Santarossa, l’avvocato che gioca a padel «Ma guardo al ritorno delle Province»
TRIESTE. «Ho appena finito di giocare a padel. Sto bene, benissimo». Valter Santarossa racconta della sua vita post politica con la leggerezza di chi non ha nostalgia. Ma l’avvocato pordenonese, classe 1950, non dimentica nemmeno di sottolineare più volte che l’esperienza precedente, da assessore e consigliere regionale, oltre che da presidente di Insiel, «è stata entusiasmante». Occasione anche per difendere i compensi della politica, vitalizio compreso. «Se sono fuori da tutto? Faccio ancora politica, ma senza incarichi. E sto guardando con attenzione alla ricostituzione delle Province».
Come sono le sue giornate?
«Sono ancora al lavoro in studio. Mi occupo del penale economico-finanziario e della pubblica amministrazione. Unico ruolo pubblico è nel cda dell’Interporto di Pordenone. Il mio vecchio amore: i trasporti».
Il tempo libero, padel a parte?
«Intanto ho più tempo libero. Per la famiglia, per il mare, una delle mie passioni. Sono stato un politico un po’ anomalo. Più un amministratore che un politico di razza. Ho fatto gli interessi della collettività, non di una parte».
La differenza con i politici di razza?
«Un esempio. Mentre io andavo a cena a casa ogni volta che finivano i lavori in Consiglio, e non trascuravo nessun amico, c’erano due colleghi, in politica assieme da quando avevano i calzoncini corti, le cui mogli nemmeno si conoscevano».
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Chi erano?
«Più o meno la mia età, ma curriculum più nutrito. Ex Dc. Uno passato al Pd, l’altro a Forza Italia».
Come la definiamo? Ex Udc?
«Inizialmente era Federazione di Centro, un insieme di Udc e Fi. Poi sono passato in Autonomia responsabile di Renzo Tondo».
L’ingresso in politica?
«Spintaneo. Sono entrato in politica a quasi cinquant’anni, senza essermene mai occupato prima. Il mio impegno era nel sociale. Seguivo i ragazzi con problemi di tossicodipendenza, li difendevo nei processi. A Pordenone c’era una comunità molto importante, il Cedis di don Galiano Lenardon. Ma avevo anche rapporti con don Davide Larice a Udine e con Vincenzo Muccioli a San Patrignano. In quel periodo ho dato anche un contributo alla stesura della normativa sul recupero dalla tossicodipendenza».
Chi fu spintaneo con lei?
«Luciano Callegaro, due volte senatore, mi chiese di candidare alle regionali. Così insistentemente, che alla fine ho ceduto».
Fu una collocazione naturale?
«Ero sempre stato un moderato di centro. Votavo tra Dc e Partito liberale, centro e centro-destra. Del tutto naturale entrare nel gruppo Fi-Ccd-Fc».
È rimasta qualche amicizia?
«Con Renzo Tondo senz’altro. Ma si è costruito un rapporto bellissimo pure con Giorgio Venier Romano, che fu assessore all’Agricoltura».
Nostalgia?
«No. Ma è stata un’esperienza entusiasmante. Per quanto l’abbia pagata non poco in termini professionali. Avevo assessorati pesanti, deleghe da far tremare le vene ai polsi. Senza dimenticare Insiel, un gigante da 850 dipendenti e 100 milioni di euro di fatturato, in un’epoca in cui si doveva rendere operativo il decreto Bersani sulle liberalizzazioni. Illy voleva vendere Insiel, io invece, viste le professionalità della società e i costi dell’eventuale ricorso a un esterno, scelsi la strada dello scorporo, e successiva cessione, delle attività di mercato».
Qualche delusione?
«La delusione arriva dall’esterno. Da chi critica le istituzioni perché i compensi sono alti. Io comprendo che c’è chi a volte fa bingo entrando in politica, ma in casi come il mio, in cui il cliente o ti vede a fianco a lui o cambia avvocato, lo stipendio della Regione copre solo in parte quanto si è perso nel lavoro privato».
Vale lo stesso ragionamento per i vitalizi?
«La premessa è che l’impegno da assessore è di gran lunga superiore a quello di consigliere. Il mio autista Remigio me lo ricordava spesso: facevamo 7mila chilometri al mese. Per fortuna che c’era l’auto blu e chi la sapeva guidare, altro che polemiche. Quanto ai vitalizi, sì, sono una ricompensa corretta per chi ha fatto un servizio».
Un rimpianto?
«Non tagliavo nastri, ma ero fatto così. Sabato e domenica erano giorni per il mio privato. L’ho pagato alle elezioni, pazienza».
Immagino che non invidi oggi Riccardo Riccardi nel ruolo più delicato: assessore alla Salute.
«Io ho fatto il mio, lui faccia il suo. La giunta Fedriga ha investito centinaia di milioni nel settore, ben più di quanto fatto prima. Forse però la pandemia è servita da foglia di fico. Tanti problemi della sanità vanno ancora risolti. La mia provincia, che paga la scelta scellerata di Serracchiani di ricostruire l’ospedale in centro, è in grande sofferenza. Spero che in legislatura si metta mano a riforme ineludibili».
Un paio di anni fa, pur senza candidarsi, ha aderito alla Lega in vista delle comunali di Pordenone. Oggi è definitivamente fuori dalla politica?
«Quasi fuori. E ci sto bene. Ma sto guardando con attenzione al ritorno delle Province».
Come reagì quando Serracchiani le abolì?
«Lei si è solo messa la medaglietta. Ma le Province le hanno abolite tutti. Io fui l’unico ad astenermi in aula».
La rivedremo candidato?
«Sono disponibile a dare una mano».