Coppa Davis: Da un Borg all’altro con una serie di aneddoti del direttore fra padre e figlio per concludere: “Non è male questo Borg junior”-
“Non è male questo Borg junior!” Questa è stata la frase più ricorrente nella tribuna stampa oggi occupata da pochi intimi e purtroppo confinata in piccionaia come è diventata triste abitudine degli eventi che – tutti eh, mica solo la Coppa Davis a Bologna – mirano a far cassetta.
Poiché i giornalisti non pagano il biglietto…pazienza se per vedere la palla, e magari perfino l’espressione di Borg Junior a caccia di qualche somiglianza con l’Orso Bjorn, quelli più miopi hanno bisogno del cannocchiale.
I giovani colleghi ci sono abituati. Per il vecchio cronista è meno tollerabile, anche se ormai da tempo si è rassegnato a constatare che se una volta presenza di un inviato a un torneo era considerata un privilegio per il torneo, oggi invece il privilegio te lo concedono ad accreditarti …se non hai un microfono tv e qualcuno ha pagato per te i diritti tv.
Nostalgia dei tempi tv accanto a Rino e Gianni (Tommasi e Clerici, preciso per i più piccini)? Forse. Nostalgia anche di Bjorn Borg, classe 1956, 11 Slam prima in ginocchio e poi braccia al cielo in segno di giubilante trionfo, 6 Roland Garros e 5 Wimbledon, quando per vincere uno dopo l’altro come seppe fare lui tre volte di fila (1978-1979-1980) voleva dire essere davvero fenomeni, perché la terra rossa era bella lenta, l’erba era tutt’altra erba (assai più bassa e veloce: guai a pensare di vincere giocando a fondocampo) e fra uno Slam e l’altro c’era una sola settimana. Ben altra transizione rispetto a oggi che ce ne sono tre.
Beh, il peso di quell’eredità deve essere stato terribile, spaventoso, per il giovane Leo, classe 2003, e grande curiosità di questo primo duello bolognese di Davis Cile-Svezia. Bjorn lo ha avuto a 47 anni. L’Orso di Sodertalje era un tipo riflessivo. Prima di metterlo al mondo ci deve aver pensato parecchio. Molto di più di quanto ci mise a inventare un nuovo tennis, quello tutto lift e top-spin. Quei frulloni arrotolati di dritto che passavano così alti sopra la rete, salvo quando doveva tirare il passante con rovescio bimane, che non conoscevano errore e finivano immancabilmente sopra la spalla dei suo avversari…quasi tutta gente che ancora il rovescio lo giocava tradizionalmente a una mano sola.
Del resto Gino Ballerini, il maestro del mio circolo tennis Firenze vedendomi che lo giocavo a due mani – un vizio preso perché a quattro anni e giocando contro il muro la racchetta era ancora troppo pesa – mi disse paro paro: “Ubaldo con il rovescio a due mani non si può arrivare da nessuna parte!”. Non sarebbe giusto oggi criticare il caro Gino. Era un ottimo maestro per quei tempi. Ed era bravo soprattutto a insegnare il rovescio a una mano. Di rovesci a due mani, salvo Beppino Merlo (due volte semifinalista al Roland Garros e finalista al Foro Italico) e Pancho Gaudenzi – sì lo zio di Andrea, avvocato faentino dal grande sense of humour – in Italia non se ne erano praticamente mai visti, quantomeno a livelli decenti.
D’altra parte si sta parlando del 1954. Jimmy Connors aveva due anni, Chris Evert non era ancora nata. Furono loro due i veri precursori del nuovo stile. Ma lo giocavano bello piatto.
Bjorn invece anche liftato. Bello alto quando serviva, con la palla a scendere subito dopo la rete quando era un passante che doveva slacciare le stringhe all’attaccante avversario. “Palla calante, punto vincente!” declamava su Capodistria e Tele+ il grande Rino. E Gianni, la spalla che non era una spalla, assentiva.
Beh, ma voi volevate sapere di Leo Borg. E anch’io. Ne avevo letto, su Ubitennis – ci mancherebbe altro! – ne avevamo scritto più volte. Curiosità banale quanto inevitabile.
Leo ha esordito in Davis qui a Bologna, a 20 anni, con cinque anni di ritardo rispetto a quando il papà, nel 1972, esordì in una Davis molto diversa contro il neozelandese Onny Parun. Sì, la Davis allora non è quella di oggi, ogni incontro si giocava su cinque duelli in tre giorni e – lo dico per i più giovani dei nostri lettori – si giocava sulla distanza dei tre set su cinque e quel ragazzino dai capelli lunghi e biondi sulla spalle che pochi mesi dopo avrebbe vinto sedicenne il torneo junior di Wimbledon, battezzò il proprio esordio con una vittoria in cinque set. Rimontandone due: 4-6,3-6,6-3,6-4,6-4. Così nacque la leggenda di Ice-Borg.
Eppure il kiwi di Wellington Onny Parun era un guerriero irriducibile. Era altissimo per l’epoca, un metro e 88cm, aveva un gran servizio, aveva un’apertura alare sulla rete tale che rendeva un’impresa riuscire a passarlo. Con un gran serve&volley – allora usava! – centrò due quarti di finale a Wimbledon 1971 e 1972, già proprio quell’anno in cui perse da Bjorn, un quarto all’US Open 1973, ma i quarti al Roland Garros 1975 furono la cartina di tornasole della sua completezza…anche se, per lui neozelandese, fu soprattutto una finale all’Australian Open 1973, persa in 4 set con John Newcombe, a fargli vivere momenti di vera gloria e popolarità in patria.
Onny Parun -e fra un inciso e l’altro ne accenno un altro del tutto personale: proprio a Bologna, durante un torneo WCT scambiai i miei più memorabili, unici 5 minuti di palleggio con Bjorn! – giocò anche (1974) nel mio torneo di Firenze. Il Kiwi perse in semifinale, 5-7,6-4,6-1 da Paolo Bertolucci (che in finale avrebbe perso nettamente con Adriano Panatta). Da almeno tre anni, prima ancora di perdere da Bjorn Borg in cinque set, il lungo perticone Onny aveva un grosso problema di cervicale, ma non mollava. Non ne voleva sapere. Ma avreste dovuto vedere com’era conciato. Quando serviva era costretto a tenere una cordicella in bocca in qualche modo legata alla testa. La mordeva e la stringea, evitando così di far schioccare collo e testa. Chi parla oggi di resilienza, spesso a sproposito, avrebbe dovuto conoscere Onny Parun.
Ma ora basta con i ricordi su Bjorn…di cui Leo Borg non ne può più. E sì che ne avrei altri 1000. Gli assomiglia, questo sì. Il suo colpo migliore da fondocampo è lo stesso del padre: il rovescio a due mani. Direi che al servizio è addirittura meglio del Bjorn ventenne. Come velocità oraria, costantemente sopra i 200 km – ok sono cambiate le racchette …quella Donnay non c’è più – ma anche come continuità. Ha servito, sparandolo sempre a tutta, l’84% di prime, 75 prime su 89, e ha fatto più di 3 punti su 4 quando le ha messe, il 76%. Prendo le distanze però dalle statistiche ITF: ho trovato che Borg avrebbe fatto zero doppi falli, mentre almeno uno – e sanguinoso – lo ha fatto sul 5 pari del tiebreak del primo set. Avesse messo dentro uno dei suoi soliti servizi avrebbe conquistato il setpoint.
Ecco, a Bjorn non sarebbe successo: ricordo che nella finale del Roland Garros 1979 contro il paraguagio Victor Pecci (vinta 6-3,6-1,6-7,6-4), Bjorn per evitare di farsi attaccare sulla seconda servi qualcosa come 96 “prime” su 104. Cito a memoria. Posso sbagliare…ma di poco.
Cristian Garin faticava enormemente a rispondere. Leo a dispetto del suo ranking, 334 Atp, ha fatto match assolutamente pari con il cileno che oggi – dopo tutta una serie di infortuni: il tendine di Achille lo ha a lungo martoriato – oggi è n.103 ma nel settembre del 2021 (non un secolo fa) era asceso fra i top 20, addirittura n.17!
“Borghettino” ha avuto la pallabreak del 3-2 nel terzo set. Se l’avesse trasformata… chissà?
Insomma, davvero è giusto, sacrosanto addirittura, dire “non è male questo Borg”.
Ha finito per perdere soltanto 7-6(6), 3-6,7-5. Chissà se fosse stato un match di cinque set magari Leo vinceva al quinto come Bjorn contro Parun.
Nico Massu, il capitano cileno che vinse ai Giochi di Atene del 2004 le prime due medaglie d’oro cilene, in singolo (battendo Fish) e in doppio con Mano de Pedra Gonzales, ha visto Borg junior (warning ai criticoni precisini: lo so anch’io che Leo non è più neppure un teenager…) proprio come me: “Leo Borg mi ha stupito, proprio sorpreso. Non lo conoscevo. Non mi aspettavo di vederlo giocare con quel servizio, con quella solidità, quella consistenza. Da top-100 sicuro, forse anche da top-50. Ad esordire così bravo davvero!”
In effetti Leo, che con pugnetti al cielo e grida si dava una carica più da Lleyton Hewitt che da Bjorn Borg, bella grinta davvero, è piaciuto molto a tutti. Anche se è mancato nell’ultimo game quando è andato sotto 0-40 sul servizio. E’ stato Ice-Borg anche lui per salvare i primi 3 matchpoint, ma poi sul’ultimo ha sbagliato un rovescio lungolinea coraggioso ed aggressivo, similBjorn…ma solo simil perché ha schiaffeggiato la rete vicino al nastro. Sarebbe stato punto. Lo sarà la prossima volta. Ha perso ma ha superato brillantemente l’esame. “Davvero non è male questo Borg junior!”.