Cinema al 100 per cento, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 30 novembre
IL CIELO BRUCIA | PALAZZINA LAF | I LIMONI D’INVERNO
Regia: Christian Petzold
Cast: Thomas Schubert, Paula Beer, Langston Uibel, Enno Trebs, Matthias Brandt
Durata: 103’
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A bruciare nel cielo di Christian Petzold sono soprattutto le speranze e i sentimenti di esistenze un po’ marginali, tra la Polonia e la Germania, verso il Baltico. “Il cielo brucia” – stesso titolo di un dimenticato film italiano d’aviazione del 1957, con Amedeo Nazzari – narra qualche giorno nella vita di tre ragazzi, in un’estate torrida anche per le latitudini settentrionali, tra incendi boschivi e sessuali.
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Due coppie di amici si incontrano attorno a una casetta sul mare: Leon, complessato scrittore berlinese, cerca di portare a termine il suo secondo romanzo; l’amico Felix, che invece di vivere ha molta voglia, tanta quanta la sua sessualità dirompente e pluridirezionale; mentre dall’altra parte della casa la sfuggente e conturbante Nadja dà segni di sé solo negli incontri amorosi con un aitante bagnino, Devid, di cui di notte si sentono gli echi. E intanto l’incendio avanza, anche sul mare che mostra riflessi speciali.
Quando la frequentazione congiunta dei quattro ragazzi inizia ad approfondirsi, emerge d’un lato un senso di leggerezza e di effimero che sta stretto soprattutto a Leon, dall’altro una serie di tensioni che sfociano poi in contrasti tra loro, gelosie e risentimenti, nel momento di maggior crisi ambientale. Petzold si affida a giovani attori, dalla già collaudata Paula Beer all’austriaco Thomas Schubert, per ridelineare in microcosmo una riflessione sul disagio giovanile, tra speranze deluse e prassi di vita quotidiana, sogni nel cassetto e banalizzazione della normalità.
Orso d’argento all’ultima Berlinale, “Il cielo brucia” parte come una commedia e finisce in dramma: il cinema di Krzysztof Kieslowski è vicino, appena oltre confine. (Michele Gottardi)
Voto: 7
***
Regia: Michele Riondino
Cast: Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Paolo Pierobon
Durata: 99’
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Ilva di Taranto. Anni ’90. Caterino Lamanna (Michele Riondino), operaio manutentore, ultimo della catena, si spacca la schiena e respira veleno. Quello che non gli resta nei polmoni, lo sputa fuori: vive incattivito in un casale fatiscente, guadagna poco, diffida di tutti (sindacati in primis), si crede più furbo degli altri ma, in realtà, è solo uno sprovveduto. Tanto da scambiare per “amicizia” il patto che fa con Giancarlo Basile (Elio Germano), viscido dirigente dell’azienda che gli chiede di fare la spia tra gli operai.
Lusingato da pochi spiccioli in più e da un’auto di servizio scassata, Caterino assume con fierezza il ruolo di “informatore” ma pretende (e ottiene) anche di più. Inconsapevole, si fa assegnare alla Palazzina Laf, che crede essere un luogo di privilegiati, perché qui i dipendenti vengono pagati per non fare nulla. E, in effetti, lo stabile in disarmo ospita molti suoi colleghi confinati laggiù a guardare il muro dalla mattina alla sera perché troppo qualificati o scomodi.
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Una forma subdola e lenta di mobbing che quando non porta i dipendenti ad un vero e proprio disagio psichico, costringe loro ad accettare demansionamenti o a licenziarsi. Nella sua ottusa ingenuità, Caterino lo capisce troppo tardi, restando stritolato in quella dimensione limbica tra la delazione e il tradimento degli ideali operai.
“Palazzina Laf” è la prima regia di Michele Riondino che, per il proprio esordio dietro la macchina da presa, non poteva che scegliere un soggetto e un contesto che conosce molto bene. Figlio di quel territorio siderurgico, di sogni e speranze avvelenate e tradite, che è Taranto con la “sua” Ilva, Riondino, con una sincerità ed una onestà che restano il cuore pulsante del film, si ritaglia il ruolo di un personaggio sgradevole, mostruoso e candido allo stesso tempo, che finisce, proprio malgrado, per scoperchiare una delle tante vergogne italiane sui diritti dei lavoratori.
Nonostante qualche fragilità di scrittura e un finale “in levare” che forse avrebbe meritato una articolazione più attenta, la denuncia di Riondino è forte anche grazie al senso di straniamento che si respira nel film. C’è, evidentemente, un filo rosso che tiene insieme “Palazzina Laf”, le “Cento Domeniche” di Albanese e l’ultimo film di Ken Loach (The Old Oak), tutti contemporaneamente in sala, che conduce ad una realtà che sapevamo amara ma non così senza speranza. (Marco Contino)
Voto: 6,5
***
Regia: Caterina Carone
Cast: Christian De Sica, Teresa Saponangelo, Francesco Bruni
Durata: 105’
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Un film delicato e insieme triste, senile, ma nel contempo non immune da speranze e da un grande amore per la vita: è "I limoni d’inverno” della regista ascolana Caterina Carone, che al tema del congelamento affettivo ed esistenziale della stagione finale dell’anno e della vita aveva già dedicato “Fräulein, Una fiaba d’inverno”.
Qui Carone torna con maggior coerenza, meno esitazioni e soprattutto più convinzione narrativa sull’incontro tra due anime raffreddate e in autoesilio affettivo. Pietro Lorenzi (un Christian De Sica, già in “Fräulein” mai sopra le righe e qui davvero attore) è un professore di lettere in pensione che, dopo il divorzio dalla moglie, vive da solo in un appartamento romano con una terrazza che accudisce con cura, dedicandosi alle piante.
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Sta scrivendo un libro su "quattro donne di talento che nella vita sono state sottovalutate" - Zelda Fitzgerald, Hedy Lamarr, Alice Guy, Tina Modotti e Hilma at Klint - ma fa piccoli errori di ortografia, perde gli appunti, i libri, insomma la memoria gli falla spesso. Nell'appartamento di fronte si trasferisce una coppia più giovane: Luca, fotografo d'arte contemporanea, ed Eleonora, che ha studiato pittura e disegno all'Accademia, ma ad un certo punto ha smesso di creare, "perché non era abbastanza brava". Luca ed Eleonora custodiscono un dolore segreto e non riescono a parlarsi più, Pietro ne ha un altro di cui non vuole prendere coscienza.
Nelle more delle loro esistenze e delle rispettive solitudini, Pietro ed Eleonora si conoscono, si frequentano, si avvicinano, ma la discrezione del film e della regista evita trasgressioni e sentimenti clandestini, registrando la resilienza dei protagonisti alle avversità della vita. Come loro e attorno a loro, altri protagonisti cercano di resistere, riuscendovi: il fratello di Pietro, Domenico, che da quando è in pensione cerca di far navigare un mezzo relitto, metafora evidente della propria esistenza; o il barista Nicola alla ricerca di un diploma superiore. Film di atmosfere un po’ francesi, “I limoni d’inverno” è un piccolo film che investe grandi temi senza uscirne tramortito. (Michele Gottardi)
Voto: 6,5