Il processo al marito violento si conclude dopo dieci anni: condannato a due anni e 4 mesi 56enne di San Donà
Un giorno, l’ha minacciata di infilzarla con un coltello da pane. Un’altra volta – quando lei era bloccata da una gamba rotta – ha iniziato a colpirla conpugni alla gamba sana, cercando di farla cadere dalle scale, urlandole contro che «avrebbe
inscenato una tragedia».
Uomini che picchiano le donne: ogni giorno, il Tribunale racconta almeno una storia di violenza e brutalità. Per questa, ci sono voluti ben dieci anni – un tempo lunghissimo – perché finalmente questa storia di violenza domestica avesse un primo punto fermo: il Tribunale di Venezia ha, infatti, condannato ieri a 2 anni e 4 mesi di reclusione un56enne sandonatese accusato di maltrattamenti in famiglia, per aver sottoposto la moglie (che si è costituita parte civile, con l’avvocata Arianna Salvalaio) a ogni sorta di angherie e violenze: picchiata con pugni, vessata, minacciata, nell’ormai lontano 2011/2013.
Anche i tempi lunghi della giustizia diventano un supplizio per la vittima, che ora ha finalmente – per la prima volta – visto riconosciuto anche il diritto ad essere risarcita dall’ex marito.
Un altro caso di violenza in famiglia, come troppi se ne raccontano nelle aule di giustizia veneziane: solo la punta dell’iceberg di quanto accade attorno a noi. Il capo d’imputazione racconta di angherie e violenze, iniziate nel giugno del 2011: lui le mostra delle foto, lei le vuole prendere in mano, lui rifiuta e nel diverbio «la prende per il collo, stringendola per poi afferrarla per i capelli e scaraventarla a terra, colpendola con sberle».
Neppure le fredde parole del codice possono alleviare l’orrore della violenza domestica: ad agosto di quello stesso anno, prende a sberle la moglie perché non vuole che si incontri un’amica.
Poi è un crescendo. A febbraio 2013 «aggrediva la compagna accusandola di fare rumore e disturbare il suo riposo, scaraventando a terra oggetti e suppellettile, offendendole, colpendola con una sberla».
E quando lei tenta di difendersi lanciandogli contro una ciotola di plastica, lui afferra un coltello del pane minacciando di infilzarla.
Poi l’episodio in cui la prende a pugni e minaccia di buttarla giù dalle scale, intimandole «di non dire nulla a nessuno altrimenti avrebbe fatto male a sua figlia».
E, infine, l’episodio più violento e decisivo: a giugno 2013 «la colpiva alla testa con una sberla e un violento pugno facendole perdere i sensi, la minacciava poi con un lungo coltello afferrato in cucina e quando lei si era rifugiata in bagno, ne sfondava la porta continuando a picchiarla».
Mossa dalla disperazione – seppur inseguita – era riuscita a scappare e a denunciarlo. Ci sono voluti dieci anni per il processo di primo grado.