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Iran, proteste e censura: l’errore di calcolo degli ayatollah dopo il 7 ottobre

Secondo le rilevazioni del centro di analisi NetBlocks, con base a Londra, l’Iran è stato investito da una sospensione generalizzata della connettività digitale su scala nazionale. Il blocco della rete è scattato a ridosso di vaste mobilitazioni popolari, esplose dopo nuovi appelli a manifestazioni simultanee in diverse città del Paese. La misura, confermata anche da fonti giornalistiche interne, si colloca in una fase di crescente pressione sulle autorità, con proteste che continuano a coinvolgere Teheran e altre aree urbane nonostante l’uso massiccio della forza da parte degli apparati di sicurezza. Per NetBlocks, l’interruzione rientra in una sequenza ormai consolidata di interventi repressivi sul piano digitale, volti a interrompere le comunicazioni, ostacolare il coordinamento dei dimostranti e limitare la circolazione delle informazioni in momenti politicamente sensibili. Non si tratta di un precedente isolato: strumenti analoghi sono stati utilizzati durante le grandi ondate di protesta del 2009, del 2019 e del 2022, tutte culminate in repressioni violente e in un progressivo soffocamento del dissenso. In Iran, l’accesso ai social network è fortemente limitato anche in assenza di crisi acute. Le restrizioni imposte dallo Stato rendono abituale il ricorso a sistemi di elusione della censura, come le reti virtuali private, diventate strumenti di sopravvivenza digitale per milioni di cittadini. Il blackout segnalato da NetBlocks sarebbe iniziato in serata, immediatamente dopo le manifestazioni convocate a livello nazionale.

In questo contesto, il figlio dell’ultimo Shah Reza Pahlavi che riappare sempre e solo in questi contesti, è atteso a Mar-a-Lago, dove potrebbe avere contatti con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, anche se non risulta confermato un incontro formale. Interrogato sulla possibilità di un coinvolgimento diretto, Trump ha mantenuto una linea prudente, lasciando intendere che un’esposizione presidenziale in questa fase potrebbe risultare prematura e che sia preferibile attendere l’evoluzione degli equilibri interni prima di assumere una posizione visibile. Donald Trump ha pero’ lanciato un avvertimento diretto a Teheran, minacciando una risposta durissima qualora il regime dovesse «iniziare a uccidere» i manifestanti. «Ho fatto sapere loro che, se dovessero cominciare ad ammazzare la gente — cosa che tendono a fare durante le proteste, e ne hanno avute molte — allora li colpiremo in modo molto deciso», ha dichiarato nel corso di un’intervista concessa al conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt. Nel dibattito pubblico, però, la complessità del quadro iraniano tende rapidamente a essere ridotta a una narrazione semplificata, in cui l’eventuale interlocuzione con Washington viene trasformata in una forma di legittimazione politica. Un meccanismo che contribuisce a rafforzare l’immagine internazionale di Pahlavi, ma che non trova riscontro sul piano interno: all’interno dell’Iran, il figlio dello Shah e l’eredità dinastica che rappresenta restano ampiamente respinti visto che nessuno ha dimenticato le ruberie della famiglia Pahlavi e il ruolo della polizia segreta negli anni del suo regno.

Ora alla base di molte analisi occidentali persiste l’idea che l’Iran possa essere “normalizzato” attraverso un semplice cambio di leadership, senza intaccare l’architettura profonda del potere. Come scrive Iran International è una lettura che presuppone l’esistenza di figure interne al sistema capaci di imprimere una svolta pragmatica mantenendo intatta la struttura statale. Un’ipotesi rafforzata dal precedente venezuelano, dove la rimozione di Nicolás Maduro ha aperto a una possibile cooperazione con segmenti dello stesso apparato. Ma l’Iran non è il Venezuela! Equiparare i due contesti significa non conoscere la natura del potere a Teheran. In Venezuela, pur in presenza di autoritarismo, traffici di droga e corruzione diffusa, il sistema non è fondato su una logica ideologico-militare transnazionale. Le alleanze possono mutare senza rimettere in discussione l’intero impianto. In Iran, al contrario, lo Stato si è trasformato nel corso di oltre quattro decenni in un organismo integrato in cui ideologia, sicurezza e proiezione regionale sono indissolubilmente intrecciate. Il fulcro di questo sistema è rappresentato dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, insieme alle sue articolazioni operative. Le Guardie non agiscono come un semplice braccio armato del potere politico: sono la spina dorsale. La Forza Quds, le strutture di intelligence parallele e la rete di milizie alleate attive dal Levante al Golfo, fino all’Asia meridionale, operano come componenti di un unico ecosistema di potere.

Contestualmente, settori dello stesso apparato hanno investito per anni nello sviluppo di programmi missilistici e nucleari, accumulando competenze tecniche, grossi interessi economici e una solida continuità istituzionale. Una struttura di questo tipo non viene smantellata dalla rimozione di una singola figura, né dalla caduta di una leadership formale. Anche un’eventuale uscita di scena della guida suprema difficilmente produrrebbe un cambiamento sostanziale. Ali Khamenei è spesso identificato con il sistema stesso, ma il potere reale è diffuso tra migliaia di attori, apparati e istituzioni che operano in modo coordinato. Gli interessi di sicurezza maturati nel tempo tendono a riprodursi, non a dissolversi. I pilastri su cui si regge l’impianto iraniano — programma nucleare, capacità missilistiche e di droni, reti regionali di proxy e una identità politica costruita in contrapposizione agli Stati Uniti e all’Occidentenon sono opzioni tattiche. All’interno del sistema sono percepiti come condizioni di esistenza. Affidarsi a figure provenienti da questo stesso contesto nella speranza di una trasformazione equivale a perpetuare la logica che si vorrebbe superare. Il paragone con il Venezuela, dunque, non regge. Lì il contenitore può sopravvivere al mutamento delle alleanze. In Iran, contenitore e contenuto coincidono. Cambiare volto non è sufficiente. Per gli iraniani — e per la comunità internazionale — una soluzione duratura potrà emergere solo quando questa struttura lascerà spazio a un ordine radicalmente diverso, costruito da attori altrettanto estranei al sistema che oggi domina il Paese.

Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato, per la leadership della Repubblica islamica, il momento in cui a Teheran si è coltivata l’illusione di aver aperto una fase irreversibile contro Israele. L’attacco e la successiva escalation regionale sono stati letti dagli ayatollah come l’inizio di un logoramento definitivo dello Stato ebraico, da condurre attraverso la pressione militare indiretta e l’attivazione della rete di alleati armati costruita in anni di proiezione strategica. A distanza di anni , quella valutazione si è rivelata profondamente errata. Israele non è crollato, né politicamente né militarmente. Al contrario, la risposta ha messo sotto stress l’intero dispositivo regionale iraniano, esponendone i limiti, le vulnerabilità e il costo crescente. Oggi il rischio sistemico non riguarda Gerusalemme, ma Teheran stessa. È l’architettura di potere degli ayatollah — fondata sulla deterrenza asimmetrica, sulla repressione interna e sull’espansione esterna — a trovarsi sotto pressione simultanea, sia sul piano regionale sia su quello domestico. Per la prima volta dopo decenni, il sistema della Repubblica islamica non appare minacciato da un singolo avversario esterno, ma dalla convergenza tra fallimento strategico, isolamento internazionale e fragilità interna. Quella che il 7 ottobre doveva essere l’alba di una resa dei conti contro Israele rischia ora di trasformarsi nel punto di non ritorno per l’ordine costruito dagli ayatollah. Non è più lo Stato ebraico a essere in bilico: è il sistema di potere di Teheran a rischiare di implodere sotto il peso delle proprie scelte sciagurate.

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