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«All’Expo di Osaka raccontiamo una nuova Italia: mostriamo la credibilità, non solo la bellezza». Parla l’ambasciatore Vattani

A tre mesi dall’inizio di Expo 2025 Osaka, dunque a metà del percorso, il Padiglione Italia mantiene tutte le promesse della vigilia: è uno dei più visitati e apprezzati dal pubblico e sul piano economico è stato da sfondo per la firma di importanti accordi commerciali tra aziende italiane e giapponesi per 336 milioni di euro. Dunque, «è chiaro che siamo molto soddisfatti», dice al Secolo d’Italia l’ambasciatore Mario Vattani, Commissario generale per l’Italia all’evento. È però quello che c’è dietro questi numeri a contare forse di più di tutto il resto: visione e capacità organizzativa. Non si tratta di mera macchina, ma di un’idea di Italia che si riesce a trasmettere: quella di un sistema Paese dinamico e che funziona in maniera puntuale nelle sue varie articolazioni. È una questione di «reputazione», per dirla col termine usato da Vattani, che sottolinea come la collaborazione interistituzionale e l’appoggio pieno del governo in tutte le fasi siano stati determinanti per la riuscita. E, nella coincidenza dei mille giorni del governo Meloni, per chi ascolta è inevitabile collegare i punti di una ritrovata credibilità italiana a livello internazionale, di cui il Padiglione Italia diventa inevitabilmente un avamposto sulla scena globale.

Ambasciatore, qual è il suo personale bilancio a questo punto di Expo 2025 Osaka?

«È chiaro che siamo molto soddisfatti, abbiamo veramente avuto un riscontro eccezionale di pubblico sia come numero di visitatori sia come attenzione mediatica. File di cinque ore per visitare il nostro Padiglione e ci arrivano lettere e messaggi per dirci che ne valeva assolutamente la pena. Questo ci rende molto orgogliosi e grati, anche perché noi teniamo molto alla cura del nostro pubblico. Il riscontro è molto positivo anche sui media, quasi ogni giorno interviste o articoli sui principali media del Giappone, dai quotidiani Nikkei, Yomiuri e Asahi, alla televisione Nhk, la nostra Rai. Devo dire che in questo siamo molto aiutati dal ruolo importante delle Regioni, che si presentano di settimana in settimana: la nostra visitor experience offre costanti novità, perché oltre agli eventi nazionali, come quello di pochi giorni fa con Roberto Bolle, ci sono quelli proposti dai territori. Le Regioni hanno portato dei contributi incredibili. Ne cito due per dare la misura: la Regione Lazio ha portato il Cristo Risorto di Bassano Romano, un’opera di Michelangelo, e il Molise la Venere di Venafro, che non era mai uscita dall’Italia».

Questo protagonismo delle Regioni è diffuso o è una specificità italiana?

«Tutti i Paesi che hanno delle caratteristiche regionali fanno il possibile per presentarle. La differenza è che noi abbiamo puntato su questo aspetto in maniera strategica, decidendo di caratterizzare l’Italia per la sua regionalità e lavorando a monte con il Presidente Fedriga e la Conferenza delle Regioni. Il Padiglione Italia ha tre particolarità uniche: la prima, da un lato la scritta Italia e dall’altro il banner della Regione protagonista; la seconda è che il teatro, che ne è quasi il simbolo, è costruito con nicchie dedicate alle Regioni, ai loro artigiani, anche quelli dell’alta tecnologia; la terza è che un ampio spazio dell’esposizione, circa 120 metri quadri, di settimana in settimana è dedicato proprio all’allestimento delle Regioni. Questa scelta si è rivelata vincente».

In che modo?

«Principalmente per due aspetti. Il primo è che le Regioni hanno avvertito il loro protagonismo e hanno messo un’energia straordinaria per raccontarsi nel migliore dei modi; il secondo è che con il ministro Urso è stata costruita intorno a questa strategia di valorizzazione locale una strategia nazionale di attrazione di investimenti: ogni volta che viene una Regione il Mimit assicura un evento con testimonial di grandi aziende giapponesi già presenti su quel territorio. Questo è molto importante per tutti gli investitori stranieri, che sanno bene quanto siano prudenti e esigenti gli investitori giapponesi. È la prima volta che si mette in campo un’operazione del genere e mi auguro che prosegua anche nei prossimi Expo, perché si è rivelata una best practice virtuosa e proficua. Ma voglio davvero ringraziare tutto il governo che non ci ha mai fatto mancare il proprio appoggio, sia nella fase progettuale che durante l’evento: abbiamo avuto il ministro Tajani all’inaugurazione, un rapporto sinergico con l’Ice e il sistema Italia, e poi il ministro Lollobrigida, che sulla sfida per l’export dell’agroalimentare ha investito molto, i ministri Salvini, Urso, Musumeci, Valditara, Pichetto Fratin, e un’importante collaborazione con il ministro Bernini. Ma ne sto citando solo alcuni: questo Expo è uno sforzo collettivo, in cui tutto il governo ci ha sostenuto al meglio».

Avete già un calcolo del potenziale ritorno economico?

«Prima di iniziare abbiamo commissionato uno studio al Politecnico di Milano per sapere cosa potevamo aspettarci in termini di ricadute di export ed è venuto fuori che possiamo puntare a un aumento di 700 milioni dell’export, circa il 20%. Poi l’Expo è un moltiplicatore delle collaborazioni, vedi gli accordi per 336 milioni già firmati in questi primi tre mesi con le aziende giapponesi. C’è una forte attenzione alla nostra presenza su questo palcoscenico globale, siamo un grande catalizzatore».

Quanto conta il legame tra aspetto culturale e commerciale?

«Moltissimo, soprattutto in un contesto in cui si parla di tensione sui prezzi e di dazi. Noi qui non dobbiamo presentare solo prodotti, ma per far capire che la loro altissima qualità è frutto di un humus culturale unico. Che quella qualità è determinata da design, creatività, innovazione, ingegneria, capacità di invenzione che sono intimamente connessi al nostro portato culturale e dunque unici. Questo è un tema strategico. Ed è il modo in cui al Padiglione Italia abbiamo declinato il titolo di Expo: “Progettare la società futura per le nostre vite”».

Sarà il maggiore ritorno strategico dell’Expo di Osaka per il nostro Paese? 

«Non solo. Noi stiamo raccontando un’Italia che vuole presentarsi in modo nuovo, che vuole far vedere il suo potenziale di innovazione e di alta tecnologia, per esempio nell’aerospazio o nella subacquea. Nessun Paese può farcela da solo in questi settori di avanguardia, vince chi riesce a presentarsi come partner di fiducia con tecnologie di altissimo livello. Questo lo si dimostra attraverso occasioni come Expo, in cui si riesce a lavorare sulla reputazione della Nazione. Noi dobbiamo far vedere un’Italia che funziona, che ha una capacità organizzativa puntuale. Torniamo al punto che non si tratta solo di vendere prodotti, ma dimostrare quello che siamo davvero. In questo il Giappone aiuta, perché è un contesto molto esigente, che ci fa bene: ci fa bene far vedere che funzioniamo come un orologio anche in un contesto così esigente. Tutti si aspettano dall’Italia la bellezza e la creatività, ma resiste a volte uno stereotipo di Paese “simpaticamente imperfetto” dal punto di vista dell’efficienza. Dimostrare che non è così è un obiettivo strategico di primo piano».

L’Italia ha storici rapporti di amicizia con il Giappone e lei stesso, in un suo libro di una decina di anni fa, “La via del Sol Levante”, ha raccontato che i due Paesi, per quanto così diversi, hanno in comune più di quanto si pensi. Qual è oggi, secondo lei, il tratto che condividiamo maggiormente e quanto e come questa esperienza può servire a consolidare i legami?

«Col Giappone noi condividiamo sfide difficili, per esempio quella della denatalità, ma anche aspetti positivi come l’attitudine alla creatività, all’innovazione, all’immaginazione che sono gli ingredienti che ci distingueranno dagli altri in un mondo digitale e di Intelligenza artificiale. Sia l’Italia sia il Giappone hanno capito che questi sono gli strumenti più importanti e che bisogna puntare su cultura e tradizione, perché sono ciò che ti dà originalità. In questo ci somigliamo. Quanto al consolidamento dei rapporti, oggi abbiamo già un legame molto forte col Giappone. A Expo l’Italia ha tenuto fede a un impegno preso. Il presidente Meloni ha lanciato una partnership strategica con l’allora premier Kishida, che prevede anche lo sviluppo congiunto, insieme ai britannici, di programmi futuristici come il GCAP, il caccia di sesta generazione. Come partner strategico il Giappone contava molto sul nostro contributo per il successo di Expo e l’Italia si è impegnata per fare qualcosa di straordinario, che di giorno in giorno rafforzi questa collaborazione speciale. Ma, anche qui, il tema è di scenario: la situazione internazionale è tale per cui noi dobbiamo creare nuovi mercati e rafforzare le posizioni italiane in quelli strategici, come quello asiatico. Basti pensare all’area Asean, con una popolazione di 600 milioni di abitanti, con un’economia in crescita e consumatori alla ricerca di alta qualità».

Sua moglie è giapponese, i vostri figli condividono entrambe le identità, in qualche modo, sia dal punto di vista generazionale che culturale, rappresentano un osservatorio privilegiato sul futuro che Expo vuole raccontare. Come lo stanno vivendo?

Anche i miei figli si danno da fare qui al Padiglione Italia insieme agli altri ragazzi volontari italiani, che vengono invece da tante università grazie a un accordo con il Mur. Indubbiamente loro, con questa doppia identità, hanno la possibilità di guardare a Expo da entrambi i punti di vista. Ma il tratto che vedo è lo stesso che vedo negli occhi degli altri ragazzi: l’orgoglio di far parte di questo progetto italiano a Expo 2025. Devo dire che vedere quell’orgoglio brillare negli occhi di tanti ragazzi italiani che si impegnano così in Asia mi fa veramente piacere.

(Foto Italy Expo 2025 Osaka)

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