«La guerra ibrida usa le armi letali del XXI secolo. Anche l’Italia è a rischio, ma ha difese d’avanguardia». Parla Stefania Craxi
Nel tempo della disinformazione e dei cyberattacchi, la guerra non si fa più soltanto con le armi convenzionali, ma cambia decisamente registro: agisce in profondità, insinuandosi nelle infrastrutture critiche e nei mercati. Persino nell’opinione pubblica. È la guerra ibrida: una minaccia silenziosa che punta a destabilizzare gli Stati sfruttandone le vulnerabilità interne. E tutto ciò avviene mentre i confini tra pace e conflitto aperto diventano sempre più labili e sfumati. Per l’Italia, Paese industriale fortemente interconnesso e snodo strategico nel Mediterraneo, la posta in gioco è particolarmente alta. Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia, presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama e già sottosegretaria agli Affari Esteri, offre una chiave di lettura per decifrare la grammatica di tale minaccia.
Senatrice, nell’attuale confusione lessicale, in che termini è possibile definire la cosiddetta guerra ibrida?
«La guerra ibrida può inquadrarsi nell’ambito delle strategie finalizzate a destabilizzare un Paese sfruttandone le fragilità interne sul piano economico, sociale, tecnologico, informativo. È una guerra che si combatte investendo su una vasta gamma di tattiche asimmetriche capaci di plasmare un contesto sociale favorevole, di renderlo sensibile a certe istanze narrative, di minare la fiducia nelle Istituzioni nazionali o innescare sentimenti di caos. Non si ricorre ai soldati in divisa, ai carri armati o ai velivoli d’assalto, ma all’utilizzo della propaganda e della disinformazione, ai cyber attacchi rivolti contro le infrastrutture vitali».
Come si abbatte tutto ciò sul vissuto dei cittadini?
«Quanto detto, naturalmente, ha un forte impatto sulla vita quotidiana delle persone: quando un ospedale va in tilt per un attacco informatico, quando una rete di trasporto subisce disservizi, quando si diffondono notizie false per generare agitazione nell’opinione pubblica, quella guerra sta già colpendo».
Quando la guerra ibrida ha la regia di Stati può essere considerata guerra in senso classico?
«La guerra ibrida si alimenta di ambiguità, nel senso che è difficile rintracciarne la matrice e dunque attribuirne una precisa responsabilità, come al contrario avviene nel caso della guerra in senso classico che fa ricorso agli strumenti offensivi di carattere militare. Questo non significa che uno Stato non possa reagire».
In che termini è legittimo rispondere o prevenire gli attacchi?
«Lo si può fare, ad esempio, investendo in prevenzione, rafforzando gli argini difensivi delle proprie infrastrutture critiche».
Fino a che punto l’Italia è esposta a questo tipo di attacchi?
«L’Italia è un bersaglio possibile, come lo è l’intero contesto globale. Siamo un grande Paese industriale, fortemente interconnesso, dotato di infrastrutture strategiche, snodi energetici, reti digitali diffuse. E siamo al centro del Mediterraneo, che purtroppo è tornato ad essere fonte di instabilità. Una ragione in più per configurarsi come territorio ideale per chi vuole alimentare le logiche divisive e destabilizzanti».
Sappiamo che finora molti attacchi sono stati sventati dagli apparati di sicurezza italiani. Qual è il grado di preparazione delle nostre forze?
«Il nostro Paese ha irrobustito i suoi canali di difesa, ed esistono strutture dedicate alla sicurezza informatica così come alla protezione delle infrastrutture strategiche. C’è la piena consapevolezza di dover operare in un contesto multi-dominio, e questo richiede alle nostre forze di sicurezza la capacità di saper leggere la complessità, di pensare in termini sistemici, di utilizzare strumenti digitali avanzati, di comprendere le dinamiche dello spazio cibernetico e di valorizzare l’interoperabilità con gli altri domini e con le Forze armate alleate».
Attualmente?
«L’Italia è all’avanguardia nella preparazione a tutto questo, integrando competenze tradizionali e saperi innovativi, con una visione che guarda alle sfide del futuro».
Quali investimenti servirebbero in tal senso?
«Serve rafforzare l’osmosi strategica fra attori istituzionali e imprenditoriali nella difesa dell’interesse collettivo, definire meglio i contorni di una nuova governance della sicurezza basata su partenariati strutturati tra pubblico e privato».
Senatrice, perché fa appello al mondo privato?
«Le aziende detengono spesso il know-how tecnologico, i dati sensibili, l’accesso alle reti e ai servizi su cui si fonda la vita di cittadini e istituzioni. Senza il loro coinvolgimento diretto, la strategia nazionale di sicurezza può risultare inefficace».
Su questo campo l’Italia deve procedere da sola o è necessaria la sinergia con gli alleati europei ed occidentali?
«Nessuno può contrastare queste minacce ricorrendo solo alle proprie forze. La propaganda e la disinformazione sono armi dannose, le armi letali del XXI secolo. Intensificare gli sforzi in ambito internazionale per monitorare e combattere le minacce che da quei versanti promanano, discutere e scambiarsi le buone pratiche, mettendo a fattore comune dati, informazioni ed esperienze, è certamente la strada da percorrere per irrobustire lo spirito resiliente e rafforzare gli argini dei nostri sistemi democratici».
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