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Fare affari con Israele: così le aziende favoriscono genocidio e occupazione

Il 18 settembre 2024 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che chiedeva a Israele di porre fine alla sua occupazione illegale del Territorio palestinese entro un anno dall’adozione.

La risoluzione chiedeva poi agli stati membri delle Nazioni Unite di assumere iniziative concrete per dare seguito al parere della Corte internazionale di giustizia, espresso due mesi prima, tra le quali “impedire a propri cittadini, aziende ed entità sotto la loro giurisdizione di svolgere attività che sostengano o rafforzino l’occupazione israeliana; (…) cessare di importare prodotti provenienti da insediamenti israeliani e interrompere i trasferimenti di armi, munizioni e relativi equipaggiamenti laddove vi siano ragionevoli motivi per sospettare che possano essere usati nel Territorio palestinese occupato; applicare sanzioni, come divieti di viaggio e congelamento di beni, nei confronti di persone ed entità coinvolte nel mantenimento della presenza illegale di Israele nel Territorio”.

La scadenza di 12 mesi è passata la settimana scorsa e non è successo niente. Israele continua quotidianamente ad affamare e a uccidere persone palestinesi. La maggior parte degli stati membri delle Nazioni Unite non sta esercitando pressioni efficaci sul governo di Netanyahu affinché rispetti quella risoluzione.

Ma non basta più prendersela con l’indifendibile e intenzionale inerzia degli stati: non ci sarebbero stati la prolungata occupazione illegale del Territorio palestinese e decenni di apartheid senza il sostegno di aziende di ogni parte del mondo; né saremmo arrivati a quasi due anni di genocidio nella Striscia di Gaza senza continue forniture di armi e di strumenti di sorveglianza.

In un rapporto diffuso a un anno di distanza dalla risoluzione dell’Assemblea generale, Amnesty International ha fatto i nomi di 15 aziende che contribuiscono all’occupazione illegale, al genocidio e ad altri crimini di diritto internazionale di Israele. Tra queste, le multinazionali statunitensi Boeing e Lockheed Martin, i produttori di armi israeliani Elbit Systems, Rafael Advanced Defense System e Israel Aerospace Industries (IAI), la cinese Hikvision, la spagnola Construcciones y Auxiliar de Ferrocarriles (CAF), il conglomerato sudcoreano HD Hyundai, l’azienda statunitense di software Palantir Technologies, l’azienda tecnologica israeliana Corsight e l’azienda delle acque Merokot, di proprietà dello stato israeliano.

Queste 15 aziende sono solo una piccola parte di tutte quelle responsabili del sostegno dato a un governo che causa la fame e le uccisioni di massa di civili e che da decenni nega i diritti alla popolazione palestinese. Ogni settore dell’economia, la vasta maggioranza degli stati e molti attori privati contribuiscono consapevolmente, o da esso traggono profitto, al genocidio nella Striscia di Gaza così come alla brutale occupazione e all’apartheid nel Territorio palestinese occupato.

Amnesty International ha dimostrato l’uso di bombe e di kit di montaggio della Boeing in attacchi aerei illegali portati a termine nella Striscia di Gaza occupata. L’esercito israeliano ha con ogni probabilità usato bombe prodotte dalla Boeing, come le Joint Direct Attack Munition e le GBU-39 di piccolo diametro, in una serie di attacchi aerei che hanno ucciso civili palestinesi in tutta la Striscia di Gaza, tra cui un gran numero di bambine e bambini.

Lockheed Martin ha fornito e dato assistenza alla crescente flotta di aerei da combattimento F-16 ed F-15, la spina dorsale dell’aviazione israeliana, usati in modo esteso nei bombardamenti di Gaza.

Le tre principali aziende israeliane produttrici di armi – Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems e IAI, le ultime due di proprietà statale – forniscono attrezzature militari e di sicurezza all’esercito di Tel Aviv per un valore annuale di miliardi di dollari: droni armati e per la sorveglianza, droni privi di guida noti come “droni kamikaze” e sistemi per la sicurezza delle frontiere che Israele usa regolarmente nella sua offensiva militare contro la Striscia di Gaza e nel resto del Territorio palestinese occupato. Elbit Systems, l’unica azienda che ha risposto alla richiesta di Amnesty International di fornire maggiori informazioni, ha respinto le preoccupazioni dell’organizzazione sostenendo che sta operando legalmente, attraverso forniture “a un governo sovrano, non soggetto a sanzioni e riconosciuto dalla comunità internazionale”.

Israele si sta anche servendo di prodotti e servizi di sorveglianza della Hikvision nell’ambito del suo sistema di apartheid contro le persone palestinesi. I prodotti della Corsight, azienda specializzata nello sviluppo e nella vendita di software di riconoscimento facciale, sono usati dall’esercito israeliano nella sua offensiva militare contro la Striscia di Gaza. La Palantir Technologies, un’azienda statunitense di intelligenza artificiale, sta fornendo all’esercito e ai servizi di sicurezza israeliani prodotti e servizi collegati alle operazioni militari israeliane contro la Striscia di Gaza.

L’azienda israeliana Mekorot contribuisce all’occupazione illegale del Territorio palestinese gestendo le infrastrutture e le reti idriche nella Cisgiordania, in un modo tale da discriminare la popolazione palestinese e favorire gli insediamenti illegali israeliani. La CAF sostiene il progetto della metropolitana di superficie di Gerusalemme a beneficio dell’espansione degli insediamenti israeliani mentre la HD Hyundai produce, mantiene e fornisce assistenza a macchinari pesanti usati nelle demolizioni illegali nel Territorio palestinese occupato.

Già nel 2019 Amnesty International aveva denunciato come le grandi aziende turistiche online Airbnb, Booking.com, Expedia e TripAdvisor stessero contribuendo a mantenere, consolidare ed espandere ulteriormente gli insediamenti illegali israeliani nel Territorio palestinese occupato. L’organizzazione aveva chiesto a queste aziende di prendere la decisione responsabile di cessare di fare affari negli insediamenti israeliani, ma esse hanno continuato a farlo.

Amnesty International chiede a tutte queste aziende di sospendere immediatamente qualsiasi vendita o fornitura a Israele di armi, materiale militare, di sicurezza e per la sorveglianza, macchinari pesanti, componenti, beni e servizi che contribuiscano o siano direttamente legati a violazioni dei diritti umani nel Territorio palestinese occupato. Gli stati, le istituzioni pubbliche e altre aziende dovranno usare la loro influenza, attraverso i propri investimenti in quelle aziende, fino ad arrivare a disinvestire responsabilmente e a cessare di acquistare loro prodotti, per fermare tali vendite o forniture.

L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto agli stati anche di vietare, con effetto immediato, le forniture a Israele di tutte le armi, tutte le munizioni, tutti gli equipaggiamenti militari e di sicurezza, tutti i sistemi per la sorveglianza, per il cloud e per l’intelligenza artificiale. Questo divieto deve includere la proibizione del transito e del carico di armi, equipaggiamenti militari e di sicurezza e parti e componenti relative aventi per destinazione Israele attraverso porti, aeroporti, spazio aereo e territorio sotto la loro giurisdizione.

Amnesty International chiede anche che si vietino commerci e investimenti con le aziende, ovunque abbiano sede, che stanno contribuendo al genocidio, all’apartheid e all’occupazione illegale da parte di Israele. Come minimo, questi provvedimenti dovrebbero riguardare le aziende elencate nel rapporto della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nel Territorio palestinese occupato e nel Database delle Nazioni Unite sulle aziende che contribuiscono agli insediamenti illegali israeliani. Per quanto riguarda l’Italia, occorrerebbe aggiungere Leonardo.

Tutti gli stati dovranno assicurare che le aziende che operano nella loro giurisdizione rispetteranno tali divieti.

L'articolo Fare affari con Israele: così le aziende favoriscono genocidio e occupazione proviene da Il Fatto Quotidiano.




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