Le belle addormentate: ecco le dimore dimenticate delle grandi famiglie di Trieste
TRIESTE Qualcuno le chiama “le belle addormentate”, dimore storiche, un tempo sfarzose, che fanno pensare a un passato lontano e che ricordano scenari fiabeschi, anche se ormai offuscati dal degrado e dalla decadenza. Dell’antica opulenza resta poco o nulla, ma rappresentano tuttora uno spaccato della vita cittadina che non c’è più, dove si intrecciano le vicende di famiglie importanti o grandi imprenditori ormai scomparsi.
Sono le ville chiuse da decenni a Trieste, di proprietà del Comune, immobili che, per diverse vicissitudini, sono stati abbandonati o dismessi.
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Il giro parte forse dalla più famosa, Villa Cosulich, su strada del Friuli, immersa in un parco pubblico di oltre 10mila metri quadrati e ridotta ormai a un colabrodo, tra crolli e incursioni a più riprese. La villa era in origine una dimora di campagna, appartenuta alla famiglia dei baroni de Burlo. Nel 1903 passa di proprietà a Demetrio Carciotti, commerciante, che nel 1905 la vende a un altro commerciante.
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Nel 1920 Antonio Cosulich, di ritorno dall’Argentina, acquista la casa e il giardino, che restano di proprietà della famiglia fino al 1980, anno in cui l’immobile viene ceduto all’Istituto Burlo Garofolo e successivamente al Comune di Trieste.
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Vivere qui, un tempo, regalava una vista mare e un angolo di natura rigoglioso, a poca distanza dal centro cittadino. La parabola discendente inizia in modo determinante nel 2006, quando un incendio di natura dolosa colpisce l’edificio, causando la parziale distruzione del tetto. Il tempestivo intervento dei pompieri argina le fiamme, che riescono comunque a intaccare uno spazio ampio. E un nuovo rogo scoppia anche negli anni successivi, con la caduta di solai e intonaci. Anche gli infissi seguono la stessa sorte. Dentro, l’edificio viene svuotato, ma restano piccoli dettagli, su scale, parapetti e ringhiere, che nel corso degli anni spariscono, forse trafugate nell’andirivieni di chi rompe e scavalca le recinzioni, per intrufolarsi a curiosare dentro le mura.
Ad oggi lo scenario è quello di uno scheletro vuoto, avvolto dal verde, in un’atmosfera spettrale. Nel 2000 il parco è stato risanato, sono stati ripristinati tutti i viali, l’impianto d’illuminazione e di irrigazione, intervenendo anche con opere sulla vegetazione e sugli arredi. L’ampia zona ombrosa e pianeggiante ospita aree attrezzate per bambini ma l’antica dimora è sempre lì, dimenticata al suo destino.
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Epilogo simile anche per un’altra magione antica, Villa Engelmann in via Chiadino, inserita in un grande parco e ormai quasi non più visibile, ricoperta dal verde incolto. Progettata nel 1840 per incarico di Francesco Ponti di Milano e completata nel 1843, nel 1888 diventa di proprietà di Frida Engelmann e nel 1938 passa a Guglielmo Engelmann, il cui figlio Werner dona poi tutto alla città.
Il giardino si estende per 14mila metri quadrati, risistemato nel 1980. Vialetti, grandi alberi, cespugli e aiuole fiorite accompagnano i visitatori, tra zone con giochi per bambini e altre con panchine. Lo stato dell’edificio è, se possibile, ancora più devastante della Cosulich. A tratti è impossibile distinguere i muri, pieni d’edera, mentre da una visuale aerea, si evince come tutto il tetto dell’edificio principale sia crollato e come dentro siano ammucchiati calcinacci di vario tipo, pareti intere, travi di legno e tegole. Da una parte del fabbricato si vedono solo le travi, mentre la copertura non c’è più. Rimasta invece in alcuni ambienti più piccoli. Fino a qualche anno fa, attraverso le finestre, da tempo senza infissi, si notava ancora qualche mobile residuo, in condizioni pessime, ricoperto poi da altri materiali precipitati a terra, in un mare di detriti.
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Versa in condizioni migliori, anche se è chiusa ormai da anni, Villa Haggiconsta, in viale Romolo Gessi. Costruita nel 1889, su progetto dell’architetto Ruggero Berlam, viene commissionata da Giorgio Haggiconsta, ricco possidente di origine greco-russa, con l’edificio padronale, la scuderia, la rimessa, la lavanderia, le serre e un giardino all’inglese. Alla morte dei proprietari viene acquistata da un privato e ceduta al Comune. Negli anni Trenta viene donata all’Opera nazionale Balilla, la destinazione è una “Casa della Giovane Italiana”. Tra il 1962 e il 1968 viene utilizzata dall’Opera di assistenza ai profughi giuliani e dalmati, mentre nel 1972, dopo il passaggio alla Regione e i restauri, accoglie un centro di educazione motoria (Cem), offerta quindi al Comune di Trieste in comodato gratuito per uso sociale.
Il centro diurno Cem viene chiuso nel maggio 2008 per provvedere a una manutenzione radicale dell’immobile, che non è ancora avvenuta. La villa è stata anche utilizzata dalla Fvg Film Commission come set per film e le fiction, come “Ragazze in web” di Marco Pontecorvo o “Un caso di coscienza” con Sebastiano Somma. Nel 2010 il restauro necessario viene stimato in 4 milioni di euro, quasi l’intero valore immobiliare.
Il viaggio tra le dimore chiuse, di proprietà del Comune, si conclude a Grignano, a Villa Stavropulos. Con una superficie di 280 metri quadrati, oltre al grande giardino, affacciata sul mare, è stata donata dall’omonimo mecenate greco al Comune di Trieste nel 1960, con precise e vincolanti volontà testamentarie, per farne una casa per artisti. Un obiettivo, però, mai raggiunto. Almeno per il momento. E nel corso del tempo la casa è stata lasciata così com’è. Con qualche intervento di manutenzione ordinaria, ma di fatto non sempre controllata, tanto che i vandali sono entrati a più riprese, nonostante sia parzialmente nascosta dal verde, chiusa e recintata. Tra le ultime incursioni quella del 2018. Accessi non consentiti che hanno determinato danneggiamenti agli ingressi, poi ripristinati, per scongiurare ulteriori episodi simili. Anni fa si è costituito anche un comitato spontaneo, di cittadini, che di recente ha ripreso la propria battaglia per sollecitare una tutela e una valorizzazione dell’immobile.
Al momento intanto anche questa, al pari delle altre, resta al suo posto, una delle “belle addormentate”, che aspetta un intervento deciso, per evitare di finire nel dimenticatoio o di diventare un rudere irrecuperabile.