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Spiagge, che fine ha fatto la messa a gara? La legge c’è, i bandi no. E continua il braccio di ferro con l’Ue sugli indennizzi

Mentre i balneari lamentano una stagione turistica fiacca e tornano a implorare “difesa” dai “tecnocrati di Bruxelles”, il capitolo della messa a gara della concessioni resta uno dei dossier più intricati e irrisolti per il governo. A quasi un anno dall’approvazione della legge MeloniFitto, invisa alla categoria che storicamente è stata bacino elettorale del centrodestra, la messa a gara delle spiagge italiane che va conclusa entro il settembre 2027 avanza a passo di lumaca: pochissimi Comuni hanno pubblicato i bandi. Mentre l’Unione europea ha ribadito il no agli indennizzi per i gestori uscenti e il rischio che il contenzioso sfoci in una multa da decine di milioni di euro resta altissimo.

La norma varata per mettere fine a un ventennio di proroghe automatiche ed evitare il deferimento alla Corte di giustizia europea è stata approvata in Consiglio dei ministri lo scorso settembre e convertita in legge a novembre. L’obiettivo dichiarato era chiudere la procedura di infrazione avviata da Bruxelles e dare certezza a un settore in bilico da anni, ma le scelte dei partiti che in passato erano saliti sulle barricate contro la direttiva Bolkestein garantendo di non volerla applicare hanno deluso e scontentato i balneari. Il punto più contestato è quello degli indennizzi a carico del gestore entrante: le prime bozze prevedevano che fossero calcolati sull’intero valore aziendale, come stabiliva la legge concorrenza del governo Draghi, ma il punto di caduta è stato di parametrarli ai soli investimenti non ammortizzati degli ultimi cinque anni. Con l’aggiunta di un’”equa remunerazione” di tutti gli investimenti fatti da determinare con un decreto ministeriale.

Il secondo pilastro del provvedimento è la proroga della validità delle concessioni fino al 30 settembre 2027, con la possibilità per i Comuni di decidere se avviare subito le gare o applicare la proroga. Le gare per le concessioni – la cui durata dovrà essere compresa tra 5 e 20 anni – dovranno comunque concludersi entro il 30 giugno 2027, deadline prorogabile al 31 marzo 2028 in caso di contenziosi o difficoltà oggettive. Una scelta che sposta la responsabilità sugli enti locali ma che rischia di scontrarsi frontalmente con i pronunciamenti della Corte di giustizia europea e del Consiglio di Stato, che fissavano la scadenza inderogabile al 31 dicembre 2023 e vietavano ogni forma di rinnovo automatico. Lo stesso destino hanno avuto le proroghe precedenti, al 2020 e al 2033, tutte disapplicate dai tribunali. Per dribblare il rischio, il governo ha costruito una sorta di facoltà “discrezionale” per sindaci e funzionari. Ma l’Autorità garante della concorrenza aveva già fatto ricorso al Tar nei confronti degli enti che avevano applicato la “proroga tecnica” al 31 dicembre 2024 prevista dalla legge Draghi in caso di “difficoltà oggettive” che rendessero impossibile avviare le gare nei 2023. E potrebbe fare lo stesso con chi estenderà le concessioni al 2027.

Sul fronte europeo, la linea è immutata e non promette nulla di buono quanto alla chiusura della procedura di infrazione. In una lettera datata 17 luglio, di cui ha dato conto il Giornale, la Commissione ha infatti bocciato i contenuti della bozza del “decreto indennizzi” scritto dal ministero delle Infrastrutture, ribadendo che il diritto dell’Unione non consente alcuna compensazione agli operatori uscenti, men che meno a carico dei nuovi concessionari. L’equa remunerazione prevista dal decreto italiano, si legge, finisce comunque per compensare il valore aziendale dell’impresa balneare, contrariamente alle indicazioni già fornite. Dal canto suo anche il Consiglio di Stato, in un parere firmato dal presidente della sezione consultiva per gli atti normativi Luciano Barra Caracciolo, ha rilevato l’incompatibilità con la Bolkestein, tale da determinare una disapplicazione immediata in sede amministrativa. Nel mirino c’è anche l’effetto distorsivo del meccanismo delle indennità: un costo aggiuntivo che scoraggia i nuovi entranti e favorisce i soggetti con maggiore forza finanziaria, penalizzando i piccoli operatori. Il contrario, tra l’altro, rispetto a quanto ha sempre auspicato il centrodestra, pronto ad agitare lo spauracchio dei “poteri forti” interessati a lucrare sulle coste italiane. Morale: il decreto va corretto, pena ulteriori avanzamenti della procedura di infrazione. Fino a una probabile condanna che si tradurrebbe in una multa Ue milionaria.

Intanto, sul territorio, la riforma procede a macchia di leopardo. A maggio 2025, stando a un censimento informale dell’Anci, erano solo 26 i Comuni che avevano avviato le procedure di gara: Chioggia in Veneto, Ravenna, Cervia e Misano Adriatico in Emilia-Romagna, Imperia, Chiavari e Lavagna in Liguria, Camaiore, Forte dei Marmi, Pietrasanta, Viareggio, Carrara e Grosseto in Toscana, Pescara, Fossacesia e Vasto in Abruzzo, Fiumicino, Formia, Gaeta e Roma nel Lazio, Camerota, Minori, Sapri e Pontecagnano Faiano in Campania e Ginosa in Puglia. In altri casi il caos normativo è sfociato in situazioni paradossali: a Napoli l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale aveva deliberato di prorogare le concessioni ma il Tar ha annullato la decisione. A inizio agosto sono quindi stati emanati i bandi per mettere a gara tre lotti di arenile a Posillipo. A Roma, le 31 concessioni di Ostia hanno attirato 99 offerte, alle quali se ne aggiungono 54 per le spiagge libere con servizi. La gara, inizialmente sospesa dal Tar Lazio, è ripartita dopo l’intervento del Consiglio di Stato, che ha ribaltato la decisione. Per tre lotti di spiagge libere non sono arrivate manifestazioni di interesse, diversamente che per gli stabilimenti. L’obiettivo del Campidoglio era assegnare le concessioni in tempo per l’avvio della stagione estiva, ma i tempi si sono allungati.

Il settore è insomma sospeso in attesa delle decisioni di un governo che deve bilanciare la fedeltà al proprio elettorato con le richieste di Bruxelles. Mentre i Comuni restano comprensibilmente prudenti fino all’immobilismo. La delusione per le presenze turistiche in calo ha rimesso i concessionari sul piede di guerra contro la messa a gara, ma su quel fronte il dado è tratto. E non si registra grande sostegno alla causa da parte della cittadinanza, consapevole dei canoni irrisori versati anche dagli stabilimenti più noti e del rapporto disinvolto di molti gestori con il fisco: stando alle dichiarazioni dei redditi, il 58% delle persone fisiche e società concessionarie sopravvive con miseri 18mila euro l’anno.

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