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San Francesco, otto secoli dopo: perché il povero di Assisi continua a parlare al mondo

di Antonio Salvati

Nel 2026 celebreremo l’ottavo centenario della morte di san Francesco. Si tratterà di un evento speciale. Numerose manifestazioni sono in programma. Il 4 ottobre 2026, giorno del Santo Patrono d’Italia, diventerà ufficialmente una Festa Nazionale in Italia, dopo l’approvazione di una legge nei mesi scorsi. Anche l’iniziativa dell’ostensione delle spoglie mortali o reliquie sacre di san Francesco ha suscitato un ampio successo, considerando le centinaia di migliaia di prenotazioni.

Un ampio interesse vivo e trasversale per la figura del Santo di Assisi, personalmente riscontrato recentemente durante una visita ad Assisi. Un interesse che non conosce confini: non riguarda solo gli italiani o gli europei, ma abbraccia persone di ogni provenienza, cultura e condizione. San Francesco è un uomo che ancora oggi interpella la vita di tanti senza distinzioni, malgrado la distanza cronologica e culturale. La sua vita ha avuto un impatto enorme in tanti campi, ispirativa della nostra cultura, della nostra civiltà, al di là dell’orizzonte strettamente cristiano. Non ha solo fondato un ordine religioso, ma ha fornito un notevole contributo a livello culturale per la lingua italiana, nell’ambito delle arti figurative e dell’ecologia. La sua vita, segnata da una chiara connotazione religiosa, è stata una scelta radicale, profondamente diversa da quella della maggior parte di coloro che oggi lo venerano, lo stimano e lo amano. Un’esistenza, così austera e gioiosa, ma ricca di Spirito e relazioni, che può sembrare spesso irraggiungibile, ineguagliabile. In realtà, i suoi insegnamenti continuano a donarci ispirazioni nel cuore, intuizioni nella mente, scuotendoci dal torpore e dal sonnambulismo. Pertanto, l’ottavo centenario della morte di san Francesco diviene un tempo di memoria e di raccolta – come ha recentemente affermato Papa Leone XIV – di un seme “gettato nella terra che continua a generare frutti di pace, fede e amore”.

Di questo e altro ne parliamo con Marco Bartoli, medievista e insigne esperto di storia del francescanesimo. Allievo di Raoul Manselli, è autore di numerosi saggi e diversi libri, tra i quali segnaliamo: Santa innocenza. I bambini nel Medioevo (‎San Paolo Edizioni, 2021); Chiara. Una donna tra silenzio e memoria (San Paolo Edizioni, 2001), La santità di Chiara d’Assisi: una lettura storica delle fonti (Porziuncola, 2012), François et les pauvres: entre aumône et partage (Editions Franciscaines, Paris, 2011), Da Assisi al mondo: storie e riflessioni del primo secolo francescano (insieme a A. Marini, Il Pozzo di Giacobbe, 2010), Vestigia Francisci: studi di storia del francescanesimo, (Aracne 2010), Pater pauperum. Francesco d’Assisi e l’elemosina (EMP, 2010), La libertà francescana. Francesco d’Assisi e le origini del francescanesimo nel XII secolo (Il Pozzo di Giacobbe, 2009) e Caterina la santa di Bologna (EDB, 2003). Da poco ha dato alle stampe un pregevole volume Un canto all’amore di Dio. Gli ultimi anni di Francesco d’Assisi (Edizioni Biblioteca Francescana Milano 2025, pp. 104 13,00€) impreziosito dalla prefazione del cardinale Matteo Zuppi. Furono anni di sofferenze: Francesco era malato e divenne via via sempre più debole; eppure – spiega Bartoli – sono anche gli anni in cui il povero di Assisi realizzò grandi e importanti novità, a cominciare dalle sue lettere, per terminare con il Cantico di frate Sole.

Perché tutto questo interesse per Francesco d’Assisi a ottocento anni dalla morte?

Francesco d’Assisi è un caso storiografico straordinario: a lui vengono dedicati più studi ogni anno, almeno in Italia, che per qualsiasi altro personaggio del Medioevo. Nemmeno Dante o Federico II suscitano un simile interesse di studio. Agli studi storici vanno poi aggiunti poi quelli artistici. Basta pensare al numero di film usciti per il grande schermo e per la TV. Infine l’interesse pubblico, legato alle diverse occasioni rievocative. Il mio amico Grado Merlo ha messo in guardia davanti a tanti san Franceschi: «dal san Francesco rosso (socialista, comunista, terzomondista, internazionalista, movimentista) al san Francesco nero (nazionalista, littoriale), dal san Francesco verde (ecologista, ambientalista, animalista, naturalista, planetario) al san Francesco rosa (femminileggiante, femminista), rispetto ai quali non si può nascondere una certa predilezione per il san Francesco dei liquori, dei dolciumi e delle acque minerali». (G.G.Marlo, Frate Francesco, Il Mulino, p. 163)

Ma si può arrivare a conoscere chi è stato veramente Francesco d’Assisi?

Non è una cosa facile, perché subito dopo la morte Francesco è stato fatto santo e tutta la letteratura prodotta su di lui rispecchia le idee e i dibattiti che stavano a cuore agli autori. Un’ottima presentazione di questa letteratura si trova nell’ultimo libro di Barbero. Ma non si può rinunciare a porsi la domanda su chi è stato davvero quell’uomo. In realtà questo resta sempre lo scopo della ricerca storica. Nel caso di Francesco, oltre allo studio critico delle fonti bio-agiografiche, abbiamo una fonte straordinaria: gli scritti che lui stesso ha lasciato. Questa circostanza merita di essere sottolineata: Francesco si presenta come semplice e analfabeta. È stupefacente il fatto che ancora oggi si siano conservati una trentina di scritti attribuibili a lui. Personaggi molto più colti, che avevano alle spalle studi teologici o giuridici, hanno lasciato ben pochi scritti. Di san Domenico, ad esempio, che era canonico, si conserva solto una lettera alle monache di Madrid.

Come mai sono stati conservati?

Uno scritto viene conservato quando qualcuno lo ritiene importante. Così è stato anche per gli Scritti di Francesco. Frate Leone, che era uno dei compagni a lui più vicini, ha conservato addirittura due suoi autografi. Anche questa è una cosa straordinaria: non abbiamo nemmeno un autografo di Dante e invece ne abbiamo più d’uno di un semi alfabeta funzionale, come Francesco è stato definito da Attilio Bartoli Langeli, che ha dedicato un lavoro fondamentale a questi autografi.

Cosa fanno capire gli scritti di Francesco?

Leggendo i suoi scriti si capisce che in realtà era un laico piuttosto colto, che parlava tre lingue: il volgare italiano, il francese e il latino. E certamente era un uomo geniale. Basti pensare alla composizione del Cantico di frate Sole (o Cantico delle creature), che avvenne inn un momento di grande sofferenza. La Compilazione di Assisi, che è la più importante fonte sull’episodio, suggerisce che a Francesco è accaduto qualcosa di simile a quello che Nietzsche descrive nel suo Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali: «L’enorme tensione dell’intelletto che vuol fronteggiare il dolore, fa che tutto ciò su cui esso dirige lo sguardo risplenda di una nuova luce». Francesco, giunto a fare esperienza della propria estrema fragilità, arriva a guardare ad una nuova luce tutto ciò che lo circonda. Il Cantico conduce tutti noi a vedere il sole, la luna, le stelle e tutte le creature in modo nuovo. La cosa straordinaria è che a condurci a vederle in modo nuovo sia un uomo che era ormai quasi cieco.

Perché è così importante il Cantico di frate Sole?

Il Cantico di frate Sole non è solo una poesia, è un vero e proprio canto. La Compilazione di Assisi ricorda che Francesco compose anche la melodia, la musica, e lo fece per tre scopi: la lode di Dio, la propria consolazione e l’edificazione del prossimo. Si delinea così una vera e propria strategia multimediale: «Volle mandare a chiamare frate Pacifico, che nel mondo era chiamato “Il Re dei Versi”, ed era un maestro di canti molto cortese. Voleva dargli alcuni buoni e spirituali fratelli che, insieme a lui, andassero per il mondo predicando e cantando le Lodi del Signore. Diceva essere questa la sua volontà: che il frate del gruppo che meglio sapeva predicare, facesse prima un discorso al popolo, e dopo la predica tutti cantassero insieme le Lodi del Signore, come giullari di Dio. Finite le laudi, voleva che il predicatore dicesse al popolo: «Noi siamo giullari di Dio, e perciò desideriamo essere remunerati da voi in questa maniera: che viviate nella vera penitenza». È un’intuizione straordinaria. Per invitare le persone a vivere in vera penitenza (che significa vivere seguendo il Vangelo) Francesco non scelse lo stile ecclesiastico, prese esempio dai giullari, i cantori che erano soliti andare nelle piazze e nelle strade, soprattutto durante le fate, per guadagnare qualche soldo con i loro canti. I frati minori parleranno – anzi canteranno – di Dio non nelle chiese, ma nelle strade e nelle piazze, cioè nei luoghi della vita quotidiana della gente, e canteranno con una melodia simile a quella dei giullari.

Perché dunque tanta gente va ad Assisi?

Assisi è una città santuario, una meta di pellegrinaggio, ma con caratteristiche del tutto originali. Negli altri santuari i pellegrini vanno a chiedere miracoli. Ad Assisi non si va a chiedere miracoli, si va solo per incontrare Francesco. Tutta la città, con il suo aspetto medievaleggiante, sembra parlare di lui. Decine, centinaia di migliaia di persone, ogni anno, vanno lì proprio per rivivere la sua storia e, in un certo senso, incontrarlo. Pasolini, in una scena di Uccellacci uccellini, fa dire a Totò, che impersona un frate: «noi siamo uomini umani». Io credo che la gente che va ad Assisi cerchi in Francesco, immagine di qualcuno che, malgrado tutto, è rimasto un «uomo umano».

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