Insulta il collega di colore in una chat, finisce sotto indagine per razzismo
È diffamazione anche l’insulto in una chat di whatsapp partecipata da decine di persone. A maggior ragione se è un insulto razzista. Va in tal senso l’indagine chiusa dal sostituto procuratore Silvia Golin che si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per un cinquantenne dell’Alta Padovana che in un messaggio nella chat di lavoro ha apostrofato un collega come «sottosviluppato negro di m...».
Quest’ultimo aveva già capito l’antifona e si era tolto dalla chat da un po’ di tempo. Ma quel messaggio gli è stato fatto leggere un collega, infastidito dalla maleducazione di chi aveva scritto quell’offesa.
Il lavoratore nordafricano ha quindi sporto denuncia, finita sul tavolo del pm Golin che ha delegato le indagini ai carabinieri. Il magistrato ha rilevato la sussistenza dell’aggravante per la discriminazione razziale che in caso di condanna prevede una reclusione da uno a sei anni. Per il 50enne imputato, quindi, un messaggio che potrebbe costare davvero caro.
Tutto è successo nel giugno scorso. Come accade ormai in molte aziende, c’è una o più chat di whatsapp. Vengono create per restare sempre in contatto e scambiarsi idee, opinioni, informazioni o anche per ragioni più strettamente lavorative e quindi legate ad esigenze di servizio. Quando partecipano più persone, insultare in chat è considerata una diffamazione, così almeno l’ha interpretato il magistrato nella sua rapida inchiesta.
Non si sa con precisione cosa abbia scatenato un insulto così pesante tra colleghi, probabilmente i soliti contrasti sul posto di lavoro. La vittima aveva comunque già percepito un clima ostile nei suoi confronti – non si sa se sempre dalla stessa persona – tanto da indurlo, come detto, ad abbandonare la chat. Una scelta che aveva colpito più di un collega. Uno di questi, appunto, gli ha girato il messaggio contro di lui, con visibile il nome di chi l’aveva scritto.
Con lo “screenshot” del messaggio in mano, non ci ha pensato due volte e ha sporto querela stanco di essere insultato senza un apparente motivo. Ora bisognerà vedere se all’atto della richiesta di rinvio a giudizio, che potrebbe venir fatta nelle prossime settimane, un giudice deciderà se spedire a processo l’imputato. Potrebbero essere chiamati a testimoniare i colleghi iscritti alla chat, che possono riferire sul clima che si respirava in azienda con quel lavoratore straniero. Il commento, a differenza di qualcosa detto a voce, resta lì, scritto. E questo porta a denunce e processi nei confronti di chi si sfoga via messaggio o sui social.