Basta social: la Gen Z sceglie ChatGPT, e 9 su 10 ammettono di non poterne più fare a meno
La Gen Z ha smesso di usare i social? No, non è così. Li usa ogni giorno, spesso senza pensarci, come un gesto automatico. Quello che è cambiato è il ruolo che occupano. Non sono più il centro attorno a cui si organizza la vita digitale, ma uno spazio laterale, facilmente sostituibile, raramente decisivo.
Basta Instagram e TikTok, ora solo ChatGPT
Per anni Instagram e TikTok hanno funzionato come infrastrutture dell’identità: luoghi in cui mostrarsi, capire come ci si posiziona, misurare la propria rilevanza. Oggi questa funzione pesa meno. I social intrattengono, riempiono i tempi vuoti, tengono compagnia, ma incidono poco quando c’è qualcosa di concreto da fare o da risolvere.
Dall’apparenza all’efficienza
Alcuni segnali numerici rendono visibile questo spostamento. In diversi sondaggi recenti condotti negli Stati Uniti, circa un quarto degli appartenenti alla Gen Z dichiara che rinuncerebbe prima a TikTok o Instagram che a ChatGPT. In parallelo, oltre il 90% afferma di non riuscire a immaginare la propria quotidianità senza strumenti di Ai conversazionale. Non si tratta di un abbandono dei social, ma di una gerarchia che cambia.
In quei momenti in cui c’è qualcosa in gioco entra in scena l’intelligenza artificiale. ChatGPT non promette visibilità né appartenenza. Offre risposte, suggerimenti, strutture. Serve quando c’è da scrivere un testo, preparare un esame, chiarire un’idea, simulare una conversazione. È un tipo di presenza discreta, orientata all’azione più che alla rappresentazione.
Un’altra relazione con il tempo
La differenza si sente anche nel modo in cui viene vissuta. I social espongono allo sguardo degli altri, alimentano confronto e aspettative. L’Ai lavora in una zona più neutra, priva di giudizio, dove l’attenzione non è catturata ma indirizzata. Non chiede reazioni, chiede domande.
Questo aiuta a spiegare un altro dato ricorrente: quasi la metà dei giovani della Gen Z dichiara di provare disagio per il tempo trascorso sui social e di desiderare una riduzione dell’uso, pur continuando a utilizzarli intensamente. L’intelligenza artificiale, al contrario, viene percepita come tempo “ben speso”: non distrae, ottimizza.
Mutano le priorità
I social restano, ma hanno perso centralità simbolica. Non definiscono più ciò che conta. L’Ai entra invece nei passaggi in cui c’è qualcosa in gioco: una scelta, una preparazione, un salto di qualità. È qui che diventa rilevante, fino a essere considerata indispensabile. I giovani di oggi non sanno più immaginare la loro vita senza un chatbot al loro servizio.
Non è una rivoluzione dichiarata, ma una riorganizzazione delle priorità.
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