Il batiscafo Trieste, antenato fortunato del Titan che raggiunse il fondo della Fossa delle Marianne
Nell’agosto di settant’anni fa l’Unione sovietica faceva scoppiare la sua prima bomba nucleare. Un avvenimento che dialoga col nostro presente, con la guerra in Ucraina e la ricorrente minaccia di usare gli ordigni nucleari. Ma c’è un altro evento di stretta attualità che si collega al 1953, anzi è una conseguenza di quanto avvenne nell’estate di quell’anno. Il Titan, il batiscafo imploso una settimana fa durante un’immersione che doveva portare alcuni ricchi turisti a osservare da vicino la carcassa del Titanic, migliaia di metri sotto il pelo dell’acqua, è il nipotino del batiscafo costruito tra Trieste e Castellammare di Stabia e che nello stesso 1953 fece le prime immersioni nelle acque di Capri e di Ponza. Lo stesso che raggiunse fama mondiale nel 1960, quando discese fino sul fondo della Fossa delle Marianne, a quasi undicimila metri di profondità, il punto più profondo del pianeta Terra.
Naturalmente da allora a oggi molto è cambiato nella tecnologia dei nuovi batiscafi, ma resta l’intuizione originaria dello svizzero Auguste Piccard e portata a compimento dal figlio Jacques. Una vicenda nella quale giocò un ruolo importante Trieste, che infatti è stata eternata nel nome dell’imbarcazione, ora esposta al Museo Navale di Washington.
Come Trieste sia entrata nelle vite di Auguste e Jacques Piccard lo ha raccontato Enrico Halupca nel libro "Il Trieste" (Italo Svevo editore, Accademia degli Incolti, 2019). Halupca nelle scorse settimane è stato invitato all’evento intitolato "Nel profondo blu. I 70 anni del varo del batiscafo Trieste", che si è svolto a Castellammare di Stabia proprio per celebrare il varo del batiscafo (a Trieste, città che l’ha visto nascere e gli ha dato il nome, ancora nessuna celebrazione).
Auguste Piccard era stato il primo uomo a visitare la stratosfera, salendo a bordo del suo pallone aerostatico attrezzato con una cabina stagna fino a 16 mila metri di altitudine. Dopo le altezze, Piccard si rivolse alle profondità marine, mettendosi al lavoro per sviluppare un equivalente dei suoi palloni aerostatici che potesse sopportare l’enorme pressione degli abissi oceanici. Ma per la sua realizzazione bisognava trovare sostanziosi finanziamenti.
Il caso, come capita spesso, fece la sua parte. Jacques, studente dell’Università di Ginevra, nel 1951 si trovava a Trieste per preparare la tesi di laurea sull’economia del Territorio Libero di Trieste, l’effimera istituzione statale nata in conseguenza della Seconda guerra mondiale, e qui conosce Diego de Henriquez, noto cacciatore di materiale bellico ma soprattutto uomo che ha le giuste entrature un po’ in tutti gli ambienti. È proprio grazie ai suoi buoni uffici se si trovano i finanziatori e si può iniziare la realizzazione dell’imbarcazione. Lo scafo viene costruito nei Cantiere San Marco di Trieste, la sfera di immersione in acciaio inossidabile a Terni mentre l’ultimo atto, saldare la sfera allo scafo, si compie nel cantiere campano di Castellammare.
Ma de Henriquez non è l’unico che si dà da fare per aiutare i Piccard. C’è anche una donna, si chiama Yolanda Versich ed è una profuga istriana che in quell’alba degli anni Cinquanta lavora come segretaria per l’imprenditore austriaco Franz Kind, fondatore della Raffineria Aquila. Versich, come riporta Pietro Spirito nel suo recente libro “Storie sotto il mare” (Laterza), conosce per caso a Milano Jacques Piccard. Durante quel loro primo incontro Yolanda rimane affascinata dal progetto che Jacques le confida tanto che, una volta a Trieste, inizia anche lei a muovere le sue conoscenze per reperire il denaro che occorre per dare il via all’impresa. Ed è sempre di Yolanda il suggerimento del nome con cui battezzare il batiscafo, che non poteva che essere quello della città che gli aveva dato i natali. La storia del batiscafo Trieste insegna che ogni impresa, per concludersi felicemente, ha bisogno di alcune circostanze fortunate. Però, come ammoniva Nicolò Machiavelli, la fortuna da sola non basta; certo, può offrire l’occasione, ma sta poi alla virtù dell’uomo trasformarla in successo. E quella virtù, intesa in senso rinascimentale, come capacità peculiare dell’uomo di perseguire un progetto con determinazione e coraggio, non mancò certo a Jacques Piccard quando, il 23 gennaio 1960, entrò nella sfera del Trieste assieme all’esploratore della U.S. Navy Don Walsh, per raggiungere, dopo cinque ore di discesa, il punto più profondo del fondale oceanico. —
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