroso da tasse e meccanismi a fasce, ogni annuncio di aumento rischierà di suonare più come una beffa che come una conquista.
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