Fertilizzanti, studio della Regione per avere deroghe sulle norme Ue
Pavia. Il digestato agro-zootecnico e agroindustriale rappresenta oggi una delle matrici fertilizzanti più diffuse nell’agricoltura lombarda. La frazione liquida, ottenuta dalla separazione solido-liquido del digestato derivante da effluenti zootecnici, sottoprodotti e biomasse vegetali, offre un significativo potenziale in termini di disponibilità di azoto assimilabile, efficienza nutrizionale e ridotto impatto ambientale. Questo potenziale, però, resta in larga parte inespresso a causa dei limiti imposti dalla normativa, in particolare dalla direttiva Nitrati. In questo contesto, è evidente la necessità di rivedere la direttiva alla luce dell’evoluzione tecnologica e agronomica intervenuta negli ultimi vent’anni.
La proposta
Va in questa direzione la proposta “Renure”, elaborata dal Centro comune di ricerca della Commissione europea già nel 2020 cercando di definire criteri oggettivi per l’equiparazione a fertilizzanti minerali di matrici organiche trattate. Tuttavia, il digestato separato liquido, pur presentando caratteristiche compatibili, è stato finora escluso dal novero delle sostanze riconosciute, in assenza di dati consolidati a livello comunitario. Regione Lombardia, per colmare questa lacuna conoscitiva e supportare la richiesta di equiparazione, sostiene un progetto triennale di ricerca coordinato dal Crea e finanziato dal ministero dell’Agricoltura, che mira a dimostrare con evidenze sperimentali la compatibilità del digestato con i criteri Renure. Il lavoro, condotto su più siti sperimentali, analizzerà l’efficacia agronomica, il rischio di lisciviazione e l’impatto ambientale offrendo basi solide per un confronto costruttivo con Bruxelles. «Parallelamente – spiegano dalla Regione Lombardia – abbiamo avviato un’interlocuzione con il ministero e le Regioni del bacino padano per costruire una proposta di deroga ai vincoli della direttiva Nitrati, in analogia a quanto già ottenuto in altri Paesi. L’idea è di concedere margini operativi più ampi alle imprese che adottano pratiche avanzate di gestione agronomica e ambientale, come la copertura dei digestati in stoccaggio, la distribuzione a bassa emissione, l’uso di inibitori della nitrificazione, l’adozione di sistemi di tracciabilità e controllo». Più che una concessione, si tratterebbe di una “licenza alla sostenibilità” da guadagnare sul campo con comportamenti virtuosi e verificabili. Attualmente, il digestato è equiparato agli effluenti di allevamento e soggetto agli stessi vincoli di utilizzo sia in termini di spandimento sia di carico di azoto per ettaro. L’equiparazione a fertilizzante minerale per quella parte di digestato che, rispettando determinati requisiti chimico-fisici e gestionali, presenta un’efficienza d’uso paragonabile, aprirebbe prospettive nuove, tanto sul piano agronomico quanto su quello ambientale, economico e normativo. È importante ricordare che il digestato separato liquido, grazie all’alto rapporto tra azoto ammoniacale e azoto totale, può garantire una disponibilità immediata per le colture con prestazioni agronomiche simili a quelle di concimi di sintesi. Se impiegato con tecniche di distribuzione appropriate (per esempio, iniezione al suolo o spandimento a bande con copertura), può ridurre sensibilmente le perdite per volatilizzazione migliorando l’efficienza di utilizzo dell’azoto e abbattendo le emissioni di ammoniaca. Naturalmente, vi sono anche aspetti critici da gestire: per esempio, l’elevata concentrazione di azoto ammoniacale impone una gestione attenta nelle fasi di stoccaggio e distribuzione, soprattutto nelle fasi sensibili del ciclo colturale.