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Renzi: uno, nessuno, centomila

Matteo Renzi ha inaugurato a suo modo la stagione. Messa in sordina l’ambizione di Italia Viva, da figliol prodigo (o, meglio, da chi la sa sempre più lunga) cambia di nuovo tutto e ricerca sponde nel Pd. Più che un’estate, però, il suo pare un autunno.

«Quanto tempo ci hai fatto perdere!». La frase di Nicola Zingaretti è un punto esclamativo sulle mattane di Matteo Renzi, che ha deciso di trascorrere le vacanze estive rovinando quelle del Partito democratico, con la pazza idea di rottamare il terzo polo e di tornare dentro il centrosinistra senza bussare. «Perché i bambini possono permettersi di calpestare il galateo» sibila un antico frequentatore degli scaloni del Nazareno che non lo vorrebbe vedere neppure dipinto sul muro. Ma casualmente non è Goffredo Bettini.

La metafora dell’eterno infante all’ora del gelato calza a pennello: lui con il ghiacciolo al limone che esce in mutande dalla Partita del cuore (luglio 2024) esattamente come lui con il cono di Grom dieci anni fa (agosto 2014) davanti a palazzo Chigi, per replicare a una copertina dell’Economist che lo aveva rappresentato in bermuda sull’orlo del baratro. Che destino, il Bomba, definito così dagli amici perché le sparava grosse anche da piccolo. Un decennio a scappare dalla sinistra radicale con il carrettino dei gelati bio per ritrovarsi alla casella uno, come se la politica fosse qualcosa che sta fra il Gioco dell’oca e il capriccio di un marmocchio che ama distruggere i castelli di sabbia degli altri, con i sandaletti fluo e il cappellino con l’elica. Che destino, il Bomba, che si autodefinì statista ma è costretto a fare mosse da statistico (più un contabile che un notabile) e cercare di capitalizzare il 2 per cento scarso di Italia Viva dentro il campo larghissimo di Elly Schlein «già dalle prossime regionali». Intanto oltre 200 dirigenti locali del partito lo contestano...

Fuori dall’Europa, fuori dalle città che contano, fuori dalle stanze del potere, Renzi frigge. Non gli basta la sfilata permanente in costume, che lo vede una volta travestito da sceicco per una conferenza in Arabia Saudita, l’altra con il dhoti, la tunica da marajah per un matrimonio in India, l’altra ancora da laburista british accanto a un incartapecorito Tony Blair. Sulla soglia dei 50 anni gli pesa l’irrilevanza, rilascia interviste psicoanalitiche da reduce precoce (ah quel giorno di confidenze con Joe Biden, ah quella telefonata di Barack Obama, ah quella passeggiata per Firenze con Angela Merkel), mostra un perfin tenero provincialismo. Soprattutto vuole tornare a dare le carte, così è passato dal riformismo al trasformismo. E dopo la stagione delle conferenze che gli ha consentito di arrivare a un reddito di oltre tre milioni di euro, ha chiesto un posto a tavola nell’ammucchiata anti-Meloni, dove si troverà accanto a tutti coloro che ha combattuto nell’ultimo decennio al pistacchio: il Pd guidato da una lady gruppettara ex Sardina, il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte (da lui definito sei mesi fa «un irresponsabile, un uomo senza dignità»), l’idolo dei centri sociali Nicola Fratoianni e il «nimby» Angelo Bonelli.

«Guardiamo al futuro», ha detto Renzi per evitare di soffermarsi sulle macerie del passato. Secondo lui l’aggregazione ha un senso perché «il voto anticipato non è un tabù e dobbiamo essere pronti a battere la destra. Basta governi tecnici». Dopo aver seppellito Mario Draghi con le ultime tre parole nell’indifferenza delle redazioni (dove vivaddio i condizionatori vanno a pieno regime anche senza la pace), il Metternich di Rignano ha capito dalle numerose batoste che «il Paese è più affezionato al bipolarismo di quanto lo siamo stati noi». Il siluro a Carlo Calenda è palese, e infatti arriva la replica immediata dell’ormai terzopolista solitario: «La sua è la meravigliosa politica del ’ndo cojo cojo».

Guardiamo al futuro, invita Matteo nella sua «ultima reincarnazione», come direbbe Balzac. E il futuro è già qui dopo la sospensione dell’esistenza ferragostana, alle regionali d’autunno in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna. Lui insiste per esserci e portare dentro il campo larghissimo qualcuno dei suoi, ottenere uno strapuntino e far dimenticare le sacrosante battaglie invise alla Cosa rossa. Come quella sul garantismo in una coalizione fortemente manettara. L’esempio plastico è la Liguria: la scorsa settimana Renzi si è esibito in un enfatico pistolotto a difesa di mamma e babbo alle prese con i processi, ma non ha detto una sillaba sulla vicenda di Giovanni Toti dimesso da prigioniero. Il motivo c’è: sarà costretto a votare Andrea Orlando, ex ministro piddino della Giustizia che si candida per prendere il posto del governatore silurato dai pm. Neanche in Venezuela.

Lui ha spalancato la porta del Comitato centrale, ma loro lo faranno entrare? Qui sta il nocciolo, qui sta il cruccio. Per Elly Schlein l’argomento è da gastrite, anche perché due anni fa lui la accolse così: «La fine del Pd ci sarà sia con lei al Nazareno che senza». Per ora si è limitata a dire: «No ad alleanze nelle stanze chiuse, bisogna vedere i programmi». Se basta questo non ci sono problemi; dall’entusiasmo con il quale si è proposto, Renzi sembra disposto ad accettare tutto, anche il referendum per abolire il suo Jobs Act. Sarebbe il giro di chiglia necessario per espiare le colpe. Ma l’ostacolo vero è Giuseppe Conte, che alla notizia di un possibile accordo con l’altro odiato Matteo (il primo è Salvini) è sbottato: «La politica è una cosa seria» (da che pulpito).

Per ora il niet è fortissimo, l’unico terreno di baratto è il ritiro della pattuglia renziana dalla Commissione Covid. E l’unico possibile pontiere sarebbe proprio Bettini, il factotum della Ditta romana. Sarebbe, se Renzi «lingua di fuoco» non lo avesse definito in modo sprezzante «la corrente thailandese del Pd» per via della sua casa in Asia. La sinistra radicale neppure lo considera, tutti per ora nascondono la verità: lui porta in dote meno del 2 per cento, può sottrarre voti al Pd e fa scappare verso Azione o Forza Italia i centristi del suo partitino. Perché, come sottolinea Lorenzo Pregliasco (YouTrend), «gli elettorati sono incompatibili».

Così lo statistico in bermuda ha scoperto di avere bisogno di un alleato solido, di un camerlengo rosso per convincere gli alleati riluttanti che in fondo lui, lady Maria Elena Boschi, Raffaella Paita e qualche altro transfugo possono rientrare nel club anche con la tessera scaduta. E ha deciso di tentare con il compagno più inatteso, Maurizio Landini, al quale manda messaggi profumati da un paio di settimane sul tema dell’autonomia differenziata. Entrambi vogliono abolirla, entrambi ritengono che se il referendum ottenesse il quorum e vincesse il «Sì» il governo rischierebbe di saltare in aria (Renzi di referendum suicidi ne sa qualcosa). Ed ecco apparecchiata la strana coppia. Ma se c’è il quorum rischia anche il Jobs Act. Il Bomba non rallenta: «Divergenze fisiologiche, ne parleremo a tempo debito». «I distinguo identitari non sono più una forza», va dicendo l’ex sindaco di Firenze per convincere i suoi pretoriani a seguirlo nell’ammucchiata di sinistra dalla quale era scappato tre anni fa agitando l’aglio davanti ai populismi. Sarà, ma in quel camerone da collegio a Erevan ritrova il populismo più elementare e pervasivo di tutti, quello grillino. Quello del reddito di cittadinanza e del bonus 110 per cento.

È ciò che gli ha fatto sapere Luigi Marattin, il turbo-economista di riferimento di Italia Viva, che ha preso le distanze dalla svolta chiedendosi «se il partito è in mano a una comunità o a un singolo con potere assoluto». Poi ha aggiunto: «Non vedo come la nostra storia possa convivere con chi vuole la patrimoniale, abolire il Jobs Act, odia la meritocrazia, vede la spesa pubblica come soluzione di tutti i mali, è giustizialista e ha dubbi seri sulla collocazione atlantica. Non sono dettagli ma abissi culturali, che nessun “collegio buono” può colmare». Uno schiaffo in faccia al leader, in attesa della resa dei conti del 28 settembre nell’Assemblea nazionale.

Dopo l’ultima giravolta, Renzi si prepara a un autunno gastrico. Sia per seguirlo che per accettarlo, amici e semplici conoscenti gli chiederanno di digerire un bue intero. E lui lo farà, perché la posta in palio è - dal suo punto di vista - la più alta: il ritorno a «Cold Mountain», la sensazione di contare qualcosa, il tentativo di non rimanere prigioniero a 50 anni dei fantasmi di Obama, della Merkel. E di quel reducismo che già lo attanaglia. «È cominciato tutto alla partita del cuore, Elly ha segnato grazie a un mio assist» ripete fermando i giornalisti per strada per farsi intervistare. Poiché è pur sempre Renzi, si dimentica di aggiungere che il gol è stato annullato per fuorigioco.



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