Morte di Stefano nel pozzo, assolta la soprintendente Bonomi
GORIZIA Esce dal processo Simonetta Bonomi, per lei è stata pronunciata sentenza di assoluzione. L’avvocato Antonio Montanari ha prodotto gli atti che comprovano la sua “estraneità” circa la partecipazione all’interno del Curatorio, certificando di «non avervi mai preso parte» dal 2018 al 2023.
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Ciò per una questione “incompatibilità” che la stessa Bonomi aveva già a suo tempo fatto presente, anche al ministero, in qualità del suo ruolo di soprintendente. Il difensore ha “sguainato” subito le prove, che sono state acquisite, con il pubblico ministero Ilaria Iozzi a prenderne atto e a richiederne l’assoluzione.
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Il giudice, alla fine, lo ha decretato: assolta. Sempre di “prima battuta” è stato acquisito anche il certificato di morte di Maddalena Malni, deceduta lo scorso 10 aprile, componente del Curatorio, ai fini dell’estinzione dell’ipotesi di reato contestata.
C’è stato altro materiale acquisito: le foto che Antonio Madama aveva scattato il primo aprile 2019, a ritrarre lo stesso stato del pozzo, con le stesse, immutate condizioni strutturali, nel quale poco oltre un anno dopo, il 22 luglio 2020, il piccolo Stefano Borghes era stato tragicamente inghiottito.
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Il processo in relazione alla morte del tredicenne, precipitato per 30 metri di profondità, mentre assieme ad un compagno di squadra stava rintracciando il “pennarello” della “caccia al tesoro”, organizzata dagli assistenti del Centro estivo curato dalla parrocchia, è partito con i primi testi del pubblico ministero.
Gli imputati, dunque, sono ridotti a 6, tra i vertici della Fondazione Coronini Cronberg e i membri del curatorio: il sindaco Rodolfo Ziberna, quale presidente di diritto, Marco Menato, l’allora assessore regionale alla Cultura, Tiziana Gibelli, Raffaella Sgubin, Maurizio Boaro e Bruno Pascoli. Si è entrati nel vivo del dibattimento, ieri in aula, davanti al giudice monocratico Cristina Arban, in sostituzione della collega Francesca De Mitri, entrata in maternità.
Due i testi escussi ieri. A partire proprio da Antonio Madama, che nel corso delle indagini aveva incontrato il pm Iozzi proprio in relazione alle sue foto che ha consegnato.
Uno dei quattro ganci ai quali il coperchio del pozzo era fissato, era inclinato, ha raccontato il teste rispondendo alle domande del pm, con i primi “inserimenti” dalle difese, diventati nel prosieguo opposizioni, in particolare quelle sollevate dagli avvocati Francesco Donolato (Sgubin) e Christian Serpelloni, di Verona (Marco Menato).
Le “interruzioni” si sono infilate quando a deporre è stato il secondo teste, l’ispettore Luca Enrico, appartenente alla Questura di Gorizia, che ha diretto le indagini e che quel drammatico giorno era stato tra i primi a raggiungere il parco Coronini.
Ha ripercorso l’evolversi degli interventi e di quel maledetto 22 luglio attorno al pozzo. Di primo acchito, si pensava di cercare di liberare un dipendente, “non si sentivano pianti di bambino”, ha raccontato nel totale silenzio.
Dopo 10 minuti i vigili del fuoco alle prese con la complicata opera di recupero avevano comunicato il decesso. Ma il punto centrale è stata la descrizione della “vera”, la “muraglia” di pietra costituita da 6 blocchi posati a terra «senza essere ancorati al basamento», uniti tra loro da “tacche” di ferro posti sulla parte superiore del manufatto.
Una sezione “avanzava” verso l’esterno, tanto che nelle attività di estrazione del corpicino, era “collassato”. Altro aspetto il “meccanismo” del gioco di Orienteering, per il quale i ragazzi erano stati divisi in 4 gruppi.
Ciascuno aveva una propria zona di ricerca, la mappa in dotazione. Vicino al pozzo Stefano con l’amichetto era alla ricerca di un pennarello colorato e di un bigliettino dov’era scritto un numero, il 6.
E ancora, il coperchio, rinvenuto pressoché perpendicolare rispetto alla linea del pozzo, incastrato a circa 1,9 metri di profondità. Gli ufficiali di Pg avevano acquisito tutta la documentazione della Fondazione, comprese 7 cartelline contenenti planimetrie e piante catastali del parco.
Il primo a dare l’allarme era stato il compagno di squadra di Stefano. Il pm ha poi consegnato al giudice, ai fini dell’acquisizione, alcune foto estratte dai filmati delle telecamere puntate sull’area in questione, che ha innescato le opposizioni, tanto che l’avvocato Donolato ne ha chiesto la revoca, rilevando, in “simbiosi” con Christian Serpelloni, la presenza di scritte didascaliche.
L’avvocato Montanari, che difende anche il sindaco Ziberna, ha affermato: «È una decisione giusta quella di aver estromesso dal processo la dottoressa Bonomi perchè, come abbiamo dimostrato con i documenti, anche al Procura della Repubblica, e di questo ne va dato atto, ha fatto marcia indietro riconoscendone l’estraneità ai fatti».