Zaccheroni, la terapia intensiva e l’affetto di tutto il Friuli: «Un amore che ricambio, Udine mi è stata vicino»
UDINE. Ce l’aveva promesso: «Con l’inizio della nuova stagione facciamo una bella chiacchierata». Alberto Zaccheroni è stato di parola. Non c’erano, l’uomo è questo. Ecco perché fa ancora più piacere sentire la sua voce squillante al telefono dopo la grande paura che ha fatto passare a tutti dallo scorso 11 febbraio, quando è stato ricoverato in terapia intensiva per un paio di mesi a causa di una brutta caduta in casa.
Mister, innanzitutto come sta?
«Meglio. Ho ripreso a fare le cose che facevo prima. Stare in famiglia, fare lunghe camminate. Ci ho aggiunto qualche seduta in palestra per riprendere completamente il tono muscolare. L’altro giorno sono stato invitato a Cisterna per parlare di calcio, c’era anche Calori».
[[ge:gnn:messaggeroveneto:12888980]]
Lo scorso primo aprile lei ha compiuto 70 anni in un letto d’ospedale: lo sa che da lontano sono stati tanti a farle gli auguri?
«Sì certo. Mia moglie mi ha fatto vedere la pagina del Messaggero Veneto con le parole di tutti i miei ragazzi . È stata una bella spinta motivazionale. So che a Udine e in Friuli mi vogliono bene, ma la cosa è reciproca».
La stagione 2022-2023 si è chiusa con la delusione dell’Under 21 agli Europei.
«Un finale inaspettato, le qualità per fare meglio c’erano tutte. Ho visto tante giocate individuali, poco gioco collettivo. Nell’ultima partita con la Norvegia non è che abbiamo tirato tanto in porta. Purtroppo a fine giugno le pile sono scariche e il rischio è quello di pensare già alle vacanze».
Anche i play-off di serie B finiscono a metà luglio, però...
«D’accordo ma io dico che non bisogna tenere presente solo gli interessi economici. L’obiettivo del calcio è quello di mettere i giocatori nelle condizioni di esprimersi al massimo. Le partite si vincono con la qualità, non con il 4-4-2 o il 3-4-3. Quando arrivai al Milan la squadra era reduce da un decimo e un undicesimo posto. A Maldini dissi che non avrebbe più dovuto coprirmi 80 metri di campo ma 30, idem con Costacurta, Leonardo. Gli unici a cui chiesi anche quantità furono Helveg, Guglielminpietro e Ambrosini».
La scorsa settimana Rossitto in tv ha raccontato: “Zaccheroni ci diceva che il modulo lo facevamo noi”.
«Vero, io gli davo il punto di partenza e quello finale, poi l’avversario lo dovevano gestire loro in campo».
[[ge:gnn:messaggeroveneto:12888971]]
L’Udinese nella scorsa stagione ha avuto una prima parte di stagione straordinaria, poi si è come spenta: si può spiegare questa differenza solo con l’infortunio di Deulofeu?
«Beh, il catalano è tanta roba. Prima parlavamo di qualità, lui ne ha tanta, altri meno, magari possono avare altre caratteristiche in cui sono superiori».
La sensazione è che ci sia stato un crollo motivazionale a proposito del quale l’allenatore ci deve mettere qualcosa di suo, ma anche la società: ecco, sembra quasi che i Pozzo non abbiano più quel sacro fuoco di voler andare in Europa.
«Ai miei tempi erano sempre a lavorare in Spagna, oggi sono molto più presenti. Non sono d’accordo su questa interpretazione: l’Udinese, forse, è ancora oggi la società che sbaglia meno sul mercato. Pozzo è sinonimo di garanzia».
A gennaio Deulofeu è stato sostituito con Thauvin. Lei ci disse: “Non è un acquisto da Udinese” e il francese è stato un buco nell’acqua...
«Io credo che a Udine debbano arrivare giocatori che vogliono mettersi in mostra per andare nei club di prima fascia, serve gente che abbia fame. Thauvin non ha fatto bene, però può capitare di sbagliare. Comunque ricordatevi che io a Udine non partii benissimo a causa di Pizzi».
Ci rinfresca la memoria?
«La società non intendeva tenerlo e io ero d’accordo. I tifosi fecero una raccolta di firme per trattenerlo e io andai a incontrarli per spiegare quello che era il mio pensiero. Si trattava di un giocatore che era già in fase calante».
Lei ha mai “interferito” nelle scelte di mercato?
«Mai, quelli che mi davano allenavo. Certo, quel giorno che avevamo mezza squadra per giocare un’amichevole e mi portarono Appiah, fui il primo a dire: chiudete i cancelli, non fatelo uscire di qua».
Il ghanese, però, poi non ha fatto la carriera che era nel suo potenziale.
«Con i calciatori giovani che vengono dall’Africa ci devi parlare e fargli capire determinate cose fuori dal campo».
Come giudica la separazione da Marino e l’arrivo di Balzaretti come responsabile dell’area tecnica dell’Udinese?
«Non ne conosco i motivi ma mi ha sorpreso anche perché Marino è uno che conosce molto bene le dinamiche societarie e di tutto l’ambiente. L’unica spiegazione che mi do è che si è voluto voltare pagina. Balzaretti lo ricordo come un giocatore capace e intelligente».
Abbiamo portato tre squadre alle finali europee: dire che il calcio italiano è tornato ad alto livello ci sembra eccessivo.
«Concordo. Quali risultati abbiamo ottenuto con la Nazionale negli ultimi anni? Sì abbiamo vinto un Europeo, ma abbiamo saltato due edizioni dei Mondiali. Le nostre squadre sono composte in gran parte di stranieri, Mancini fa fatica a convocare qualche attaccante».
Il giocatore da lei allenato e di cui si è parlato troppo poco?
«Stankovic. Ecco, quando all’Inter mi chiesero un giudizio su di lui perché lo stavano per comprare ho detto subito di sì. Gran calciatore, grande persona: quando ha organizzato l’addio al calcio in Serbia ha scelto una data che permettesse a me e a Mihajlovic di essere presenti. Tanta roba».
Dopo Zaccheroni, un altro ex allenatore dell’Udinese ha vinto lo scudetto: Spalletti.
«Stiamo parlando di un ottimo allenatore, uno che come me e Guidolin in Friuli ha fatto bene perché si adattava perfettamente alla filosofia del club: fare risultati attraverso il miglioramento dei calciatori. Spalletti è uno intuitivo, capisce il giocatore che ha in mano. Poi ha un carattere un po’ così, tende ad andare allo scontro, anche se un po’ meno rispetto a una volta».
Perché secondo lei se n’è andato?
Non lo so. E comunque quando c’è di mezzo Luciano i perché non sono facilmente intuibili».
L’anno prima lo scudetto più che vincerlo il Milan lo ha perso l’Inter, stavolta no.
«Il Napoli ha strameritato».
E il Milan? D’accordo la semifinale di Champions ma senza la penalizzazione della Juve sarebbe arrivato quinto...
«Il Milan nell’ultima stagione non ha avuto la voglia di stupire che l’aveva caratterizzato prima. Giocavano ogni pallone come se fosse l’ultimo. E poi ha perso Kessie, uno che in mezzo si faceva sentire e ha avuto qualcosa in meno a livello di continuità dai suoi due giocatori di maggiore qualità: Leao e Tonali».
Tonali è stato addirittura ceduto al Newcastle.
«Dieci giorni fa mi hanno chiesto da chi doveva ripartire il Milan. Ho risposto: Tonali. Il giorno dopo l’hanno venduto».
Con Maldini in società Tonali sarebbe ancora in rossonero?
«Credo proprio di sì».
Perché Paolo è stato mandato via?
«Non lo so e non mi sono nemmeno permesso di chiederglielo. È stata una scelta inaspettata. Qualcuno dice che ha sbagliato l’acquisto di De Keetelaere: io non lo darei via dopo un anno. In Italia siamo troppo frettolosi nei giudizi. Pensate a Rabiot. È il miglior centrocampista della serie A: ha forza, gamba, copre novanta metri di campo».
Tonali va in Inghilterra, molti giocatori ancora nel pieno della carriera in Arabia dove vengono ricoperti di milioni.
«Vanno dove ci sono i soldi e questo non mi piace. Anch’io sono andato all’estero dopo l’esperienza alla Juve ma non ho guadagnato di più. Me ne sono andato perché non mi piaceva più il sistema. I giocatori non li potevo più gestire io, quello era diventato un compito del procuratore. Non ho niente contro questa categoria, ma devo essere io a dire al ragazzo se deve giocare cinque metri più avanti o indietro».
A proposito di Juve. Vlahovic e Chiesa sono in vendita.
«Per me è una scelta incomprensibile. Se li vendi dove li trovi poi due più bravi? Se ci mettono vicino Zaniolo fanno un tridente con i fiocchi che diventerebbe un bel problema per gli avversari».
Il sistema calcio in Italia è in difficoltà. Cosa fare per migliorarlo? Portare la serie A a 18 quadre, ripartire dai vivai o rendere obbligatoria la seconda squadra Under 23?
«Non lo so, forse nessuna di queste tre. Io di mestiere facevo l’allenatore».
Ha usato il passato...
«Eh certo, io ho chiuso e non per il problema avuto qualche mese fa. Alleno la Nazionale benefica no profit, mi hanno chiesto di dare una mano e ho accettato, ora devo restituire qualcosa alla mia famiglia. Credo di essere stato l’unico allenatore che ha girato l’Italia lasciando moglie e figlio nella città dove viveva. Ora devo ricambiarli».
Zac, un’ultima curiosità. Ma quando si è svegliato qual è stato il suo primo pensiero? Sollievo, preoccupazione?
«Ero seduto sul letto, avevo le gambe scoperte ed erano due bastoncini perché avevo perso il tono muscolare. Ero solo in stanza e quando è arrivata l’infermiera ho chiesto cosa fosse successo perché non ricordavo nulla. Ma ora ne sto venendo fuori, Inutile parlarne». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA