I successi dell’antimafia: «Basta con il falso mito dei boss invincibili»
Il ruolo delle donne nella mafia e, allo stesso tempo, quello centrale delle forze dell’ordine nella cattura dei super latitanti, sono stati i temi toccati da Enzo Ciconte, docente universitario ed esperto di fenomeni mafiosi, e dal generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros dei Carabinieri dal 2017.
«La cosa che più mi ha infastidito della vicenda della cattura di Matteo Messina Denaro è stata quella della voce messa in giro, da molti soggetti, che il boss sia stato preso perché ammalato, o perché aveva fatto un patto con i carabinieri. Come se il nostro Paese, che ha leggi antimafia costate la vita a tanti, e a uomini e donne capaci nelle forze dell’ordine, non sia in grado di fare indagini serie e complesse. Lo stesso Messina Denaro, una volta catturato, ha ribadito: “Mi avete preso perché sono ammalato”. Neppure l'onore delle armi ha concesso. Un fatto che serve a portare avanti un mito di invincibilità del mafioso, soprattutto di un personaggio figlio di un padre morto in latitanza, e fatto trovare, vestito a festa, pronto per il funerale».
E ancora: «Chiunque di noi, con un tumore terminale diagnosticato, cambia le sue abitudini di vita, e così fanno i mafiosi». Ha concluso Ciconte: «Il ruolo delle donne nella mafia siciliana è stato finalmente riconosciuto, ma davvero siamo convinti che mogli, come nel caso di Riina, che hanno fatto nascere figli nelle cliniche, non sapessero chi fosse il marito? E qui va il merito alle donne dell'antimafia che hanno aiutato a capire questo ruolo».
Sull'operazione che ha portato alla cattura di Messina Denaro e, in generale, dei latitanti, Angelosanto è stato ricco di dettagli. «Si tratta di operazioni militari e investigative. Di fatto operiamo chiudendo il cerchio, tagliando l'acqua. Per Messina Denaro, dal 2011 alla sua cattura, abbiamo preso 186 persone e sequestrato 250 milioni di euro. Il che vuol dire che indagini complesse di queste tipo necessitano di una struttura sul territorio, perché da qui serve partire. Dal territorio, dalle famiglie e dai mandamenti (i gruppi mafiosi, ndr), per capire le relazioni, scoprire la rete di protezione e piano piano eliminare, con la cattura, pedine chiave che proteggono il mafioso. A quel punto non resta che lui. Poi serve tagliare i fondi, i soldi che garantiscono la latitanza».
Un racconto che ha avvallato la tesi di Ciconte, che si ha sempre a che fare con uomini e donne preparati, che lavorano a lungo e che sfruttano un sistema giudiziario per arrivare a questi risultati. «La fortuna può esserci, ma non serve a nessuno sminuire il lavoro degli uomini e delle donne dello Stato» ha ricordato Ciconte.