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Chi fermerà Israele? La legge del più forte ha già sconfitto il diritto internazionale

L’obiettivo di Netanyahu non è Gaza. Siamo noi.

La Cisgiordania è occupata da Israele in violazione del diritto internazionale. Invasa militarmente da decenni. Gli occupanti impongono alla popolazione civile la legge militare, con arresti che non passano da tribunali civili. Con torture, violenze, uccisioni arbitrarie, demolizioni di interi villaggi, sfollamenti forzati in corso anche mentre state leggendo.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato a settembre una risoluzione che imponeva a Israele, entro 12 mesi, di porre fine a questa presenza illegale nel Territorio palestinese occupato, in conformità con il parere emesso dalla Corte internazionale di giustizia (Cig) a luglio 2024. In applicazione della risoluzione – passata con 124 voti favorevoli, nonostante il voto contrario degli Stati Uniti e la conseguente astensione dell’Italia – Israele era tenuta a ritirare immediatamente le forze armate dalla Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, annessa illegalmente, e dalla Striscia di Gaza – occupate dal 1967 – e smantellare gli insediamenti israeliani.

I 12 mesi scadranno al termine dell’estate. La risposta di Israele è stata quella di accelerare la pulizia etnica. Quindici ministri e parlamentari israeliani del Likud, il partito di Netanyahu, compreso il vicepremier e ministro della giustizia Yariv Levin, hanno scritto una lettera per esortare il premier ad annettere la Cisgiordania non solo militarmente, come già di fatto, ma letteralmente dichiarandola ufficialmente parte di Israele, in sfregio al diritto internazionale. Suggeriscono di farlo prima della fine della sessione estiva della Knesset, il 27 luglio, per poi poter andare tranquilli in vacanza, sfruttando il momento propizio dovuto al sostegno incondizionato di Trump a Israele: “La partnership strategica, il sostegno e l’assistenza degli Stati Uniti e del presidente Donald Trump hanno reso questo un momento propizio per andare avanti”, scrivono.

Mentre leggete, centinaia di famiglie palestinesi vengono obbligate dai militari israeliani a lasciare in fretta le loro case. Ordini di evacuazione entro due ore: due ore di tempo per fare i bagagli e andare da nessuna parte. Le loro case saranno demolite per far posto alle case di altrettante famiglie israeliane.

In Cisgiordania succede precisamente quello che sta succedendo a Gaza, con una sola differenza: invece di procedere alla pulizia etnica con bombardamenti a tappeto, decine di migliaia di morti civili in maggioranza donne e bambini, la sistematica distruzione di tutto (la quasi totalità degli edifici sono stati distrutti o colpiti), in Cisgiordania si procede chirurgicamente: villaggio dopo villaggio, casa dopo casa.

E questo non perché a Gaza ci sia Hamas e gli ostaggi israeliani mentre in Cisgiordania non c’è Hamas, non ci sono gli ostaggi e non ci sono altre scuse per radere al suolo tutto e tutti; ma perché in Cisgiordania e a Gerusalemme Est ci sono gli israeliani nei loro insediamenti illegali e dunque le case degli israeliani. Quindi, le uccisioni da parte dell’esercito e le demolizioni procedono in modo selettivo, sterminando solo i palestinesi, demolendo solo le case dei palestinesi, ma l’obiettivo resta quello di realizzare, con il consenso degli Stati Uniti, un gigantesco stato per soli ebrei dai confini mobili e in progressivo allargamento, dove gli arabi, se proprio vogliono restarci, continueranno a essere perseguitati e trattati come cittadini di serie B.

La stampa israeliana pubblica da mesi le foto con i render in 3D, con i progetti degli architetti e dei colossi dell’edilizia, per far vedere come sarà l’area dopo che i palestinesi saranno cacciati: grattacieli, roof garden, piscine, corsi d’acqua, tanto verde e parchi giochi, palestre, parcheggi multipiano, discoteche, locali trendy in riva al mare, un porto turistico per gli yacht. Il tutto con la collaborazione dei governi e delle imprese – come denuncia l’ultimo rapporto di Francesca Albanese – che lucrano e fanno affari grazie a questo progetto coloniale di sterminio.

“Israele sta facendo quello che i nazisti hanno fatto a noi ebrei”, dice sgomento l’attore Wallace Shawn, tra i 21mila ebrei firmatari della petizione sottoscritta anche da 700 rabbini e 50 sinagoghe per chiedere di far entrare aiuti a Gaza: “Anzi, peggio”, insiste Shawn: “Perché Hitler teneva segreto il suo piano di sterminio temendo che se il mondo lo avesse scoperto lo avrebbe fermato, mentre Israele se ne vanta agli occhi del mondo! Agisce con il consenso degli Stati Uniti!”.

Ma è perfino peggio di così, e occorre capirlo per comprendere quanto impropriamente – e strumentalmente – Israele invochi l’argomento del diritto alla difesa, come se fosse assediata all’interno dei suoi confini riconosciuti dal diritto internazionale e non fosse invece Israele a invadere, occupare, assoggettare altri popoli (non solo palestinesi ma libanesi, siriani…). Israele sta facendo al mondo quello che Hitler ha fatto al mondo. Non per primo e nemmeno per terzo, anche se il termine “Terzo Reich” intendeva connotare la Germania nazista come il successore storico del Sacro Romano Impero e dell’impero impero tedesco di Guglielmo I. La Germania nazista non era in Germania ma si estendeva, come solo l’impero romano prima di lei, in tutta Europa e perseguiva l’idea del ritorno della Germania al colonialismo africano perduto dopo la Prima Guerra Mondiale.

Israele persegue, come la Germania nazista e le altre grandi potenze prima di lei, il colonialismo di insediamento allargando i suoi confini, inglobando territori, sterminando, ghettizzando, sfruttando, perseguitando, assoggettando i popoli conquistati. Lo fa però – questa è la differenza – con il sostegno di quei paesi, compreso il nostro, che per mettere fine al colonialismo e ai suoi crimini dei quali si erano macchiati, per porre fine alle guerre di conquista hanno ritirato gli eserciti, restituito sovranità ai paesi invasi, costruito regole, istituzioni, tribunali, siglato accordi, ratificato trattati, eretto a difesa dei popoli il diritto internazionale del quale l’Onu è – dovrebbe essere – la massima espressione.

Se chi ha costruito quel diritto – debole, imperfetto, pur sempre unico argine giuridico alla legge del più forte – lo disconosce significa che sta intenzionalmente sostituendo il diritto internazionale con la legge del più forte, che è la violenza, il colonialismo, la guerra. Lo sta facendo dichiaratamente, apertamente. E allora Putin, Netanyahu e chiunque schieri un esercito per avanzare oltre i suoi confini e allargarli a piacimento sterminando altri popoli (e il proprio, ma tanto in trincea mica ci vanno i figli di Putin e Netanyahu) potrà farlo, chiunque li appoggia è complice, chiunque sta zitto è responsabile.

Responsabile, e vittima: perché se prevale la legge del più forte a soccombere sono i più deboli, cioè noi: quelli che campano dello stipendio o della pensione quando ne hanno uno e altrimenti della carità, condizione che accomuna il 99 per cento degli esseri umani, che poi sono quelli che hanno lottato per ottenere e difendere le poche leggi decenti che abbiamo, quel diritto internazionale che doveva servire a proteggerci tutti dalla brama di pochi. Saranno i più deboli a soccombere, anche quelli che la propaganda razzista del potere ha convinto a stare dalla parte dei vincitori, a fare perfino parte di quella schiera.

A Roma si dice “poracci”. Che non sono i poveri, sono i poveri che non ci hanno capito un cazzo. Sono quelli che fanno più rabbia, mi dicono. Però a me che sono fatta storta sono quelli che fanno più pena. I poveri-poveri possono lottare, attivarsi, stringere legami solidali che li rendono più ricchi di quelli con i soldi, i poveri sono quelli che hanno sempre cambiato in meglio le cose le volte che le cose sono cambiate in meglio. I poracci soccombono e basta, un poco alla volta, come rane bollite, maledicendo gli stranieri, i musulmani, i gay invece che prendersela con i loro sfruttatori.

L'articolo Chi fermerà Israele? La legge del più forte ha già sconfitto il diritto internazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.




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