Omicidio di Cannaregio, Marconi resta in cella: «Potrebbe uccidere ancora, è un uomo dalla violenza letale»
Per la sua «violenza letale». Per il pericolo di fuga, dati i «suoi canali di contatto con ambienti tali da avergli procurato anche la disponibilità di un’arma clandestina e modificata e tali, dunque, da poterne anche facilitare l’eventuale sottrazione alle ricerche». E, ancora, per «l’elevatissimo pericolo» che una volta libero cerchi i testimoni del delitto per ucciderli, data «l’assenza di freni inibitori all’uso della violenza anche estrema».
Così il giudice per le indagini preliminari Luca Marini motiva dal punto di vista del codice penale, quello che il buon senso trova ovvio, ovvero che Raffaele Marconi debba attendere in carcere l’esito delle indagini a suo carico per omicidio volontario aggravato: lui, il trasportatore 35enne che ha trasformato una tranquilla serata veneziana - tra la folla di Lista di Spagna, San Geremia e il ponte delle Guglie - in un angolo di Far West, con omicidio a sangue freddo: un colpo di calibro 12 in pieno viso, sparato con un fucile a canne mozze e con il quale ha ucciso il 25enne Khalil Mallat.
[[ge:gnn:nuovavenezia:13897629]]
Prima la lite
La sequenza temporale ricostruita dagli investigatori, vede poco prima i due litigare per un motivo sul quale - al momento - non c’è alcuna certezza. Poi Marconi va a casa, prende il fucile, lo mette in una borsa, torna verso le Guglie, trova Mallat in un bar e gli spara in pieno volto.
Il gip Marini - nella sua ordinanza - sottolinea «la violenza letale dell’indagato nei confronti della vittima, per cause ancora da accertare, ma che lo hanno spinto ad esplodere colpi di arma da fuoco verso un soggetto inerme, in un locale pubblico, alla presenza di altre persone, con il tentativo di reiterare la condotta verso il testimone più vicino, esito impedito solo dall’inceppamento dell’arma».
[[ge:gnn:nuovavenezia:13893767]]
Il testimone salvo
Testimone che era uscito dal bar “Laguna” - dov’era insieme all’amico Khalil, papà da pochi giorni - per fumare una sigaretta.
Ai carabinieri ha detto di aver sentito un forte botto e, girandosi, ha visto «una persona con un cappuccio imbracciare un fucile puntato verso di lui, che si è inceppato al momento dello sparo».
L’uomo scappa verso San Geremia e Marconi lo insegue per un po’. Poi torna sui suoi passi e - sempre con in mano il fucile, tra la gente - va verso casa in compagnia del fratello. Molte le immagini riprese dalle telecamere, ma non del delitto, avvenuto dentro al bar.
Ad assumere la difesa di Raffele Marconi sono gli avvocati Renato Alberini e Sara Rinaldin. A rappresentare i congiunti della vittima, gli avvocati Luca e Giorgio Pietramala. Il 4 dicembre, l’autopsia, che il pm Nalin ha affidato alla medico legale Cristina Mazzarollo (consulente di parte Gianni Barbuti). Lo stesso giorno, sarà conferito al perito informatico Marco Marangoni l’esame dei due cellulari (di omicida e vittima), per cercare l’origine - se c’è - del tutto.