Insultata e picchiata anche incinta, la testimonianza in aula: «Il suo era un amore malato e tossico»
«All’inizio erano rose e fiori, nel senso che mi dedicava molte attenzioni. Era carino e mi copriva di regali. Poi, con il passare del tempo, mi sono accorta che il suo era un amore malato, tossico».
Mentre a Mantova e provincia continuano a fiorire iniziative di sensibilizzazione contro la violenza di genere – panchine rosse, dibattiti e anche una donazione che Coop Alleanza 3.0 ha elargito a Telefono Rosa – giovedì mattina in tribunale è stato affrontato uno dei tanti casi di maltrattamento nei confronti di una giovane donna.
Un racconto dettagliato e denso di emotività quello reso da una giovane, poco più che 30enne, che di fronte al collegio presieduto dal giudice Gilberto Casari ha illustrato un paio d’anni di convivenza con il suo compagno, passati in un batter d’ali dal paradiso all’inferno. Alla sbarra, con l’accusa di maltrattamenti, è finito l’ex fidanzato con il quale ha avuto una relazione tra il 2017 e il 2019 e in seguito alla quale era nato un figlio. Il racconto della parte offesa, secondo quanto riferito in aula, si può condensare in due parole: gelosia e possessione. «Le sue attenzioni – ha raccontato la donna – erano diventate maniacali ed era ossessionato dal fatto che io potessi tradirlo. I litigi erano diventati sempre più frequenti e lui mi insultava pesantemente. Mi diceva che non contavo nulla, che ero una poco di buono, che ero la peggiore donna con la quale aveva avuto una relazione».
Insulti e botte, sempre secondo la versione della parte lesa. «Mi ha colpito con dei ceffoni al viso e con dei calci ai polpacci, anche quando ero incinta al secondo mese. Io non l’ho mai tradito, ma lui era ossessionato e una volta mi ha preso per il collo e sbattuta sul letto. Volevo chiamare mio papà ma non ho potuto perché mi ha preso il telefono e lo ha nascosto». La gelosia dell’uomo raggiunge il culmine quando lei ad un certo punto scopre la presenza di un Gps sull’auto installato per controllarla. «Durante un altro litigio – ha raccontato ancora la parte lesa – mi ha colpito con dei calci perché controllando il mio telefono ha visto un numero che non conosceva. Non riusciva a controllare la sua gelosia e a quel punto ho dovuto chiamare un’ambulanza e i carabinieri». Tra le altre umiliazioni subite anche il dubbio sulla gravidanza: «Mi diceva che il figlio che portavo in grembo non era suo e che una volta nato avrebbe fatto il test del Dna». Nel corso dell’udienza sono state ascoltate anche due amiche che hanno riferito il profondo stato di prostrazione e di paura vissuto della giovane durante la convivenza con l’imputato. Il processo è stato rinviato al 29 febbraio 2014.