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Perché Piantedosi (dopo Salvini) è il peggior ministro degli Interni degli ultimi decenni

In un tempo di crisi e trasformazione, il Ministero dell’Interno rappresenta il cuore pulsante della Repubblica, il luogo dove si intrecciano la tutela della sicurezza, la difesa della legalità e la garanzia dei principi costituzionali che fondano la nostra convivenza civile. È una responsabilità immensa, che richiede visione, equilibrio e un’incrollabile fedeltà ai valori democratici.

È con questa consapevolezza che dobbiamo valutare l’operato di Matteo Piantedosi, un uomo chiamato a guidare il Viminale in un momento di sfide epocali, ma il cui mandato si sta rivelando, con sempre maggiore evidenza, un capitolo oscuro nella storia delle istituzioni italiane. Non è con animo polemico, ma con il rigore che la gravità dei fatti impone, che dobbiamo riconoscerlo: Piantedosi si sta dimostrando uno dei ministri dell’Interno meno adeguati che la Repubblica abbia mai conosciuto, un funzionario che, pur mosso da intenti amministrativi, sembra aver smarrito il senso profondo della sua missione, piegando il prestigio del suo ruolo a logiche di parte e a scelte che minano la fiducia dei cittadini nello Stato.

L’ultimo atto di questa parabola discendente è la decisione di non intervenire contro un convegno sulla cosiddetta “reimmigrazione”, un’iniziativa che, nei suoi toni e nei suoi contenuti, promuove tesi apertamente discriminatorie, in contrasto con la Legge Mancino, la norma che dal 1993 punisce l’incitamento all’odio e alla discriminazione per motivi razziali, etnici o religiosi.

Questa legge non è un semplice dispositivo giuridico: è un baluardo contro il riaffiorare di ideologie che hanno insanguinato il Novecento, un monito a non cedere alla tentazione dell’intolleranza. Consentire, senza nemmeno un cenno di condanna, un evento che sfida lo spirito di questa normativa non è solo un’omissione: è un tradimento dei principi di uguaglianza e coesione che la Repubblica ha il dovere di difendere. Piantedosi, scegliendo il silenzio, ha abdicato al suo ruolo di garante della legalità, lasciando che il veleno della divisione si diffonda senza ostacoli. Un Ministro dell’Interno non può permettersi ambiguità su questioni che toccano i fondamenti della nostra democrazia.

Questa vicenda assume contorni ancor più inquietanti se letta alla luce di altri episodi recenti, che rivelano un approccio selettivo e incoerente nella gestione dell’ordine pubblico. Nei giorni scorsi, le forze dell’ordine, sotto la guida del Viminale, hanno agito con sorprendente solerzia per rimuovere striscioni che celebravano il 25 aprile, la festa nazionale che commemora la Liberazione dal nazifascismo, o che esponevano bandiere palestinesi, un atto di espressione politica protetto dalla Costituzione. Reprimere simboli di libertà e solidarietà, mentre si tollera la propaganda discriminatoria, non è solo un paradosso: è un doppio standard che scuote la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Il 25 aprile non è una ricorrenza qualunque, ma il simbolo della riconquista della democrazia; la bandiera palestinese, piaccia o no, rappresenta un diritto di espressione che nessuna autorità dovrebbe soffocare senza motivo. Un Ministro autorevole non permette che le forze dell’ordine diventino strumento di una narrazione politica, ma garantisce che ogni voce legittima possa trovare spazio nel dibattito pubblico.

Sul fronte dell’immigrazione, l’operato di Piantedosi è stato segnato da scelte che oscillano tra la propaganda e il fallimento. Il Ministro è stato un fermo sostenitore del progetto di esternalizzazione della gestione dei migranti in Albania, un’iniziativa costosa, giudicata inefficace da esperti e ONG, e messa in discussione dalla Corte di Giustizia Europea per la dubbia compatibilità con il diritto internazionale.

Ancora più gravi sono state le sue parole dopo la strage di Cutro, quando, nel febbraio 2023, commentando la morte di decine di migranti in un naufragio, dichiarò: “La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. Una frase che, lungi dall’esprimere cordoglio, sembrava spostare la colpa sulle vittime, ignorando le responsabilità di un sistema che rende le rotte migratorie sempre più pericolose. Non meno discutibile è stata la sua ostilità verso le ONG che operano soccorsi in mare, accusate di favorire l’immigrazione irregolare, nonostante il loro lavoro sia riconosciuto come un dovere umanitario dal diritto internazionale. E poi c’è l’immagine, indegna di un Paese civile, di migranti ammanettati senza aver commesso reati, un’operazione che il Viminale ha giustificato come necessaria, ma che appare come un puro esercizio di propaganda per compiacere una certa base elettorale.

Ma il fallimento di Piantedosi non si limita alla gestione dell’immigrazione. Sotto il suo mandato, la microcriminalità non è diminuita, come dimostrano i dati del Viminale stesso, che registrano moltissimi reati come furti e scippi in diverse aree urbane. Gli omicidi tra giovani, spesso armati di coltelli, continuano a segnare le cronache, senza che si intraveda una strategia efficace per contrastare questa deriva. Nel mondo del calcio, gli ultras continuano a spadroneggiare, con episodi di violenza che il Viminale affronta con il minimo sindacale, senza un piano strutturale per arginare un fenomeno che mina la sicurezza degli eventi sportivi. E poi c’è la gestione, insieme al Ministro della Giustizia Nordio, del caso Almasri, un esempio di come il dovere di arrestare un criminale internazionale sia stato messo da parte di fronte all’interesse del governo di tenersi buoni i delinquenti libici per non avere problemi migratori.

Come il suo predecessore Salvini, Piantedosi ha usato i canali istituzionali per vantare successi parziali, spesso gonfiati per propaganda, mentre i problemi strutturali del Paese restano irrisolti.

Matteo Piantedosi non è un uomo privo di esperienza o capacità tecniche, ma il suo mandato rivela una carenza più grave: la mancanza di una visione che elevi il ruolo del Ministro dell’Interno al di sopra delle contingenze politiche. Un vero servitore dello Stato non si limita a eseguire gli ordini di una maggioranza, ma interpreta il suo ruolo come una missione al servizio di tutti i cittadini, senza distinzioni.

Piantedosi, invece, sembra intrappolato in una logica di parte, incapace di incarnare l’autorevolezza che il Viminale richiede. La sua gestione, fatta di silenzi, contraddizioni e scelte discutibili, lascia un’ombra lunga sulla Repubblica. L’Italia meriterebbe un governo un Ministro che sappia unire, non dividere; che sappia proteggere, non reprimere; che sappia guidare, non seguire da vassalli il ‘padrone’ di turno, come sta facendo con Trump.

Nel frattempo, a parte l’imbattibile Salvini, possiamo dire che Piantedosi è il peggior ministro dell’Interno degli ultimi decenni. Ma fa sempre in tempo a recuperare e sinceramente lo speriamo. Ma difficile che un ministro del governo di estrema destra a guida Meloni possa cambiare rotta.


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