Gorizia, il teatro entra nel carcere nel nome di Pino Roveredo
GORIZIA. «Chissà, il teatro può essere la strada verso l’uscita. Per aiutare queste persone a ritornare a casa. A ritornare da sé stessi». Sta forse in questa riflessione di Elisa Menon, instancabile curatrice della compagnia di teatro sociale Fierascena, il senso dell’intenso pomeriggio vissuto nel cortile della casa circondariale di via Barzellini dove i detenuti-attori hanno sfidato sé stessi e i pregiudizi degli altri, di «chi sta fuori» da quel muro, portando in scena lo spettacolo “Se io fossi Caino” dedicato alla figura di Pino Roveredo. Ci hanno lavorato per mesi, nell’ambito di un progetto che non ha eguali in Italia.
Lo scrittore triestino, scomparso a gennaio, è stato uno di loro. Prima detenuto, poi garante regionale delle persone private della libertà personale. La voce registrata di Roveredo ha quasi condotto per mano gli attori, una dozzina, andati in scena davanti alle proprie fidanzate e mogli, ai familiari, agli agenti di Polizia penitenziaria e pubblico che si era prenotato per tempo: le richieste hanno addirittura superato le attese. Ma si sono messi a nudo anche sotto gli occhi dei propri compagni di detenzione: alcuni presenti in platea, in un gioco di sguardi e di intese, di incoraggiamenti che sanno di vera amicizia, ed altri che silenziosamente li hanno seguiti in religioso silenzio dall’alto: da dietro quelle sbarre.
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«Siamo felici perché siamo riusciti ancora una volta ad aprire lo sguardo su quello che chiamo “l’altro lato della luna”: il carcere è un lato della stessa medaglia, la nostra società», afferma il direttore della Casa circondariale, Alberto Quagliotto, facendo emozionare il prefetto di Gorizia, Raffaele Ricciardi, che da buon intenditore di musica coglie il riferimento alla storia di redenzione di Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd.
«Questo spettacolo sarà un gesto di pace, con sé stessi e con gli altri», prevede in apertura l’arcivescovo di Gorizia, monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli. «Il carcere non porta voti, ma conduce all’indifferenza, la nostra – ricorda a inizio spettacolo la voce di Roveredo – è qualcosa di illegale: il 75% di chi esce diventa recidivo». Loro, gli attori-detenuti, vestiti di nero, si alzano in piedi. Ti guardano dritto negli occhi e per un attimo non senti più niente. «Siamo uomini come te», sembrano dirti senza bisogno di parole. E allora, quando comprendi che “di qua” e “di là” ci sono solo persone, i pregiudizi volano via, come i fogli di un quotidiano strappati dal vento in una spiaggia, ed anche un sasso – il peso che ti porti dentro – diventa leggero ed insignificante. Anche un tiro di dadi con la sorte può essere ripetuto. E magari andrà meglio. Non esistono seconde vite, prima e dopo il carcere. Esiste solo la vita che va amata e difesa.
Lo spettacolo scorre intenso, intriso di simbolismo e arricchito dalle voci dei detenuti che sembrano ciascuno raccontarti qualcosa di sé e della propria sofferenza. La standing ovation finale è quanto di più vero e intenso si possa provare. Si piange di qua, ma si piange anche sul palco. «A teatro non si può fingere», strizza l’occhio Elisa Menon. Vuole accanto a sé la responsabile dei servizi educativi del carcere, Margherita Venturoli, ciecamente convinta che quel muro possa e debba essere anche un ponte. No, su un palco non puoi fingere. Proprio come davanti a sé stessi