Colli Verdi, trovato morto in casa: la pm chiede 14 anni per la nipote
COLLI VERDI. La difesa ha sempre parlato di un incidente domestico, ma per la Procura di Pavia è stato un omicidio volontario: per questa contestazione ieri mattina la pm Valentina Terrile ha chiesto una condanna a 14 anni e 4 mesi, in abbreviato e senza attenuanti, per Liliana Barone, la donna di 47 anni accusata di avere ucciso lo zio Carlo Gatti, di 89 anni, nella sua abitazione alla frazione Canavera di Ruino, a Colli Verdi, il 4 febbraio dello scorso anno.
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La difesa, sostenuta dall’avvocata Laura Sforzini, ha invece chiesto l’assoluzione per l’omicidio volontario, ritenendo che al massimo si possa contestare l’accusa di morte in conseguenza di altro delitto, cioè l’omissione di soccorso. Gatti fu trovato senza vita in una pozza di sangue, ai piedi del letto, nella sua casa alla frazione Canavera la mattina del 4 febbraio, quando la nipote, che si prendeva cura di lui, diede l’allarme. Il giudice Luigi Riganti ha fissato un’altra udienza al 30 luglio per consentire alla pm di replicare, mentre la sentenza potrebbe slittare a settembre.
La versione dell’accusa
Gatti, vedovo e da tempo in pensione dopo una vita di lavoro a Novate Milanese, aveva diverse patologie e viveva nell’abitazione con la nipote, che lo accudiva, e il figlio di lei, che però la notte prima dei fatti non aveva dormito a casa. L’anziano fu trovato senza vita al mattino ma per gli inquirenti la morte era sopraggiunta diverse ore prima, durante la notte. Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’anziano sarebbe stato colpito al capo mentre era a letto, con un oggetto contundente che però non è mai stato ritrovato.
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Il colpo avrebbe provocato una fuoriuscita di sangue, che avrebbe intriso il cuscino e il letto. L’anziano sarebbe stato poi spostato sul pavimento e lasciato per terra agonizzante. Secondo questa ricostruzione, l’indagata avrebbe spostato anche il cuscino, ritrovato poi vicino alla porta, e avrebbe chiamato i soccorsi solo al mattino. L’autopsia aveva escluso colpi mortali al capo, ma riscontrato una frattura allo zigomo e alcuni ematomi ai polsi. Ai soccorritori, chiamati da alcuni familiari, la donna aveva lasciato intendere di avere avuto un ruolo nella morte del pensionato.
La difesa
L’imputata, che si trova ancora in carcere, si è sempre proclamata innocente. Barone nel suo primo interrogatorio, subito dopo i fatti, si era avvalsa della facoltà di non rispondere, mentre aveva dato la sua versione al magistrato in un momento successivo, qualche giorno dopo l’arresto, spiegando che quella notte dormiva in un’altra stanza e di essersi accorta di quello che era successo solo al mattino, quando era andata nell’altra camera da letto e aveva trovato lo zio senza vita ai piedi del letto.
La donna, secondo questa versione, aveva chiamato tardi i soccorsi perché quella notte era caduta in uno stato di stordimento a causa dell’assunzione di psicofarmaci e alcol. Per approfondire la capacità dell’imputata di intendere e volere al momento del fatto ma anche la sua capacità di sostenere il giudizio il giudice Riganti ha disposto una perizia psichiatrica, affidata ad Alberto Caputo, che ha concluso ritenendo Barone in grado di affrontare il processo e lucida al momento del fatto. Ora la parola passa al giudice. —